Mercoledì, 08 Febbraio 2023

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INTRODUZIONE GENERALE - I VOL.

INTRODUZIONE GENERALE

Gratius ex ipso fonte bibuntur aquae

Più gradevoli sono le acque se bevute alla sorgente

(Ovidio, Ex Ponto 3, 5)

Un mondo tutto da scoprire

Scriveva lOrbaan più di cento anni fa: “Non si potrà mai pensare a pubblicare integralmente una serie di “avvisi” neanche per un solo pontificato, sia pure breve come quello di Sisto V. I soli “avvisi di Roma” tolti dalla collezione Urbinate, del periodo 1585-1590, verrebbero a formare un grosso volume stampato. La mole supererebbe di molto il valore”[1]. Anche il DOnofrio ne era convinto, visto che “man mano che si procede nel 600 le raccolte degli Avvisi diventano letteralmente sterminate, la loro pubblicazione diventerebbe un grosso problema, da tutti i punti di vista”[2].

Probabilmente è stato il mio forte interesse alla figura di Sisto V a sfidare lOrbaan, grande studioso della Roma cinque-seicentesca, e a cimentarmi in questoperazione ardita, lunghissima e per nulla facile, anche perché non sono del tutto daccordo che “la mole supererebbe di molto il valore”, dal momento che il valore degli “avvisi” è innegabile e la loro conoscenza è senza dubbio fonte storica essenziale per la quantità di informazioni di prima mano che essi forniscono. È vero che a volte ci troviamo di fronte ad una massa di informazioni di semplice vita quotidiana, notizie minute che non possono competere con le paludate relazioni diplomatiche che gli ambasciatori inviavano ai rispettivi Stati; ma questa storia cosiddetta maggiore non è altro che la facciata sontuosa di quella storia feriale e sotterranea, ingiustamente chiamata minore.

Inoltre è anche vero che gli avvisi (soprattutto di Roma) sono stati largamente utilizzati da numerosi studiosi nel corso del Novecento. Penso soprattutto a Ludwig von Pastor e alla sua monumentale opera in sedici volumi, di fine 800, Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters (Storia dei Papi dalla fine delletà medioevale); ma è anche vero che la ricchezza delle informazioni fornite dagli avvisi è ancora ben lontana dallessere stata approfondita e sfruttata adeguatamente.

In occasione del quinto centenario della nascita di papa Sisto V (1521-2021) mi è sembrato opportuno far conoscere e pubblicare lintero corpo degli avvisi prodotti durante i suoi cinque anni del suo pontificato, cioè dallaprile 1585 allagosto 1590.

Semplificando al massimo si potrebbe tentare questa definizione degli avvisi: “Si tratta di brevi relazioni sulle novità avvenute in un particolare luogo, raccolte da persone che spesso elaboravano su commissione di agenti e che poi inviavano alle corti o alle personalità che desideravano essere informate sui fatti avvenuti nei maggiori centri europei[3]. Quindi siamo in presenza di notizie di fatti accaduti In Italia o in Europa, raccolte con intervalli regolari e trascritte da anonime persone per guadagno, e comunque per mestiere. Non entrano quindi fra gli avvisi le raccolte di lettere scritte da un autore preciso per un destinatario preciso, come ad esempio i dispacci e le relazioni scritte di ambasciatori o nunzi.

Si può quindi dire che gli avvisi (prima manoscritti e poi stampati) possono essere considerati come le prime espressioni del giornalismo, per usare tale termine tipico delletà moderna. Infatti “se allavviso a stampa come genere letterario va assegnato un nome, questo è pur sempre il giornalismo; però non inteso in senso funzionale o strumentale, ma come vocazione e forma mentale. E il giornalismo così inteso può ben accogliere nel suo seno, oltre gli avvisi stampati, anche quelli manoscritti dei menanti”[4].

Lorigine degli avvisi affonda nel bisogno di conoscenza e di successiva divulgazione, in un momento in cui negli Stati italiani ed europei non vi era un esercizio pienamente libero della stampa. Era infatti il sovrano, il principe, il duca, il papa a dare limprimatur ad ogni stampa, per avere il modo di ben controllare questo mezzo di estrema importanza. Ma la notizia, con il suo valore di divulgazione e di commento, difficilmente può essere ingabbiata dal potere, perché è come il vento, inarrestabile e incontenibile per sua natura. Fu proprio per lancestrale voglia di comunicare e cercare di scavalcare il potere autocratico che sorse il bisogno di scrivere i primi fogli manoscritti, non firmati e con nessuna pretesa letteraria, composti da alcuni fogli che “avvisavano” e davano informazioni sulla propria città e, per quanto si poteva, su ogni parte del mondo, facendo uso delle notizie che attraverso i più vari canali giungevano soprattutto a Roma o a Venezia, due poli fondamentali dEuropa nel Medioevo: la capitale del mondo cristiano luna e la capitale del mondo commerciale laltra. In questo modo - affermano gli storici - gli avvisi hanno tenuto a battesimo quello che sarà il giornalismo che tutti conosciamo. Infatti gli avvisi sono finestre aperte spalancate sul mondo politico e sul vivere quotidiano e “i loro contenuti, magari alterati quando non del tutto stravolti, invariabilmente finivano in piazza... Almeno nei centri più importanti le notizie, politiche, militari o di qualsiasi altro genere, erano destinate alla divulgazione”[5].

La bibliografia riguardante gli avvisi, o comunque il mondo dellinformazione cinque-seicentesca, si è arricchita a cominciare dagli inizi del Novecento, dopo un silenzio durato fin troppo. E si cominciò a scoprire l’importanza culturale e storica degli avvisi, finora poco conosciuti e forse poco considerati anche dagli stessi che li avevano scritti. Scrive il Bongi, il primo studioso che ha cominciato ad interessarsi di questo settore con un saggio lucidissimo e fondamentale: “Coloro che vissero ne due secoli passati erano troppo lontani dal prevedere la futura importanza delle gazzette, perché potesse venir loro in mente di tramandarci notizie sulle medesime”[6].

Oggi possiamo usufruire di una ricca e abbondante bibliografia in merito, e sempre più specialistica[7].

Dove sono depositati i nostri avvisi

I sei volumi manoscritti che ho preso in esame e trascritto sono conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), nelle collezioni dei manoscritti, e vanno sotto la dicitura di “Urbinati Latini”[8].

Essi sono siglati come:

- “Urbinate Latino 1053” riguardante lanno 1585;

- “Urbinate Latino 1054”, per lintero anno 1586;

- “Urbinate Latino 1055”, per lintero anno 1587;

- “Urbinate Latino 1056”, per lintero anno 1588;

- “Urbinate Latino 1057”, per lintero anno 1589;

- “Urbinate Latino 1058”, riguardante lanno 1590.

Ognuno di questi sei volumi sviluppa in media 1100 carte, per un totale di 6966, scritte in recto e verso. Sono state trascritte 802 carte del volume 1053; tutte le 1214 del volume 1054; tutte le 1128 del volume 1055; tutte le 1326 del volume 1056; tutte le 1560 del volume 1057; 936 del 1058.

I fogli sono normalmente di due formati standard di carta: 32,5 x 23 e cm. 28 x 21,5.

Anche se gli avvisi urbinati della BAV costituiscono la raccolta più grande e più studiata di questa categoria, molti altri avvisi, in forma più o meno parziale, sono conservati in quasi tutti i più importanti archivi italiani: li troviamo infatti nella Biblioteca Nazionale di Roma, di Firenze, di Napoli, di Lucca, di Modena, di Mantova, alla Biblioteca Marciana di Venezia, a Milano, a Torino... cioè dove si trovavano le corti di quellItalia frammentata del Cinque-Seicento.

La raccolta urbinate è dono prezioso di una città preziosa, Urbino, una delle splendide città rinascimentali italiane. Infatti, per uno scherzo della storia, gli avvisi “urbinati” furono inviati da Roma alla corte di Urbino, per poi ritornare a Roma.

Il trasferimento a Roma di questi avvisi fu dovuto allestinguersi del ducato di Urbino, per mancanza di discendenza alla morte dellultimo duca Francesco Maria II Della Rovere, avvenuta il 28 aprile 1631. Ciò causò il conseguente assorbimento del ducato allo stato pontificio[9].

I duchi di Urbino avevano intelligentemente accumulato, nel corso di quasi duecento anni, una delle più belle biblioteche che la storia europea conosca. Iniziata dal duca Federico da Montefeltro, comprendeva alla morte di costui ben 900 codici latini, greci, ebraici ed arabi, esemplari unici di grandissimo pregio. Per il famoso duca raffigurato dal bel quadro di Piero della Francesca (vedi foto a pagina XXIV dell’inserto fotografico) la biblioteca era parte integrante di un preciso progetto politico, che aveva lo scopo di affermare la sua immagine come principe rinascimentale mecenate delle lettere e arti. Molti codici vennero scritti, decorati e miniati nello scriptorium di Palazzo ducale[10]. A questa già mirabile biblioteca conservata nel palazzo di Urbino, il duca Francesco Maria II, ultimo duca e raffinato bibliofilo, affiancò una seconda biblioteca raccolta nella vicina Castelgrande-Urbania[11], comprendente più di 13.000 volumi a stampa e aggiornatissima anche dal punto di vista scientifico[12].

Con la morte del duca e il conseguente assorbimento del ducato nello Stato pontificio, i dipinti, i gioielli e larchivio[13] partirono per Firenze, mentre Urbino riuscì a mantenere le due biblioteche, anzi le unificò nel palazzo ducale. Nel 1643 uno dei maggiori eruditi dellepoca, il tedesco Lukas Holste[14] in occasione di un suo viaggio fece tappa ad Urbino, visitò la biblioteca, ne rimase affascinato e si fece promotore della acquisizione della stessa da parte della Biblioteca Vaticana (anche Venezia e Mantova avevano cercato di acquistarla). Quattordici anni dopo la città accolse la proposta di acquisto avanzata da papa Alessandro VIII e il Consiglio comunale votò a favore della cessione della biblioteca ducale in cambio di 10.000 scudi (buoni per alleggerire la grave crisi economica) e alcuni privilegi politici[15].

Così, nel 1657 il grande patrimonio bibliotecario urbinate (manoscritti e stampe) confluì nella Biblioteca Vaticana dopo un epico viaggio attraverso lAppennino. Dal 25 ottobre al 4 dicembre di quellanno, un convoglio si snodò lungo la via Flaminia, formato da 47 muli, appesantiti ciascuno di 180 chili e che trasportavano un totale di 45 grosse casse contenenti i volumi, di cui preventivamente era stato fatto un accurato inventario. Il viaggio durò 41 giorni e fu alquanto faticoso, a motivo del tempo inclemente e delle piogge. A circa 45 chilometri da Urbino, verso il paese di Cantiano, un mulo scivolò in un dirupo verso il fiume Burano e i libri della sua cassa si bagnarono. Il convoglio dovette attendere che i libri fossero asciugati per limitare i danni subiti, che per fortuna furono lievi. Il costo del viaggio ammontò a 250 scudi, ma quella preziosa biblioteca veniva a quel tempo valutata del valore di 15 mila scudi. Dieci anni dopo larrivo dei libri a Roma, nel 1667 (e ancora nel 1779), la Biblioteca vaticana avviò un accurato lavoro di inventariazione, analisi, collocazione e rilegatura dellintero Fondo Urbinate, trattando la biblioteca ducale con tutta lattenzione che meritava per la sua eccezionalità. Si è scritto che “il vero motivo che determinò il trasferimento della libreria ducale alla Vaticana fu certamente la chiara e precisa volontà del Pontefice. In molti documenti è esplicita questa volontà. Le voci sulla vendita della libreria furono diffuse ad arte, per cercare pretesti a che la comunità urbinate loffrisse spontaneamente al papa, in cambio di qualche compenso al Comune”[16].

Nel 1667 molti volumi della preziosa biblioteca urbinate, soprattutto quelli a stampa, confluirono nella Biblioteca Alessandrina di Roma, fondata e inaugurata nel 1667 (dieci anni dopo lassorbimento del ducato dUrbino) per volontà dello stesso papa Alessandro VII, come biblioteca dello Studium Urbis nel Palazzo della Sapienza.[17]

Un esplicito riferimento al destinatario urbinate di questi avvisi lo troviamo spesso nellultima pagina del foglio manoscritto, dove si legge nellestremo lembo sinistro, scritto in piccolo e quasi impercettibile, la parola Urb[in]o. Mi limito, a mo di esempio, a segnalare i 19 casi che si trovano nel solo volume del 1589 e precisamente nelle carte 32v, 34v, 62v, 157v, 221v, 285v, 301v, 319v, 331v, 334v, 366v, 421v, 521v, 524v, 602v, 617v, 639v, 710v, 736v. In un solo caso, alla c. 419v/85 del 4 settembre 1585, si legge più distesamente, accanto alla traccia del bollo di chiusura: “Al serenissimo Duca dUrbino mio Signore”.

Per tale motivo dobbiamo considerare questi avvisi “urbinati” come compilati a Roma per poi essere spediti ad Urbino dai vari “segretari” o “agenti del duca presenti a Roma (come lUguccioni, il Torres, il Graziosi...). Non abbiamo invece in questi codici urbinati altri avvisi di “segretari” dello stesso duca presenti in altre corti dItalia o dEuropa (come ad es. il Borgaruccio residente a Venezia). Si può anche aggiungere che certi avvisi sono stati compilati dalle agenzie romane appositamente per il Duca di Urbino: ne fa fede lavviso del 21 dicembre 1588, un normale avviso come gli altri e con le stesse caratteristiche, ma che alla fine, parlando delle vicine feste natalizie, tradisce senza ombra di dubbio il destinatario urbinate: “Il Pontefice essortò da poi i Cardinali a communicarsi le prossime feste di Natale, che Iddio conceda felicissime a Vostra Altezza, et a tutti della sua Serenissima casa” (c. 642r/88).

Dietro i termini

Gli avvisi, intesi come fogli manoscritti con brevi notizie o informazioni riguardanti persone e fatti di una o più città e scritti di solito su un foglio doppio di quattro pagine con lindicazione della città e della data, cominciarono a circolare già a metà del Cinquecento[18]. Al termine di avviso si affiancano altri termini, come “gazzetta”, “reporto, “retorno”, “nova”, “romore”.

Il termine italiano “avviso” (o “aviso”) cominciò ad usarsi a Roma dal 1554 con notizie venute da Anversa e il termine fu esportato anche in Germania, dove dal 1609 cominciò ad apparire nel periodico tedesco “Aviso. Relation oder Zeitung”[19] .

Il termine “gazzetta” (che senza dubbio ha avuto più lunga durata nella storia della comunicazione) viene dal dialetto veneziano, dal momento che a Venezia i fogli manoscritti venivano acquistati con una moneta da due soldi che si chiamava gaxeta, italianizzato poi in gazzetta[20]. Successivamente, il termine passò a indicare qualsiasi giornale periodico (con lo stesso nome anche in altre nazioni europee) recante le notizie che meritassero di essere conosciute dagli abitanti di una città e del suo territorio. La gazzetta veneziana (solitamente confezionata nel Cinquecento nel sestiere di Rialto al Calle degli Scrittori) si distingueva dai fogli più ufficiali e controllati che venivano scritti presso il rione di San Marco, per cui la gazzetta aveva una pessima reputazione a Palazzo ed era stimata come un foglio di informazione di scarsa affidabilità, quasi una raccolta di pettegolezzi cittadini. Subito il termine gazzetta è entrato come vocabolo nel linguaggio delle altre lingue europee ed è arrivato fino ai nostri giorni. Non pochi giornali hanno ancora questa intestazione, compreso lodierno quotidiano di Venezia, “Il Gazzettino”, fondato nel 1887. Il mondo delle gazzette di Rialto è citato anche da Shakespeare nella sua opera teatrale “Il mercante di Venezia”, quando fa chiedere al personaggio Shilock se fossero arrivate le notizie da Rialto (“news from Rialto?”, scena III). Per vedere in Italia una gazzetta non più manoscritta ma stampata si dovette attendere il 1636, quando il granduca toscano Ferdinando II, concesse a Lorenzo Landi e Amatore Massi di stampare una gazzetta a Firenze. Seguirono Genova nel 1639, Milano nel 1640[21].

I termini “reporto” o “retorno”, accentuano maggiormente il trasferimento delle notizie da una città allaltra, quasi come risposta ed eco di altre notizie inviate: “Rapporti ordinarij correnti sin questo dì...” (c. 554v); “Avisi. Reporti ordinarij” (c. 531v)”. Spesso viene usato il termine “rumore”, quando la notizia riportata veniva giudicata come ancora incerta, un po confusa e contraddittoria, quasi sempre perché proveniente da zone troppo lontane o di guerra o politicamente instabili: “Di Francia con lordinario confermano li rumori scritti con le passate lettere...” (c. 155r/89).

La geografia degli avvisi

È facile immaginare lenorme flusso di notizie che giungevano a Roma da tutta lEuropa e avevano come destinazione anzitutto il papa e la sua curia romana. Ma arrivavano anche lettere e dispacci destinati alle varie ambasciate dei paesi accreditati presso il papa, ai cardinali, alle varie case nobiliari, alle tante case religiose, ai mercanti, e a volte anche direttamente alle stesse agenzie di informazione. Roma continuò ad essere, ancora per tutta la seconda metà del Cinquecento, forse il più importante centro europeo di affluenza e di smistamento di corrieri e corrispondenti, e quindi di raccolta e diffusione di notizie a stampa o manoscritte. E questo perché Roma, per la sua centralità geografica, politica e religiosa, era uno snodo fondamentale di tutte le notizie provenienti sia dai vari Stati italiani che europei, diventando il caleidoscopio di una visione globale dellintero mondo occidentale: Genova governata da Gianandrea Doria; Torino con Carlo Emanuele I di Savoia; la Repubblica di Venezia con il doge Pasquale Cicogna (e Venezia a sua volta raccoglieva e rilanciava le notizie non solo della vivace città, ma anche dal mondo turco, persiano, russo, tedesco e polacco); il granducato di Toscana con Francesco I prima e Ferdinando I de Medici dopo; il ducato di Parma con Ranuccio Farnese; il ducato di Mantova con Ferdinando Gonzaga; il ducato di Ferrara con Alfonso II dEste; il ducato di Urbino con Francesco Maria II della Rovere; il regno di Napoli con i viceré spagnoli; la Francia con il Re cristianissimo Enrico III; la Spagna con il Re cattolico Filippo II; il Sacro Romano Impero con limperatore “cesareo” Rodolfo II dAsburgo; lInghilterra con la “eretica” regina Elisabetta; i Paesi Bassi con la Fiandra occupata dalla Spagna e lOlanda alla ricerca della propria autonomia; la Polonia con il re Stefano prima e Sigismondo III dopo; il grande Impero turco-ottomano con il “Gran Signore” Murad III.

Le notizie si intrecciavano da più luoghi contemporaneamente: Da Napoli sintende che...” (c. 205r/85); “Avisano di Torino, che...” (c. 45v/86); “Per avisi di Genova sintende che...” (c. 85r/86); “Qui [da Venezia] sha avviso da Firenze, venuto là da Siviglia, che...” (c. 184v/86); “Era arrivato aviso di Olanda, come...” (c. 407v/86); “Lettere di Praga per via dAugusta non dicono altro se non che...” (c. 536v/87); “Lettere di Londra delli 10 del presente dicono che...” (c. 17r/87); “Di Fiandra scrivono...” (c. 47r/88); “Sintende da Malta che...” (c. 76/88); Di Candia sintende...” (c. 132v/88); “Alcuni tengono aviso, che in Svetia...” (c.188v/88); “Per lettere di Monaco in Baviera delli 22 passato si conferma, chel Moscovito mandasse li 50 mila Tartari scritti in Lithuania...” (c. 202v/88); Vien scritto da Roano del 2 di settembre et di Parigi delli 3 et da Bruges delli 4, et di Londra di 24 del passato, che...” (c. 465/88); “Delli 6 di questo di Lione, delli 3 di Parigi, et 24 del passato di Londra, sintende...” (c. 470v/88); DAmburgo avisano, che...” (c. 61r/89); “Di Colonia scrivono, che...” (c. 112v/89); “DAugusta scrivono delli 18 del presente, che in Alemagna...” (c. 113r/89); “Sabbato mattina per via di Milano ci furono lettere estraordinarie di Lione del 19 che ne accusano di Parigi del 14 et 15 con aviso, che...” (c. 284v/89); “Alcuni avisano dAnversa che ...” (c. 297r/89); “Altri mostrano lettere di Barcellona delli 19 del passato con aviso, che...” (c. 427/89); “Parlasi delle cose di Portogallo...” (c. 452v/89); Sintende da Basilea, che li popoli di Berna si erano sollevati...” (c. 720/89); “Il Serenissimo di Ferrara ha mandato le lettere...” (c. 14r/90); “Lunidì mattina giunsero lettere di Costantinopoli di 10 passato...” (c. 26v/90); “Il Re di Polonia, come scrivono con lultime di Craccovia...” (c. 29v/90); “Per lettere di Modena...” (c. 60r/90).

Ma le notizie arrivavano anche dal nuovo mondo delle Americhe e dall’Estremo Oriente, dal momento che addirittura nel 1585 giungono a Roma alcuni ambasciatori giapponesi[22].

Uno scrittore di avvisi annota: Roma tutto sa, et nulla tace” (c. 210v/86), perché “la misura del tempo si era trasformata e la corsa per informare, trasportare merci e passeggeri, collegare luoghi lontani indica, se non delle vittorie, certamente dei progressi notevolissimi”[23].

La “fabbrica” degli avvisi

Ma per muovere le notizie occorre anche una organizzazione.

Già dal Medioevo lEuropa poteva contare su un sistema dinvio delle notizie ad opera di imprenditori privati. “Documenti della fine del Trecento e del secolo successivo attestano organizzazioni evolute di corrieri e di mastri di posta in grado di gestire la corrispondenza in tempi rapidi lungo itinerari che stavano progressivamente estendendosi: da Milano occorrevano 26 giorni per Londra, 16 per Parigi, 18 per Barcellona, 11 per Roma, 4 per Venezia. Nel corso del Quattrocento il sistema andò perfezionandosi, sicché, quando agli inizi del Cinquecento la famiglia dorigine bergamasca dei Tasso riuscì ad assicurarsi lappalto dei servizi postali dellImpero, poteva contare su modelli sperimentati e sicuri a cui fare riferimento... Fu allora che venne a stabilirsi quel legame tra i servizi di posta e le notizie[24].

Una volta giunte a Roma (ma anche a Venezia o Praga o Madrid, ma cito soprattutto Roma per rimanere nello specifico dei nostri avvisi “urbinati-romani”), iniziava un processo di elaborazione molto simile a quello di una sede moderna di un giornale. I gazzettieri costituivano delle piccole redazioni, vere e proprie agenzie di informazione, che nella seconda metà del Cinquecento a Roma erano collocate nel popolare e centrale rione di Parione, oggi una traversa di via del Governo Vecchio, vicino a piazza Navona[25].

Anzitutto il primo problema di unagenzia era il recupero delle notizie, a cominciare di quelle che giungevano dallItalia e da tutta Europa, ma anche gli scritti ufficiali emanati dal governo (bandi, decreti, lettere, rapporti giudiziari, nomine, spostamenti di incarichi...). Occorreva andare alla scoperta delle notizie minute, forse poco importanti ma comunque preziose per solleticare la curiosità e il prurito del pettegolezzo. Daltra parte era proprio la smania del pettegolezzo che faceva vendere ancor più copie di un avviso. Cera bisogno quindi di un fiuto particolare e una maestria consolidata dallesperienza. Certamente a Roma (come altrove) era molto importante avere le giuste amicizie presso coloro che dicono di sapere” (c. 368r/87), per poter carpire notizie riservate o nuovissime: occorrevano le giuste entrature presso i personaggi ragguardevoli e anche essere amico di un amico, come quando una notizia viene data per certa semplicemente perché lestensore del foglio frequenta la casa di un famoso monsignore romano (“il scrittore è suo continovo commensale”, c. 326 r/87), come per dire che se spesso mangia con lui, è più che sufficiente dargli credito!

A volte per conoscere lultima novità ancora inedita bastava prendere al volo una mezza parola pronunciata da un cardinale o un accenno fatto da un ambasciatore, anche se poteva accadere che qualcuna di queste notizie appena abbozzate o sussurrate ci ricamava sopra, ci vedeva fantasiose connessioni, ci costruiva personali congetture spacciandole per certezze, creando in questo modo opinioni che spesso diventavano notizie certe presso le corti e il popolo, sempre avidi di novità. Negli avvisi costoro sono chiamati, con una certa ironia, “speculativi” (c. 400v/87).

Questo recupero delle notizie non era un lavoro facile, soprattutto per la grande varietà (e spesso contraddittorietà) dei canali informativi. Comunque a Roma e Venezia le notizie si pescavano bene, e “le statue parlanti del Pasquino e del Gobbo, i portici di Rialto, le vie più frequentate vicino alle dimore dei grandi prelati e agli uffici pubblici, o i quartieri degli affari, dei fondachi e delle banche, costituirono altrettanti crocevia e portifranchi di una letteratura che venne via via guadagnando un pubblico curioso di novità”[26].

Alla varietà delle notizie doveva però seguire un necessario lavoro di revisione, vaglio, confronto, riadattamento, assemblaggio, per poter creare una cronaca il più possibile ordinata e sicura dei fatti.

Dopo aver reperito il materiale in qualsiasi modo possibile, si doveva passare a stilare una cronaca quanto più fedele e veritiera dei fatti vicini e lontani, una cronaca che si potrebbe chiamare “ufficiale”, tale cioè da poter essere divulgata senza alcuna censura e senza entrare in problemi da embargo, o in segreti conosciuti solo ai detentori del potere. Certamente tale cronaca “ufficiale” non esauriva il vasto mondo delle notizie, perché non era facile parlare di quelle più delicate e nascoste nei maneggi politici. Un esempio di questo mondo parallelo di notizie riservate ce lo da un “intimo” (cioè segretario e ambasciatore) del duca dUrbino a Roma, Grazioso Graziosi, che in una lettera datata l11 giugno 1588 chiede al suo padrone qualche notizia extra, di quelle che non si potevano leggere negli “Avisi publici”: Io non vengo da Vostra Signoria per esserli manco molesto, ma la supplico a favorirmi di qualche cosa di quelle notizie di Francia che non vanno per gli Avvisi publici, et si possano dire a pari miei. Spetialmente dessidero sapere, se sia vero, chel Re...” (c. 263r/88). E il Duca laccontenta e fa stilare da uno scrivano due pagine di notizie “riservate”.

La cronaca era compilata in una successione di notizie in base al luogo di provenienza delle notizie stesse: anzitutto venivano stese quelle di Roma, alle quali seguivano, con un ordine quasi standardizzato, quelle di Anversa per le Fiandre e lOlanda, quelle di Colonia e Augusta per la Germania e il Nord Europa (Scandinavia, Danimarca e Moscovia), quelle di Praga per limpero asburgico e la Polonia, quelle di Lione (più di Parigi) per la Francia, quelle di Madrid per la Spagna e territori italiani da essa governati, quelle di Venezia per la Serenissima e limpero ottomano e tutto il Levante (Balcani, Grecia, il vasto impero ottomano, la Persia). Il tutto in una sequenza e successione continua[27], senza apposizione di titoli ma solo di nomi di città con le relative date, formando in tal modo una cronaca molto simile ad uno zibaldone di notizie.

Si trova a volte che lo stesso fatto di cronaca è stato stilato da due diversi estensori a distanza di un giorno, forse allinterno della stessa agenzia: “dimane haverà Concistoro pubblico” (c. 238r/85); “questa matina ha avuto Concistoro publico” (c. 244v/85).

Le “agenzie giornalistiche” del Parione si comportavano come veri e propri laboratori di scrittura, in stile quasi industriale, con coloro che erano addetti al reperimento della carta, altri alla stesura del testo, altri alla copiatura del testo (anche fino a 50-70 copie), altri poi alla vendita e altri alla spedizione, a disposizione di un mercato sempre più florido e avido di notizie. “Gli investimenti erano irrisori: bastava un po dinchiostro, qualche foglio di carta e un angolo più o meno tranquillo dove operare... Il copiare testi poteva costituire unattività integrativa a margine di impegni diversi che richiedevano qualche dimestichezza con la scrittura. Così poteva accadere a maestri di scuola, a impiegati in pubblici uffici, a religiosi in conventi o monasteri”[28].

La eterogeneità dei copiatori si nota nella molteplicità delle grafie che si susseguono: alcune hanno ancora quella classica bellezza della scrittura del Cinquecento, dal bel tratto e dalla lettura chiara e facile (come i ff. 517r-v/85 oppure il c. 543r/85); altre invece risentono della grafia già seicentesca, più trasandata, “barocca” nei segni svolazzanti che rendono più difficile la lettura; altre grafie poi risultano quasi illeggibili. Esempi di pessima grafia sono (nel solo volume del 1586): 92r-v; 100r; 109r, 133v, 185v, 193r, 209r-v; 216r-v). Alle differenti grafie si aggiunge la diversa padronanza della grammatica, delluso della punteggiatura, del modo di fraseggiare e di riportare i nomi (ad esempio Guisa o Ghisa o Gisa...).

Gli avvisi uscivano con una regolare cadenza settimanale[29] e sembra che il giorno di uscita degli avvisi fosse il sabato, per essere pronte per lo smercio di fine settimana, stando almeno a certi indizi: “Sabbato scriverò quel più che potrò saperlo” (f. 394v/86); “Lo scrittore sabbato restò di mandare gli avisi al solito... Questa sera dunque si passarà brevemente et sabbato si supplirà al tutto” (c. 593r/89)[30]. Ogni foglio redatto al sabato continuava la narrazione della settimana precedente, per poi proseguire con il foglio della settimana successiva. Tale cadenza settimanale è il segno di una regolarizzazione del sistema postale europeo, dal momento che tutti ormai sapevano che in un giorno stabilito e ad unora precisa partiva dalla città o arrivava in essa il corriere, per cui la successiva pubblicazione degli avvisi coincideva con questo arrivo dei corrieri. Ed è proprio per questa ormai acquisita periodicità che gli avvisi meritano di essere considerati gli antenati dei giornali, che si basano sulla regolarità di pubblicazione.

Il foglio volante (che oggi provvidenzialmente troviamo rilegati in volumi) permetteva sia una rapida esecuzione che unaltrettanto rapida diffusione. Si usava un tipo di carta facilmente trovabile in commercio e di formato ordinario, anche se non mancano avvisi su carte di dimensioni diverse, specie se provenivano da Francia o da Spagna, con formati più consoni a lettere private (anche di mezzo foglio), vistose piegature, lacerazioni, piccole sporcizie per i passaggi di mano in mano e per la consuetudine dei corrieri di collocarle sotto le vesti.

Quasi sempre la loro conservazione è ottima, anche se non mancano problemi di leggibilità non tanto e non solo per qualche grafia davvero impossibile (qualcuna al limite dellimmaginabile), quanto per lutilizzo da parte dello scrittore sia di inchiostri ferro-gallici che hanno provocato fenomeni di perforazione della carta, sia di un tipo di carta particolarmente porosa, con il conseguente fenomeno dello spandersi dellinchiostro in alcune carte, tale da trasformare le righe in estese macchie nere del tutto illeggibili. Per fortuna uno solo di questi sei volumi presi in considerazione presenta tali problemi, ed esattamente lUrbinate Latino 1054 relativo allanno 1586[31].

Una volta stilata e riprodotta, la cronaca era a disposizione dei compratori (A lettori di questi fogli”, c. 190v/87), degli addetti delle ambasciate, che a loro volta inviavano i fogli alle rispettive corti disseminate in Italia e in Europa[32]. Era normale che vi fosse uno stretto rapporto fra le agenzie di informazione e gli addetti alle ambasciate, perché ciò era di reciproco tornaconto. I gazzettieri avevano bisogno di persone “che sapevano” e che potevano fornire materiale informativo di prima e sicura mano; lambasciatore aveva bisogno di aggiornare la sua corte con le informazioni, sempre nuove e di spedirle con regolarità.

Acquistato il foglio davviso al prezzo di mercato[33], questo poteva ora essere spedito così comera, senza aggiungere nulla e spesso senza neppure leggere il testo, per cui a volte ci si trova nella buffa situazione di incontrare un foglio spedito da Roma ad Urbino con notizie sul duca di Urbino che riportano le notizie provenienti da Urbino![34].

Molto spesso i mandanti degli avvisi (ambasciatori, o addetti allambasciata, o segretari personali o agenti vari) aggiungevano al foglio delle agenzie alcune loro personali riflessioni, o scritte a margine al foglio, o cancellando e correggendo qualche parte del testo, o anche unendo allavviso un secondo foglio personale di commento, riprendendo le varie frasi dellavviso stesso e ampliandole con osservazioni e aggiunte di notizie più fresche (o ritenute più vere) che nel frattempo si erano potuto avere, con veri e propri “post scriptum” (o “poi scritto”) o con alcune significative variazioni temporali, come nella carta 494r/87 dove la parola “hoggi” è stata corretta in “lunedì” o alla c. 756/89 dove si legge “questa mattina” al posto di “hieri mattina”. Si trova anche una simpatica aggiunta di scuse[35].

Incontriamo fra gli avvisi alcuni fogli (quasi sempre provenienti dalla Spagna o dalla Francia o dalla Fiandra) che sono inconfondibili, sia per il loro diverso formato di carta fuori degli standard dellavviso compilato a Roma, ma soprattutto per le loro insolite grafie, il più delle volte illeggibili, oltre che per la loro cronaca redatta in un italiano zeppo di termini stranieri. Un esempio fra tantissimi è il resoconto in prima persona della battaglia avvenuta in Francia fra il Duca di Guisa e i mercenari tedeschi dellottobre 1587 (cc. 491r-v/87). Tali fogli sono stati spesso un vero problema per la trascrizione, e penso di non sbagliare dicendo che sono stati spediti ad Urbino dallagente del duca così comerano, senza neppure cercare di tradurle o riassumerle, ma come pezze dappoggio a conferma delle notizie più ordinate e riassuntive dei fogli delle agenzie romane.

Spessissimo abbiamo doppioni di una stessa cronaca e con la stessa data, quasi sempre collocati uno dopo laltro: molte volte combaciano nelle stesse parole e nelle stesse righe, mentre altre volte vi sono aggiunte di particolari, tagli di notizie o il soffermarsi più a lungo su una notizia tale da renderla più completa e interessante. Un esempio di cronaca doppia ma non uguale è senzaltro il solenne rito della rinuncia al cardinalato del Gran Duca di Toscana, Ferdinando de Medici, fatta in concistoro negli ultimi giorni di novembre o nei primi di dicembre del 1588: mentre una cronaca (c. 615r/88) risente della rigida ufficialità della segreteria papale ed è alquanto asettica e impersonale, laltra (c. 607v e 609r/88) è più generosa nei particolari, più spontanea nel racconto e anche più impietosa nei giudizi formulati senza alcuna difficoltà.

Naturalmente in tutto questo lavoro di recupero delle notizie, selezione di esse e scrittura le numerose agenzie erano in normale concorrenza fra loro, con interessanti retroscena, come laccaparramento dei clienti, il rubarsi le notizie, la copiatura abusiva di fogli, la differenziazione del costo dei fogli... con limmancabile litigio che poteva seguire.

A Roma ricorrevano a tali agenzie non solo le ambasciate o le case nobiliari, ma anche i privati cittadini, spesso per bisogni ed eventi personali, o semplicemente per far conoscere alla città notizie personali o del proprio re o della propria città lontana o semplicemente per spargere pettegolezzi di cui la città era estremamente ghiotta. Nel maggio 1590 lambasciatore di Enrico di Navarra (che era ancora in sospeso se poter diventare re di Francia dopo la morte di Enrico III) fece uso degli amanuensi del Parione, anche contro la licenza accordata dalla curia, per far conoscere a Roma la reale situazione che si stava vivendo in Francia in quei travagliati mesi: “Monsù di Luccemburgh non havendo potuto ottenere licenza dal Cardinale Rusticuccio, ne meno dal Papa, che si stampi la giornata scritta di Francia et vittoria di detto Navarra, tiene occupati tutti li scrivani di Parione in farne molte copie, acciò si publichi” (c. 213v/90).

Un esempio di compilazione di un avviso

Immaginiamoci un “gazzettiere” di Venezia, che ogni settimana deve andare a caccia di notizie per stendere il suo prossimo avviso-gazzetta. Venezia è una città cosmopolita e vi si respira una maggiore libertà di espressione che in altre città dEuropa e, come a Roma, vi affluiscono, attraverso le strade e il mare, notizie di ogni tipo, dispacci ufficiali ordinari e straordinari, editti e decreti di ogni tipo, racconti di guerre e movimenti di eserciti, chiacchiere e pettegolezzi, idee strampalate e supposizioni, come un torrente ricco dacqua dove si può pescare di tutto. È giovedì e nei giorni precedenti ha aspettato i dispacci in arrivo dalle varie città europee e ha anche chiesto e “origliato” presso le segreterie di uffici pubblici e degli ambasciatori accreditati presso la Serenissima. Naturalmente ha usato anche la massima attenzione ai fatti quotidiani della città lagunare e del suo vasto territorio di terraferma che arriva fin quasi alle porte di Milano. Ora è arrivato il momento di stendere la sua nuova relazione manoscritta, e per sabato deve averla fatta copiare perché possa essere pronta per la distribuzione a mano e la vendita.

Siamo a gennaio del 1588. Il 22 è arrivato a Venezia il dispaccio ordinario di Lione, che porta la data del 13 gennaio con notizie fresche sugli eventi della Francia e della corte del Re “cristianissimo”. Informa, tra laltro, del ritorno del re Enrico a Parigi dopo una campagna di battaglie contro gli Ugonotti protestanti appoggiati da Enrico di Navarra e da un forte esercito di mercenari tedeschi ormai allo sbando. Il dispaccio racconta del ritorno trionfale del re vittorioso e del suo Te Deum di ringraziamento a Dio nella cattedrale parigina di Notre Dame. Oltre a questa notizia il dispaccio di Lione parla anche di unaltra piccola vittoria avuta dal duca di Guisa contro un gruppo di Ginevrini e anche della notizia della presunta morte del Navarra. Fermiamoci su queste due ultime notizie.

Il dispaccio di Lione dice testualmente: “Il signor Duca di Guisa col figliuolo del signor Duca di Lorena doppo lhaver messo in rotta tutto il campo nimico se ne sono andati con cinque mila Cavalli a una devotione di S. Ghiodo vicina a Geneva a una in due giornate quali misero non poco terrore alli habitanti dessa Città per diverse volte, quali si risolsero di mandarli a riconoscere con cinque in sei cento Archibugieri della loro Città che se non erano presto a ritirarsi vi restavano tutti benché ne furono prigioni sessanta, che Monsignor di Guisa fece subito impiccare. Li Reistri avanzati che erano al numero de 1800 si trovavano in quel contorno et hebbero tanta paura di Sua Eccellenza che nel voler passare una fiumana con molta fretta se naffogarono da quattrocento, et a popo poco se ne vanno disperdendo... Si va poi continuando la morte del Re di Navarra e questa è grande cosa che doppo il primo avviso non si è mai sentita novella di lui, né dove lui si sia, et sopra questa piazza vi sono mercanti che danno a 25 per cento e dicono che è morto alla fine se ne dovrà pur sapere la verità” (c. 48r-v/88).

Di per sé basterebbe riassumere la notizia e inserirla nella prossima gazzetta, ma invece è sorta una complicazione, perché oltre che al dispaccio di Lione sono arrivate a Venezia anche altre notizie sullo stesso argomento e non proprio del tutto concordi. Da chi sono arrivate? Probabilmente dalla parte avversa, quella degli Ugonotti e di Navarra, o forse dai mercanti di passaggio o da qualche ambasciata europea. Il povero gazzettiere si trova ora a dover stilare la sua cronaca con la percezione di avere fra le mani due verità difficili da vagliare, per cui non gli rimane altro che “personalizzare” il foglio in base alla percezione che ha ricavato dal tutto, non essendo estraneo neppure la sua “simpatia” per luna o laltra parte.

A questo punto i lettori di Venezia (ma anche di Roma) hanno in mano la gazzetta di Venezia del 30 gennaio 1588: “Il Duca di Ghisa, et Marchese di Loreno dopoi la disunione de nemici erano andati ad una devotione di S. Claudio doi leghe presso Genevra con 3 mila Cavalli, li quali havevano messo gran terrore a quella Città, di dove essendo usciti 500 pedoni per riconoscere il nemico, corsero gran pericolo dessere tagliati a pezzi restandone da 60 pregioni che furono subito impiccati. Gli Raitri che si trovavano in quel contorno per paura volendo fugire nel passare uno fiume serano annegati da 400 di loro. Navarra era vivo, et le sue genti disfatte” (c. 49r/88)

Il foglio venuto da Lione e lavviso stilato a Venezia parlano dello stesso fatto, ma in realtà a Venezia la notizia è stata ricomposta e modificata. Sorvolando sullinsignificante differenza del nome Ghiodo-Claudio, le due notizie differiscono però nei numeri (3 mila contro 5 mila cavallieri; 500 pedoni contro cinque o seicento archibugieri) ma soprattutto divergono sulla dibattuta notizia circa la vita o la morte del Navarra: dalla Francia viene ancora ribadito il dubbio, nellattesa di ulteriori conferme, mentre da Venezia si dice categoricamente che egli è vivo.

Poiché da questo momento il foglio di Lione e il foglio di Venezia circoleranno ambedue per lEuropa e arriveranno a Roma (come in effetti arrivarono), è evidente che le notizie che vi si leggono assumono i contorni della imprecisione e del dubbio e alimenteranno a loro volta altri avvisi colmi di “si dice che...”, “da Venezia viene la nova che...”. E nel corso del suo lungo cammino la stessa notizia (da Madrid a Costantinopoli) forse si modificherà ancora, almeno per alcuni giorni, con immancabili altre “personalizzazioni”, come succede con le chiacchiere circolanti in un vicolo romano o in una calle veneziana che si modificano di bocca in bocca. E questo sempre nellattesa di un prossimo dispaccio che finalmente confermi ogni cosa.

Fogli pubblici e fogli separati

Nel volume del 1588 si trova un breve scritto, collocato sul retro della carta 106v. La grafia non è quella del menante che ha scritto lavviso, ma di Grazioso Graziosi, segretario-agente del duca dUrbino presso il papa, che regolarmente raccoglie gli avvisi venduti sulla piazza romana e li invia alla corte urbinate. Egli scrive: “Ho avvertito costui, che scriva certa sorte di cose in fogli separati, et perché per non scoprirmeli troppo, non li dichiaro ben bene i particolari, mi scrive anco in questi fogli separati, delle cose che si potriano lassar vedere, pure questo è minore errore, che di mettere quelli che non si vogliano lassar vedere nel foglio publico. Questa a punto è stata una delle sere che il copiarli era impossibile”.

La frase non è limpida e scorrevole, ma si capisce comunque che non sempre un avviso circolante e ufficiale trovato sulla piazza (qui chiamato “foglio publico”) è preso, pagato e inviato a destinazione così comè, ma viene prima letto, chiosato, cancellato nelle notizie ritenute false o poco importanti, riscritto in bella copia da altri amanuensi e finalmente inviato. Il responsabile dellinvio, infatti, chiede alle agenzie che compilavano gli avvisi di poter disporre di alcuni “fogli separati” per le notizie più delicate o incerte o comunque da rivedere e “che non si vogliano lassar vedere nel foglio publico”. Ciò si legge anche alla carta 340v del 1587, in cui si afferma candidamente che: “questo foglio separato io lo facirò fare di cose che non mi parano da vedersi da tutti”. Può capitare per vari motivi che tale lavoro di cernita e di “pulitura” delle notizie non sempre era possibile, per cui, come abbiamo già visto, il responsabile avvisa il duca che “questa a punto è stata una delle sere che il copiarli era impossibile”.

Certamente la pulitura e ricopiatura non era cosa facile, specie dei fogli che venivano da Oltralpe, che spesso usavano un italiano stentato, sgrammaticato, senza luso della punteggiatura o delle maiuscole, per cui più di una volta il copista deve candidamente aggiungere la frase: “Né anco nelloriginale sintende” (c. 509v/89).

Gli scrittori degli avvisi

Scrive lOrbaan: “Chi ci sfugge quasi sempre, anche nella lettura diligente di molti volumi d“avvisi”, è lautore... Egli si avvolge in un certo mistero, rinunzia spesso alla propria personalità”[36].

Lanonimo estensore degli avvisi si sente, a suo stesso dire, “lAutore” per eccellenza: “Teme lAutore a dir le cose prima che siano successe” (c. 294r/85); “Tiene lAutore per certo, che...” (c. 540v/85); “Volendo lauttore di questi fogli...” (c. 270r/86); “LAutore aggiunge allo scritto che...” (II, c. 593r), oppure: “Non si ricorda lAuttore di havere scritto, che...” (II, c. 596v), o Non prima che hora ha inteso lAutore che...” (c. 337v/87).

Spesso invece si presenta semplicemente e vagamente come “Scrittore”: Lo Scrittore non crede che sia vero...” (c. 25r/86); “Lo Scrittore sabbato restò di mandare gli avisi al solito...” (c. 593r/89); “Lo scrittore questa settimana sarà breve...” (c. 84r/90).

Una sola volta ho trovato negli avvisi del 1586 il termine “Paragrafanti” (c. 242r/86), usato dallo stesso scrittore per definire gli altri suoi “colleghi”, con una punta polemica a motivo del loro disaccordo su un caso di condanna a morte.

Ma il termine senza dubbio più usato per indicare lo scrittore degli avvisi e delle gazzette è quello di “Menante”: “Avvisi regolari del novo Menante al signor Veterano” (c. 286v/85); “Alcuni Menanti tengono aviso...” (c. 356v/87); “Il Menante è male informato...” (c. 128r/87); “Alcuni Menanti tengono aviso di Colonia” (c. 356v/87). Letimologia del nome è controversa. Forse derivante dal latino “amanuensis”, cioè colui che ricopia un testo; forse lo si può collegare a “colui che mena”, cioè conduce e dirige lopinione pubblica, o forse è la derivazione dalla parola latina medievale “mina”, che indica lintrigo e la macchinazione, per cui il “menante” sarebbe colui che con lo scritto diventava lintrigante della penna, che complottava contro altri. Tale significato negativo sembra più convincente, perché combacia con la brutta fama che aveva il “menante” e ci aiuta a motivare la repressione che lautorità usò verso costui, visto come produttore di libelli diffamatori, calunniatore e rozzo polemista. Sotto questa veste infatti il menante appare nelle bolle pontificie e nei decreti e bandi degli Stati, che non sono affatto teneri con questa “setta di uomini illecitamente curiosi” (vedi qui sotto la bolla di Pio V). Era comunque un uomo sospettato di curiosare troppo e di essere spesso fomentatore di calunnie e diffamatore per mestiere, e tutto ciò per ricavarne profitto economico: “I compilatori di tali effemeridi, che in Roma chiamavansi Menanti, passavano la vita ad origliare in Banchi e nelle anticamere cardinalizie, traendo non piccolo profitto dal loro mestiere”[37].

A Roma i papi della seconda metà del Cinquecento furono molto duri in generale con la “menanterìa”, allo scopo di controllare questo fluido e versatile (e quindi pericoloso) mondo della comunicazione, vedendo in esso solo un possibile veicolo di falsità, di dicerie e di calunnie.

Il 17 marzo 1572 Pio V emanava la “Constitutio contra scribentes, exemplantes et dictantes monita vulgo dicta gli Avisi et Ritorni[38].

Il testo dice: Nessuno, di qualsiasi genere, dignità anche ecclesiastica, stato, grado, condizione o importanza, si permetta o presuma di rivelare, trattare, dettare, scrivere, copiare, tenere o inviare libelli famosi o lettere chiamate popolarmente “Lettere di Avisi”, contenenti insulti, ingiurie o offese alla fama e allonore di qualcuno, o altre scritture che mettono sconcerto per le cose future o che rivelano notizie che sono materia di trattazione segreta da parte nostra o di altri incaricati nella gestione della Chiesa universale, anche se tale materiale fosse giunto nelle proprie mani da altre provincie, città, paesi o villaggi[39] ... Essendo sorta da non molto tempo una nuova setta di uomini illecitamente curiosi, i quali propongono, accettano e scrivono ogni notizia riguardante gli affari pubblici e privati, o di cui vengono a conoscenza o che per loro malignità inventino, tanto del proprio paese, quanto dallestero, mescolando senza alcun ritegno il falso, il vero e lincerto... e la maggior parte di loro, anche per un vile guadagno, spediscono di qua e di là queste notizie raccolte dalle voci del popolo, dopo aver fatto piccoli riassunti e senza nome di chi li scrive... Noi, volendo togliere di mezzo questi inconvenienti... proibiamo che nessuno osi in futuro compilare siffatti riassunti, né voglia ricevere, copiare, diffondere o spedire quelli composti da altri...”[40].

In un concistoro di cardinali del 2 marzo 1572 Pio V disse senza mezzi termini che vi erano di quelli “che scrivono nove, rivelando li segreti, dicendo che scrivevano delle imperfetioni altrui, et che vi mescidavano di molte bugie, et con non poco scandalo, cosa che non era da tollerare”[41].

Tale proibizione fu ripresa di sana pianta dal successore Gregorio XIII, con la bolla “Ea est”, del 1º settembre 1572 (“Contra famigeratores et menantes”), e da Sisto V con il bando del governatore di Roma del 10 ottobre 1586: Bando Contra li Calunniatori e detrattori della fama e honor daltri, in lettere davisi, o altrimente” (vedi foto a pagina XXII)[42].

Questa diffidenza dei papi nei confronti della menanteria in genere (considerata come “scioccarie di Banchi) ci turba non poco, ma dobbiamo pensare che “ogni semplice informazione a Roma, regno della pasquinata, facilmente degenerava nel “libello famoso”, vale a dire nella notizia che intaccava la fama, cioè il buon nome altrui, o soprattutto perché essendo inconcepibile la libertà di informazione, appariva un vero attentato contro lautorità anche la semplice indiscrezione”[43].

Quindi “la severità di tali primi interventi va relativizzata in riferimento ai destinatari e in funzione della qualità delle scritture poste in commercio. Più che gli avvisi pubblici ordinari, erano altri scritti, spesso presenti nei repertori dei menanti, a cadere sotto osservazione, come le relazioni più ampie di carattere politico, le predizioni e le composizioni satiriche e infamanti, queste ultime molto ricercate soprattutto a Roma, dove venivano regolarmente utilizzate nelle schermaglie politiche tra fazioni contrapposte... Paolo Alessandro Maffei, biografo settecentesco di Pio V, ricordando quel provvedimento del 1572 lo giustificava con la necessità di punire coloro che con libelli calunniosi e “avvisi segreti” avevano in più occasioni fomentato discordie feroci”[44]. Un avviso del 1570 riferisce che Pio V si scagliava contro gli eccessi e non contro chi scriveva “le cose pubbliche senza detraher alcuno”[45].

Naturalmente il controllo della stampa e degli scritti in genere fu anche un problema di tutti gli altri Stati. Sistemi di censura furono istituiti in Spagna, Francia, Germania, Inghilterra. Qui Enrico VIII promulgò il “licensing system” (letteralmente “sistema di licenze”) per controllare i libri pubblicati, come fece pure il suo successore Edoardo VI. Anche Elisabetta I condusse un serrato controllo attraverso il tribunale della Camera Stellata. A Venezia il Consiglio dei Dieci l8 febbraio 1572 emanò una ordinanza che è molto simile a quella di Pio V[46]. Lo stesso avveniva in altri Stati italiani: “Come a Venezia, il tentativo di imporre un controllo preventivo sugli avvisi si era avuto in vari altri Stati. Nel 1631 a Napoli il Consiglio Collaterale aveva disposto la verifica dei fogli ivi redatti. Provvedimenti analoghi erano stati presi a Genova nel 1634[47].

Da queste bolle papali e dai decreti veneziani si nota che il potere considerava i menanti come scrittori pericolosi, “pestiferi huomini” e di conseguenza comminavano pene pesanti: galera, bando e addirittura morte, equiparandoli ai ladri e ai sicari, senza distinguere troppo fra i mistificatori e gli scrittori professionisti degli avvisi di cui ci occupiamo: “E comunque, che spesso alcuni menanti fossero personaggi di pochi scrupoli pronti a vendere la propria penna a questo o a quel partito, se non inventori di notizie false ma di largo successo o addirittura pornografi è certamente assodato”[48].

Negli avvisi si conosce il nome di almeno un condannato a morte come “novellante”: don Annibale Cappello, giustiziato il 14 novembre 1589: “Questa matina è stato appiccato in Ponte quellAnnibale Cappello di cui si scrisse, dopo essergli tagliata la lingua, et la mano, inchiodate poi in cima alla forca” (c. 579r. /89) e sulla forca si poteva leggere come motivazione della condanna: “Falso menante et detrattore per moltanni dogni grado di persone, con disprezzo et derisione de Santi, facendo professione di tenere et mostrare con gran scandalo figure oscene in ogni atto libidinoso, et diffamato di havere mandato avisi a Principi heretici” (c. 478v/87). E fu proprio dopo questa condanna che uscì un editto denominato “corrige”, proprio per dare regole ancora più precise agli scrittori degli avvisi dopo il precedente bando del 1586: “Per nuovo bando uscirà il tema corrige, overo riforma in istampa sopra lo scrivere avisi” (c. 482r/87). E a Venezia in quegli stessi anni era stato incarcerato un Frate di San Steffano bandito per novellante” (c. 413v /87).

Non era quindi facile per i menanti scrivere e rimanere a Roma, soprattutto allindomani di un giro di vite nei loro confronti da parte del papa. Era più probabile che se ne stessero defilati per qualche tempo (almeno quelli che erano più sfacciatamente “pasquinanti”) in attesa di qualche assoluzione generale o di normale ripresa della quotidianità. A riguardo lagente romano di casa Savoia scriveva così al suo duca il 14 maggio 1576: “Quanto agli avisi V. E. non si meravigli se non glie ne mando, perché la Menanteria è fallita, et tutti gli Menanti sono profughi; quando ritorneranno, che pur si spera la remissione, non mancarò di servirla”[49].

Dobbiamo riconoscere che nella seconda metà del Cinquecento furono ingiustamente equiparati i menanti scrittori di avvisi ai libellisti e diffamatori. Sarà poi il tempo a chiarire la loro distinzione e ai primi del Seicento si arriverà ad assegnare sempre più una giusta reputazione di professionalità agli avvisi e alle gazzette.

Lanonimato degli scrittori

Con queste premesse e con la presenza di tali bandi severissimi era pericoloso uscire allo scoperto e tanto più firmare le cronache degli avvisi, specie quelli che riportavano notizie poco lusinghiere al potere. E ne è ben cosciente uno di questi estensori, che, almeno una volta, si sfoga e svela qualcosa di sé e del suo difficile mestiere, tra laltro pagato miseramente: Sono gran cose quelle, che si dicono a Palazzo circa alle mutationi, et alterationi di persone, et de governi, ma perché questo Principe non ha rispetto ne a Cardinali, ne a coronati Ambasciatori, teme lautore tanto maggiormente a dirle prima che siano successe, per fuggire lo scoglio della galera a posta di quattro baiocchi mal pagati et ben guadagnati, per questo essercito dello scrivere in simil genere” (f 294r/85).

Non possiamo nascondere un certo dispiacere per non poter conoscere coloro che si celano dietro lanonimato, ma capiamo che tale espediente era dovuto a precise motivazioni.

Anzitutto era difficile mettere il proprio nome in fondo a fogli che riassumevano fatti disparati, ripresi da fonti diverse e ricucite in modo non sempre sequenziale e senza alcuna pretesa letteraria. Infatti ci troviamo di fronte ad una letteratura che potremmo chiamare di secondo ordine, anche se essa oggi ci intriga e ci affascina moltissimo per la sua forte carica storica e perché alcune relazioni sono vere pagine di letteratura minore, scritte con padronanza della lingua, con esperti giochi di parole, con citazioni di autori classici, rimandi a versetti biblici o a canoni giuridici che denotano una cultura che va oltre il semplice cercatore di notizie.

Ma soprattutto lanonimato consentiva di riportare anche le notizie non sempre gradite allestablishment o comunque pericolose se esposte in prima persona. Lanonimato consentiva quella certa sincerità tipica delle pasquinate romane, anche se nei nostri avvisi esiste un autocontrollo che non va mai oltre il consentito. Una volta addirittura è lo stesso autore degli avvisi che, consapevole che i suoi fogli trattavano argomenti troppo delicati, scrive nel retro del foglio: “Non li lasciate vedere” (c. 594v/86).

In fondo i nostri menanti sono sempre buoni cristiani, nutrono rispetto e stima per il papa e giudicano “cattolicamente”, per cui la regina Elisabetta dInghilterra è quasi sempre bollata come “perfida eretica” e gli Ugonotti francesi sono considerati dei “ribelli” e così via.

Ciò non toglie però che negli avvisi sia presente un desiderio di sincerità e quel pizzico di libera sfrontatezza che spinge a guardare dentro gli avvenimenti con un certo atteggiamento critico. Già raccontare le cose come stavano, senza tanti filtri e compromessi, era unoperazione di onestà intellettuale, ed è piacevole leggere alcune notizie, anche piccanti, con quella sottile ironia tipicamente romana: “Il Duca di Sora, et il Marchese Altemps vanno pensando di volere per amore smontare da cavallo prima che siano astretti a smontare per forza” (c. 232v/85); “Il cavalier Paggiotto carcerato confessa di havere rubbato solamente 70 mila scudi nel carico che haveva in Ancona, maravigliandosi hora, che non avendo mai fatta altra professione che di rubbare a Principi, lo voglino castigare per tal virtù” (c. 251v/85); A proposito di una signora romana, famosa per i suoi facili amori, si legge: “Fra due giorni la signora Clelia Cesarini col figlio lasciarà vidua Roma per un pezzo del migliore che havesse in materia di Venere et damore, retirandosi ad un suo castello, lontano 40 miglia da gli occhi che lamavano, a passare un caldo per trovarne unaltro” (c. 303v/85). Sul regno di Francia, diviso fra il Re e il Navarra, lanonimo menante annota saggiamente: “Summa summarum è che questo Regno se ne va in pezzi, et che chi più potrà più nhavrà. Le acque si turbano e presto si pescherà” (c. 423v/85). Sui nobili e baroni del Regno di Napoli, ormai del tutto esautorati dal potere dal governo spagnolo, il cronista ironizza sui loro titoli nobiliari, descrivendoli come puro fumo che sale da un turibolo: Essendo rimasto a i Principi di Regno horamai nientaltro chel turibolo del fumo delli titoli, par loro cosa insopportabile chel vento dellinvidia spagnola disperda anco questa loro prezzatissima suffomigatione” (c. 498v/85). Non si va per il sottile neppure con i cardinali: “Giunse laltra sera con bella comitiva il Conte Alfonso da Nuvolara in casa del Cardinale, che più tosto si deve chiamare Oste, che Este” (c. 505r/85). A proposito di un progetto del papa, che la corte non vedeva di buon occhio, il cronista dice con finezza: “Videbimus (disse il cieco)” (c. 293v/85). Quando papa Sisto emise leditto che tutti i vescovi titolari di diocesi dovevano ritornare nelle loro sedi e risiedervi stabilmente, il menante paragona la novità al diluvio universale: “Non fu tanta la confusione, et lo scompiglio fra i storditi Caldei alla nuova del futuro diluvio, quanto è quella di questa corte fra i deambulatori alla residenza” (c. 505r/85) e dà ragione al papa scrivendo: “costoro son più resistenti, che residenti” (c. 523r/85).

Un assoluto anonimato occorreva anche se si voleva essere sinceri contro i potentissimi Spagnoli presenti a Roma e che volevano circuire il papa nella sua difficile decisione sui problemi di Francia: “Fanno li zelanti della Religione Cattolica et per dimostratione di ciò operano con professione et minacce di essere scismatici, non volendo obedire al Vicario di Cristo... Mai, né li Neroni, né li Diocletiani, né quanti perseguitorno la Chiesa di Dio, si troverà che tentassero di convertire in loro lautorità pontificia” (c. 107v/90).

È interessante notare come in tutti questi casi lanonimo menante usa un linguaggio libero da ogni formalità, da ogni regola di galateo, da ogni schema letterario, da ogni sintassi formale, liberando la penna e collegandola con la satira pungente, con il sottile sarcasmo. Non per nulla nello stesso rione del Parione dove erano collegate le agenzie di tali scrittori vi era la famosa statua di Pasquino, con i suoi fogli irriverenti ma sinceri!

Ecco una bella pagina sul tema dellanonimato del menante:

“Chi ci sfugge quasi sempre, anche nella lettura diligente di molti volumi d“Avvisi”, è lautore. Il suo incognito è un grave impedimento per che noi possiamo servirci con franchezza dei suoi scritti. Egli si avvolge in un certo mistero, rinunzia spesso alla propria personalità, nasconde le impressioni più nobili o spontanee, conoscendo troppo bene la forza maggiore del “luogo delle giustizie”, Tor di Nona ed altre vicinanze del terribile ponte SantAngelo... Con un autore così al buio la conversazione procede a stenti. Talvolta scatta in espressioni crude, mentre generalmente fa la cronaca degli scandali con aristocratica riserva, adoperando il latino là dove parla di argomenti umili o procaci. Punge da buon seguace dellAretino ed è di una crudeltà tale nel riferire le terrorizzanti scene del patibolo... La scrittura monotona degli “Avvisi”, per interi volumi, con la stessa calligrafia, non ci avverte mai dove la strada dei fattarelli sbucherà in un vicolo dove si scambiano silenziose pugnalate. Da un banchetto si passa ad una posterula Tiberina... Ma più verace, più realista, più forte autore diviene il “menante” dove non fa che accennare gli avvenimenti con poche parole. Così ci lascia sbalorditi che tali fatti fossero, per lui e per gli altri, la vita di ogni giorno”[50].

Alcuni mittenti

Conosciuti sono invece alcuni nomi dei mittenti degli avvisi (che però spesso sono anche scrittori), a cominciare da un certo Zanetin-Zanetino (o Zornetino) che scrive da Venezia direttamente ad Urbino: “data in nota dal Zanetin” (c. 210r), “Sulla nota del Zornetino venuta da Venezia” (c. 422r/85), “2 di Novembre 85. Nota del Zanetino” (c. 510v/85); “2 di Febraio. Nota del Zanettin. è venuta da Venetia” (c. 76r/86); “Di Venetia li 24 dOttobre 1587. Nota del Zanetin venuta da Venetia” (c. 451r/87); Nota del Zanetino venuta da Venetia” (c. 489r/87)[51].

Due volte compare il nome di tal Capello: “avviso regolare. Del Capello” (c. 279r/85), “Avvisj del Capello” (c. 436r/85).

Per ben 19 volte si hanno negli avvisi del 1576 le corrispondenze da Venezia e dalle Fiandre da parte dello spagnolo Cristoforo Salazar (“Del Sig. Salazar”, c. 108v/86; Di mano del segretario Salazar” c. 173v/86; “Mi ha certifficato il signor Salazar...” c. 172r/86), che si firma come “segretario” del re di Spagna (“Del Segretario Salazar” (179v/86); “Il signor Christoforo Salazar, residente qua per il Re Cattolico”, c. 191r/87). È lui che compra, vaglia e spedisce le notizie. Spesso le scrive lui direttamente con una pessima grafia e in un italiano alquanto stentato e sgrammaticato, ma le sue notizie sono sempre interessanti e considerate dagli altri come veritiere e degne di considerazione: “Il signor Principe di Parma diede parte ad un Ministro regio residente in Colonia della presa di Grave, et da quello è stata scritta al signor Salazar et è quanto corre degno di consideratione” (c. 283v/86); “Non lo confirmando il Segretario Salazar, si ha per vano laviso” (c. 215v/86). Il Salazar morì a Venezia nel maggio del 1587 (“Morì sabbato il Salazar segretario di Sua Maestà Cattolica” c. 210v/87) e tutta la sua corrispondenza (che certamente aveva una notevole importanza) fu acquisita dalla Spagna: “Il Vagiano, Fiscale di Milano, venuto qua ha pigliato presso di sé tutte le scritture del segretario Salazar” (c. 234v/87). Il Salazar era talmente importante che fu subito rimpiazzato con un ambasciatore in piena regola presso la Serenissima (“Con la occasione della morte del segretario Salazar si tiene che Sua Maestà Cattolica sia per mandare qua un personaggio a risiedere per lei con titolo di Ambasciatore”, c. 254v/87).

Più volte compare il nome di un corriere, chiamato “lo Zoppo”, caratterizzando forse una sua malformazione fisica a scapito del vero nome: “Et saspetta il Zoppo con la verità di questo [fatto]” (c. 485r/85);“Di Francia non si può dir nulla di certo, poiché si sa, che non vengono altri corrieri, che li spediti dal Re... et perciò col Zoppo saspetta dintenderne meglio la verità” (c. 54v/89); “Circa poi alle nuove di quel Regno pare non si possa dire nulla di certo fino alla venuta del Zoppo” (c. 180r/89); “Hora non è chi dubita più della morte del Re di Francia, perché il Zoppo venuto hiermatina ne portò confermatione con li particolari, che si diranno da basso” (c. 568r/89).

Altri nomi compaiono una sola volta: Alenanti, Veterano” (c. 286v/85), “avvisi del Peruzzi (c. 534r/85), “Le lettere del Rogatis ancora non si sono potute havere” (c. 55v/88), Servitore affezionatissimo Camillo Bonelli (c. 167r/88). Nel 1587 scrive dalla Spagna un certo Antonio Tassis (c. 508r/87), probabile antenato dellomonimo Antonio de Tassis (1584-1651) combattente nellesercito dei Paesi Bassi spagnoli contro gli Stati Generali, e che ebbe lonore di un bel ritratto del van Dyck.

Nel 1589 troviamo che è Orazio Bandini (che viene chiamato anche Bardini o Barglini in c. 355r/89) a scrivere dalla Francia al Duca di Firenze: A Sua Altezza. Dal signor Horatio Bandini” (c. 49v/89); “avvisi di Francia estratti di sua mano dalle sue lettere, dal signore Horatio Bandino” (c. 146v/89); “Di Vostra Signoria Illustrissima Horatio Bandini” (c. 257r/89); Venuti dal Bandino doppo haver chiuso il mazzo” (c. 273r/89). Sarà proprio costui che invierà al Gran Duca le notizie della morte del re francese Enrico III: “Ha mandata la lettera originale di tal nuova scrittali dal Bardini suo Agente in Parigi” (c. 549r/89). Il Bandini era figlio del senatore e banchiere fiorentino Pierantonio Bandini. Suo fratello, Ottavio Bandini, fu inviato nel 1588 da Sisto V nelle Marche come governatore e sarà creato cardinale nel 1596 da papa Clemente VIII[52]. In un foglio che scrive da Lione nel novembre 1589 dopo la morte del re Enrico III, si vede che nutre una certa simpatia per il Navarra, e infatti un anonimo scrive dietro il foglio: “avvisi datemi dal Bandino, apassionato per quelli che seguitano Navarra” (c. 273r/89).

Una particolare presenza nei nostri avvisi è costituita, per ovvi motivi, dai mittenti da Roma al duca dUrbino.

Alcuni si susseguono in questi anni (dal 1595 al 1590) in qualità di “Agenti”: il primo è Ambrogio Vignati (“Umilissimo et perpetuo Servitore Ambrogio Vignati”, 273r/85), o Bignati (Al Serenissimo Signor Duca dUrbino mio Signore. Ultimo di Luglio 1585. Dal Bignati”, c. 364r/85).

Una sola volta (c. 35r/86) troviamo un certo Ghirlinzoni (che sembra scriva dalla Francia, con una pessima grafia) e un tal Borgaruccio, il quale risiede anche lui a Venezia per il duca: “Signor Borgaruccio, segretario del Serenissimo dUrbino” (c. 122r/87).

Altro nome che troviamo nella corrispondenza da Roma con il Duca dUrbino è Fernando Torres. Si firma nella c. 558r/86: “Di Vostra Altezza Serenissima obligatissimo et affetionatissimo servo Don Ferdinando de Torres” e lo ripete nella c. 281v/87, dichiarandosi “Di Vostra Altezza Serenissima humilissimo et devotissimo Servo Don Fernando di Torres”. Nella c. 283v/87 il Torres specifica ancora il mittente dei suoi Avisi: “Al Serenissimo Signore il Duca di Urbino mio Signore. 1587. Di Roma. Il Torres”. Si nota in lui una buona cultura (riporta diverse citazioni in latino) e una certa dimestichezza con il mondo curiale romano: Hieri fu da me il Governatore di Roma molte hore di parte de Nostro Signore dicendomi...” (c. 107r/87). Non è stato facile trascrivere le sue pagine a motivo della pessima grafia e dellaltrettanto pessimo italiano che denuncia la sua origine spagnola, come il precedente Salazar. Particolarità esclusiva del Torres è luso del linguaggio cifrato ogni volta che deve citare personaggi precisi come il Papa, lImperatore, i Re di Francia e di Spagna o i Cardinali ed altro ancora. La prima volta che si incontra questo tipo di scrittura criptata è alla c. 93v/87; seguiranno nello stesso anno 1587 altre lettere crittografate dello stesso Torres: cc. 107v, 133r-v, 182r, 198r, 281r. Sopra i numeri è stato poi aggiunto il nome decifrato, una volta che la lettera è venuta a destinazione. Paura di intercettazione della lettera da parte di una ipotetica censura? È probabile, anche perché il Torres spesso usa un linguaggio in piena libertà e azzarda una certa spregiudicatezza nei giudizi, forse poco adatta per quei tempi[53].

Nei primi mesi del 1586 troviamo a Roma come agente del duca Giuliano Uguccioni, che a marzo sarà sostituito e andrà a Venezia con lo stesso incarico: è ritornato qui da Roma a risieder per il Serenissimo dUrbino il signor Giuliano Uguccioni, et dimani anderà in Coleggio” (c. 152v/86).

E nel 1586 (il primo suo intervento lo troviamo nella corrispondenza del 19 luglio 1586, alla c. 330) a sostituire lUguccioni entra in scena un altro segretario, che ci accompagnerà per tutto lintero pontificato sistino: il cavaliere Grazioso Graziosi, lonnipresente negli avvisi, il segretario fidatissimo del duca urbinate e stimato dal papa, dai cardinali e da tutta la corte pontificia, presso la quale era già stato: “Il signor Gratioso, compitissimo Cavalliero, ritornato per il Duca dUrbino a stare in questa Corte” (c. 6r/87). È talmente apprezzato da papa Sisto che addirittura nella difficile e lunga controversia della successione al trono francese dopo la morte di Enrico III, fa uso a Roma dei servizi del Graziosi: “Si è tenuta congregatione di tutti i Cardinali delle cose di Francia et trattato della Lega et capitoli che si stringono a furia, venendo del continuo adoprato in tutto questo maneggio il signor Gratioso, secretrario residente del Serenissimo di Urbino” (c. 104r/90).

Al duca dUrbino il Graziosi offre la sua totale disponibilità: “Allillustre Padrone mio ossequentissimo” (c. 167v/88); “Riconosca la molta libertà chella deve usare in comandarmi, et le bacio le mani. Affetionatissimo Servitore Grazioso Graziosi” (c. 263r/88); “AllIllustrissimo Signor mio osservantissimo il signor Gratioso Gratiosi” (c. 260v/89). E soprattutto assicura il duca (ed è quello che ci interessa di più) sulla veridicità delle notizie che invia e sulla serietà delle sue informazioni, perché le ha personalmente e criticamente vagliate: “Pigliarò buona informatione di questa materia, et scriverò poi a punto come la cosa starà essendo degno di sapersi bene” (c. 318r/87). Qualche volta si permette anche di dare consigli al duca urbinate, la qual cosa denota una certa familiarità e confidenza.

Non ho nessuna notizia circa la sua famiglia e il suo luogo dorigine, anche se la frase scritta al duca “Se verrà per la via nostra lo scriverò” sembra proprio indicare le Marche, e luso di alcune parole (come “magnare” per mangiare o “” per adesso) fanno congetturare che potrebbe essere nativo del sud delle Marche.

Per noi il Grazioso è un personaggio importantissimo, perché al foglio degli avvisi scritto dalle apposite agenzie romane o alle lettere di cardinali e ambasciatori, aggiunge postille, lunghi commenti personali, interi fogli aggiunti o “intermedi” (come li ho chiamati nella trascrizione), che invia settimanalmente al Duca tramite appositi corrieri, come si legge in un avviso del 17 giugno 1587: “Io ne scrivo per Mastro Giobata, Marescalco di Vostra Altezza, chè partito di qui questa mattina, et martedì sera sarà a Pesaro”.

Grazie a lui, gli avvisi romani diventano zeppi di glosse, annotazioni poste a margine del foglio o dentro il testo, tutte ben riconoscibili per la inconfondibile grafia, piccola, nervosa ma perfettamente leggibile, e sempre in prima persona. Con le sue interpolazioni e i suoi interventi il Graziosi arricchisce le notizie ufficiali, le sancisce come vere o false (“Questo è un Aviso rancido”), le corregge, le completa, le commenta con ironia, fornendoci in tal modo un interessante spaccato di notizie “dietro le quinte”. Spesso non è daccordo con quanto scritto dalle agenzie dei menanti, che bolla qualche volta come mestieranti incapaci: “Non so che si voglia dire. Questi Poveracci mendicano loccasione dempire i fogli” (c. 271r/87); “Perimpire i fogli vogliono dire in somma quanto li viene alla bocca” (c. 275v/87); Si dicono mille cosaccie ma tutte senza fondamento” (c. 453r/88); “Quello che costui dice non so donde se lo cavi” (c. 453r/88); “Hor questa si che sarà unaltra bella inventione” (c. 453r/88); “Questa è ben bella davero” (c. 453r/88); Non finiranno più queste ciarlarie”(c. 453r/88).

La sua ironia è sempre pronta, come quando a Roma si facevano tanti nomi sui probabili nuovi cardinali per soli cinque posti vacanti: “Per cinque luochi soli vacanti che vi sono, faremo cinquecento Cardinali a poco a poco” (c. 461v/89).

Spesso il Graziosi tradisce sfacciatamente nei suoi giudizi simpatie e antipatie verso personaggi ecclesiastici e civili della Roma di quel momento, come quando in un avviso del 25 marzo 1589, che reca la notizia di un tale che era stato scelto come viceré in Sicilia, aggiunge stizzato: “Questo sì che mi farebbe gettare la beretta in Tevere, et dare questo Ambasciatore per un baiocco di castagne” (c. 171r/89). O come quando stronca con un giudizio sferzante la sua diffidenza verso i medici presenti in città: “Sono tanti valenti tutti questi Medici di Roma, che li meddicavano il mal di fegato et del polmone per un postema nella testa” (c. 368v/87).

Egli è sicuro di quanto scrive, consapevole di aver attinto a sicure fonti riservate e personali. Addirittura parla con il papa stesso (“Me lo disse il Papa anco a me”, c. 313r/89; “Questo medesimo lha detto con me ancora”, c. 33r/90), e conosce bene i cardinali, passeggia e mangia con loro, frequenta gli ambasciatori ai quali chiede informazioni di ultimo arrivo, si muove bene nella corte papale e fra i vari monsignori di curia e i camerieri papali. Quando legge negli avvisi qualche notizia falsa o solo parzialmente vera, polemizza mettendo a confronto la sua conoscenza dei fatti, acquisita nel contatto diretto delle fonti: “Costui sa dunque più di me, che parlo ogni hora a Sua Eccellenza et a tanti Cardinali” (c. 164r/90).

Fra tutti i cardinali è chiaro che il Graziosi è particolarmente collegato al cardinale parente del suo duca urbinate, cioè il cardinal Girolamo Della Rovere (Torino 1530 - Roma 1592) creato cardinale da papa Sisto il 16 novembre 1586, dopo la cui morte la sua ricca ed ampia biblioteca passò interamente al duca di Urbino. Sono diversi gli accenni alla diretta collaborazione con questo cardinale: “Sono molti giorni che lAgente del Cardinale melo conferì a me in molta confidenza” (c. 276r/87); Il signore Cardinale della Rovere delle cose sue proprie anco delle più domestiche, mi conferisce ogni minutia” (c. 23r/88); “Il Cardinale ha pure passeggiato hoggi un pezzo con me, che ho di nuovo trattato seco et soleccitato il negotio di Santo Spirito dOgobbio” (c. 259r/88); “Sono discorsi che sino tra il Cardinale della Rovere et me li facemmo fin da principio” (c. 270r/88); “Questo Foglio mi ha mandato il signore Cardinale della Rovere, quando io stava per chiudere il mazzo” (c. 505r/88); Havendo io mandato a vedere questa scrittura al signor Cardinale della Rovere, come certo che prima non lhaveva veduta, Sua Signoria Illustrissima me lha rimandata corretta di sua mano” (c. 169v/89).

Ma continua è la relazione anche con gli altri cardinali e con gli ambasciatori residenti a Roma:Mha detto a me il signore Ambasciatore...” (c. 72r/88); Non havendo io hauta comodità di vedere hieri né hoggi il Cardinale di Sans, ho parlato hoggi al tardi col signore Ambasciatore Cattolico, il quale mha detto...” (c. 23r/88); “Il signore Ambasciatore di Spagna, et Monsignor Minutio mhanno detto che...” (c. 224r/88); “Questa sera io sono stato un pezzo col signor Ambasciatore et da nessuna parte vi è cosa alcuna di nuovo” (c. 256r/88); “A me lha detto il signore Ambasciatore Cattolico” (c. 346r/89); “Adesso di notte che io torno da Sua Eccellenza me lha detto a me per cosa certa per avviso del Duca di Terranova” (c. 401v/89).

In questa ricerca di notizie, anche di quelle segrete e tenute volutamente nascoste (“Costui ne sa molto più di me” 276r/86), usa tutti i modi per carpire informazioni, sfruttando perfino le... mogli di quelli che muovono le fila della storia. Ci fa sorridere infatti quando scrive, con un misto di ironia e di compiacenza: “Questo non lo dice un animo vivente, ma a me lha detto la moglie in gran segreto” (347r/86).

Cosa si legge negli avvisi

Di tutto. Eventi di cronaca che hanno fatto la storia dEuropa, resoconti di guerre e di calamità, vita quotidiana della città comprese le frivolezze e pettegolezzi di bassa lega. Simpatico ciò che scrive lestensore di un avviso nel luglio del 1586, il quale sembra quasi scusarsi della notizia che sta per scrivere, consapevole della sua banalità, ma anche della necessità di doverla comunicare perché la gente ama sentire tali sciocchezze: “Per sodisfatione di chi si diletta di vedere gli fogli impiastiati dogni minuzia et non adaltro fine, lAuttore scrive che...” (c. 307r/86).

Gli avvisi riportano notizie di Roma, di Costantinopoli e il suo impero ottomano tramite Venezia[54], della Spagna di Filippo II, della Francia dei due Enrichi, dellInghilterra elisabettiana, di Praga e Vienna imperiali, delle polacche Cracovia e Varsavia, di Bruxelles per i Paesi Bassi e di tutti i piccoli Stati e principati italiani.

Ed è così che veniamo a sapere della peste in Europa e in particolare a Vienna con la fuga della corte imperiale a Praga; della tremenda carestia che in quegli anni affligge tutta lEuropa (“Di Savoia scrivono, che in Ginevra vi era gran carestia, comanco per tutta la Savoia, morendo molte persone di fame” (c. 41v/90); delle malattie sorte come conseguenza della fame nel nord dellItalia (“In Milano, ove è gran carestia, moreno molte genti di petecchie, et così in Piemonte, et in alcune parti di Lombardia” c. 175v/88) ma anche a Napoli e la conseguente rivolta popolare (“La fame, che ha la plebe di pane, ha fatto risolvere il popolo al numero di 20 mila a levar di casa lofficiale della Grascia, et squartarlo in mille pezzi” c. 229r/85); della inondazione del Naviglio a Milano (c. 522r/85) e dello straripamento del Lambro (c. 441r/87) e del Po (“Sintende che nel Cremasco la tempesta habbia desertato 24 possessioni del raccolto di questanno dogni cosa, et li Ferraresi, havendo tagliato un Argine sopra lAdige, il Polesine sia andato la maggior parte sotto acque, et che la Brenta anchessa uscita dal suo letto ha fatto grandissimi danni intorno quei confini” c. 293v/90); dellArno ingrossato con grandi danni a Firenze e dintorni per più di un milione doro (c. 184r/90); del freddo anomalo di Praga e dintorni in pieno agosto (“Qui corse un fredo così grande, cosa molto strana e non vista ancora da queste parti tenendosi perciò le stuffe scaldate come dhinverno” c. 420r/85); di una tempesta di grandine nel luglio del 1589 in un cantone svizzero, con un chicco di grandine misurato 8 libbre (circa tre chili); delli inondazioni in Croazia nel novembre 1589 (In Crovatia per linondationi grandissime delle acque sera sommerso il Castello di Capreniz con morte delli habitanti, non si vedendo vestigie di quel luogo se non la sommità del Campanile” c. 719v/89); di nove ebrei battezzati a San Giovanni in Laterano (c. 236v/86); del vaiolo che uccide 4 mila bambini a Brescia nellaprile del 1588; di un fulmine che passa per le sale di un palazzo romano fracassando mobili e quadri (c. 293v/90); delle interminabili e sanguinose guerre di Fiandra con le drammatiche ricostruzioni di battaglie (come quella al c. 544v/85 fra lesercito cattolico e quello ugonotto, o la battaglia di Ternier fra Savoia e Ginevra al c. 386r/89) spesso raccontate in prima persona (c. 491r /87; 422r/89; c. 386r/89: “et è stato cosa bellissima da vedere”); dei lunghi assedi, distruzioni, capitolazioni, movimenti di eserciti nella guerra di Fiandra; dellelezione del nuovo Doge di Venezia; dellinterminabile guerra dellimpero ottomano con i Persiani; dellelettore Ernesto vescovo di Colonia in contrasto con il suo predecessore; delle ataviche inimicizie fra Filippo di Spagna e Elisabetta dInghilterra; delle imprese strabilianti del corsaro Drake (cc. 201r-207v/87); della morte del re di Polonia e della travagliata elezione del nuovo re; della potenza silenziosa ma vigile di Malta; delle ingarbugliate vicende del reame di Francia alle prese con gli Ugonotti di Navarra; della condanna al rogo di un vecchio di 80 anni, “per esseri dato al diavolo”; di strane visioni prese per vere dal popolo... Abbiamo insomma una fotografia dellEuropa di fine Cinquecento, scattata da occhi attenti e scritta da penne abbastanza libere (perché anonime), risultando per questo una storia ancora più preziosa.

Spesso su uno stesso argomento vengono riportate tutte le voci in campo, anche quelle ferocemente in contrasto fra loro, come nel caso della presa del marchesato di Saluzzo da parte del duca torinese di Savoia, avvenuto nellottobre 1588: prima si riporta uno scritto savoiardo entusiasta ed elogiativo dellimpresa, mentre poi si fa seguire una feroce stroncatura filofrancese (cc. 527r-530r/88).

Ma gli avvisi ci riportano anche notizie dai mondi lontani dallEuropa, dalle “Indie” americane e asiatiche. E fa una certa meraviglia leggere la lunga lista dei prodotti esotici e dagli strani nomi, provenienti dal nuovo mondo americano e approdati a Lisbona nellottobre del 1587: DallIsola di San Dominico 200 mila casse di Zuccari, 22 mila cassoni di Zenzero, 150 casse di Verzino, 400 mila quintali di legno santo, 50 quintali di salsaperiglia, 48 quintali di Cassia in Canela, 350 migliara di Cremese, 64 migliara di Gorroni, et 3 barili di Aghi. Portata dalle navi San Tomè, et Concettione giunte in Lisbona dalle Indie di Portogallo 12368 cantarà di peppe, 610 di Endego, 940 di Canella, 286 di Garofali, 20 di Macis, 30 di Noci Muschiate, 13 di Zenzero secco, 87 di Zenzero in conserva, 68 di Belzuino, 8 di Calangà, 180 di Ebano, 8 di Buraso, 70 di legno china, 26 di cora rossa, 15 di Cera, 2 di Marabolani secchi, 5 di Allacheche, 2 di spiconardo, 394 di Busios, 5888 caratti di Muschio” (c. 463r/87).

Altre notizie sono molto interessanti perché aggiungono particolari ai grandi fatti storici, spesso riportati nei libri di storia in forma asettica. Un esempio fra tutti. Nel 1590 Papa Sisto V riuscì a voltare la cupola di S. Pietro dopo un lungo periodo di costruzione, a cominciare il progetto di Michelangelo degli anni 1554-1555. Il tutto fu completato il 15 maggio 1590. Ebbene negli avvisi troviamo la descrizione fresca e vivida dellavvenimento, della “trasmissione in diretta” con i particolari dellavvenimento: “Lunedì matina nella chiesa di San Pietro fu cantata da un Canonico messa solenne, et da poi posta lultima pietra nella cuppola di quella Basilica con molta allegrezza et tiri dartiglieria, et al medesimo tempo il Senato Romano per una sì grandopra nella chiesa del Principe degli Apostoli, Advocato di questa Città, fece altre allegrezze, et intervenne ad una messa solenne cantata in Araceli da un Vescovo, dove fu recitato un sermone, narrando tutte le gran fabriche, strade et altre opre gloriose di Sisto V, et in specie questa della cuppula, et per tutto quel giorno furono fatte le allegrezze con strepiti di artiglieria, fuochi et luminari nel proprio Palazzo di Campidoglio, con larghissime elemosine di pane, et ne mandaro anco à molti luoghi pij di Roma” (c. 245r/90).

Per la storia della moda potrebbe interessare la descrizione dei sontuosi abiti da cerimonia sfoggiati da vari personaggi in una udienza ufficiale avuta davanti al papa ai primi di settembre del 1586: “I vestiti a livrea di questo cortesissimo Duca di Luccemburgo erano principalmente 25 gentilhuomini suoi con ferraioli di veletta negra di seta, et di calze et giupponi di raso negro con catenoni al collo di 500 scudi luno, oltre ad altri vestiti fatti loro da Sua Eccellenza per lingresso in Roma. 12 staffieri con cappe di rascia fina pavonazza listata da fascioni di velluto negro et guarnite di lunghe trine doro, delle quali anco a spesse guarnitioni erano i loro giupponi, et calzoni di raso pavonazzo ricco, con barrette di velluto pavonazzo ornate di piume a livrea, et di treccie ricche doro, 4 paggi et dui lacchè con capotti di tela doro in campo pavonazzo foderati di velluto ad opra dellistesso colore col fondo dargento, con i calzoni et giupponi dellistessa tela doro con berrette di velluto in concerto gioiellate, et il Duca con tante gioie per guarnigione de suoi ricchi habiti, che pareva un contone della flotta del Perù” (c. 445r/86) o i vestiti dei paggi dellambasciatore imperiale a Roma nel novembre del 1589: “Ha formata casa et corte condecente al suo grado con 10 staffieri et 4 paggi, vestiti con calzoni, colletti, cappelli et berrette di velluto negro, con cappe di panno bandate del medesimo velluto et trine pur negre, li zupponi di raso, et alle berrette et cappelli trine doro con piume bianche, rosse et negre per sbiascio” (c. 715r/89).

Non mancano notizie del tutto inutili, come la descrizione di una carrozza fabbricata in Polonia “con alcune commodità straordinarie, et da potervesi cucinare per viaggio” (c. 403v/89), o la corrispondenza da Napoli del 2 agosto che si sofferma esclusivamente su un ballo fra nobili e sugli screzi fra due di loro per la mancanza di sedie nella sala (ff. 365r-v/85), o sui costosissimi regali che il re di Francia invia alla duchessa di Savoia (c. 486v/85), o al banchetto sontuosissimo” preparato a Venezia dal procuratore Grimani per più di 300 persone e con più di 40 portate (c. 63r/89), o sulle dicerie popolari di fatti misteriosi accaduti qua e là e che incutono timore presso il popolo, come la nuvola nera che inghiotte in mezzo a fulmini un teatrante che mimava sacrilegamente una messa ( c. 270r/86), o come luomo “di mala conscienza” il cui corpo scompare allimprovviso dopo la sua morte (c. 175v/88), o la pioggia di sangue gelato e il suonare misterioso di tutte le campane in una città della Svezia (c. 189r/88).

Onestamente le notizie più stucchevoli sono quelle che trattano della vita giornaliera di cardinali, o di principi e nobili, dei loro matrimoni e i loro litigi: daltronde erano queste le realtà che vivacizzavano la non sempre entusiasmante vita quotidiana e davano materiale di pettegolezzi al popolo, proprio come oggi. A Roma infatti si sa tutto degli arrivi e delle partenze dei cardinali, dei loro spostamenti, delle accoglienze nelle ville (soprattutto quella dEste a Tivoli), dei regali che si fanno fra loro, dei maneggi per ottenere benefici o farli ottenere per gli amici, della loro salute (soprattutto la gotta)... Naturalmente si sa tutto anche degli ambasciatori dei vari regni e principati europei residenti a Roma, dei loro avvicendamenti, delle udienze avute dal papa, delle tensioni fra loro, delle feste che programmavano e dei pranzi luculliani che preparavano. A questo riguardo è semplicemente stupefacente il “rinfrescamento” che il vice re di Napoli preparò per il papa a Terracina durante un viaggio pontificio: “cioè 10 bovi, cento castrati, altrettante vitelle, et di tutti gli altri animali simili quadrupedi cento dogni sorte vivi, et così de bipedi tanto silvestri, come domestici, volatili di tutte le specie, casse de mostaccioli, confetture, et varie sorti di paste et delicature Napolitane, cere, confettioni, vini preciosi, et uno studiolo di ebano finito doro, et dentro pieno di cose pretiose, guanti, ambre, profumi, muschi, et simili” (c. 658r/89).

Senza dubbio è più interessante il riporto della cronaca di vita quotidiana del popolo, veri scampoli di storia vissuta, pezzi di ferialità di quella Roma di fine Cinquecento, spumeggiante, vivace e casciarona, animata dalle undici “arti” che formavano la base popolare: che sono Merciari, Fornari, Macellari, Hosti, Pizzicaroli, Vermicellari, Candelottari, Pescivendoli, Pollaroli, Fruttaroli, et Hortolani” (c. 418r/88).

E così veniamo a sapere della donna che ritrova casualmente la refurtiva rubata ad un ambasciatore (c. 252r/85), o di un incidente nellabbeveratoio sul Tevere (c. 367/85), o di un grossissimo temporale estivo con fulmini (c. 454r), o di un affogamento di una monaca che si era buttata in una fontana per rinfrescarsi (c. 378r/85), o di un fulmine caduto su un campanile che aveva ammazzato alcuni preti, o dei vari incendi così frequenti in quei secoli fra le case di legno (c. 550r/89), o dei morti ed incidenti causati dai botti e fuochi pirotecnici nel maggio 1590 (c. 243v e 249r/90).

Non mancano riporti di cronaca nera, come il suicidio di una donna che si getta dal balcone del Campidoglio perché non aveva ottenuto la grazia della vita per il marito e il figlio (c. 538r/85).

Si riportano anche le debolezze del popolo, come il vizio delle scommesse, le paure ancestrali della gente che si preoccupa di visioni “celesti”, come una cometa o particolari giochi di luce in cielo.

Drammatico è il resoconto dello straripamento del Tevere nei primi giorni di novembre del 1589: “Il Tevere questa settimana è gonfiato tanto per le continue pioggie, che ha allagato per molti luoghi di Roma, et quasi arrivato in Banchi con rovina di molte case, et in particolare a Ripetta, et di diversi edificij, molini, morte di prigioni poveri nelle carceri à piano di Torre di Nona, et di più anime per Prati et per altri luoghi bassi dentro et fuori della Città, oltre i bestiami, et empito gran numero di cantine et massime dOsti per tutto il Rione di Ponte, et parti confinanti col fiume, portando via molte botti di vino che erano per le vigne, et finalmente fatto danni fin nelli pascoli et sementati per più di 100 mila scudi...” (c. 683r/89).

Un tocco di sorriso viene al cronista (e anche a noi) nel riportare larresto di un bandito e loriginale legatura usata da uno sbirro: “Martedì mattina alla Madonna de Monti un birro pigliò un bandito et lo condusse in Campidoglio, havendolo legato con le legazze delle calze per non haver fune” (c. 419r/85). O anche nel leggere di un uomo talmente forte che con le spalle soppone et ferma un cavallo che carca a tutta corsa, rompe ogni duro sasso con un pugno, piega ogni ferro con le mani, passa un piatto di stagno con un dito, con i nodi di due dita piega a scartozzo un piatto dargento, con dare di due dita facciata sopra una picca la spezza, impugna un grosso chiodo et con esso passa due tavoloni, né dalla forza di 6 huomini si lascia piegare un braccio” (c. 70v/86).

Particolarmente numerose le citazioni sui “Banchi”,[55] che avevano un grande potere economico, sociale e politico: “Banchi dice che...” (c. 686r/89); “Lopinione de Banchi da certe sue ragioni et segnali è che...” (c. 691r/89); “La stravaganza delle scommesse, essendo hoggi il maggior negotio che corra nella Corte, avisa come Banchi (il quale fa i Papi et i Cardinali) dice che...” (c. 721r/89).

Ai Banchi ricorreva di continuo tutta Roma, quella curiale, quella nobile e quella popolana, i primi due soprattutto per i loro traffici in denaro, laltra per labitudine alle scommesse. Si scommetteva su tutto: sulla eventualità di un matrimonio, sui prossimi cardinali, sui cardinali probabili papi, sulla salute del papa, sulla durata del suo pontificato, sulla conclusione di una guerra, sulluscita di un decreto o meno... Nelle loro scommesse i romani riflettevano i loro desideri e le loro ansie, non ultime le beghe delle potenti famiglie romane, per cui una innocente scommessa fatte ai Banchi sui cardinali papabili poteva diventare una occulta pressione di potere:“Essendo Pepoli su le scommesse de banchi ad 88, Loreno a 76, il Governatore di Roma ad 84, et il Patriarca Biondo a 45, havendosi di nuova gran speranza nel Orsino Vescovo di Spoleti, ma molto più nel Cesis Vescovo di Todi, et che i promovendi debbano essere cinque, ancorché sopra il quattro si diano 60 per cento” (c. 713v/89).

Questa delle scommesse sui cardinali era una vera ossessione romana e ogni anno si scrivono pagine intere di avvisi su questo argomento già dal mese di novembre fino alle nomine di dicembre, “Non si trattando daltro negotio in Roma che di questo, che ha in un tratto fatto smarrire tutte laltre novelle et occorrenze” (c. 587v/86). E non possiamo non immaginarci il sorriso tra lironico e il bonario di papa Sisto nel leggere ogni giorno le quotazioni fatte ai Banchi. In fondo sapeva che permettendole vi era una provvidenziale circolazione del denaro in città: “Nostro Signore prende piacere di vedere ogni sera la lista de Banchi sopra li Cardinali in herba promovendi a Natale prossimo... et Sua Santità havrebbe un pezzo fa prohibito queste scommesse, se non fosse stato il rispetto dimpoverire questa piazza, perché in tal caso il danaro correrebbe altrove” (c. 708r/89), anche perché conosceva la critica dei banchieri circa la sua volontà di bloccare in Castello tanto denaro per la Camera apostolica: “I denari che si mettono tuttavia a 100 mila scudi per volta in Castello hanno talmente impoverita questa piazza, che la pecunia che di qua girava con guadagno, si rimette hora con perdita, et dicono i mercanti, che sel Papa non fa passeggiare per banchi almeno 100 mila scudi, che i traffichi loro passaranno male, come anco se non si rimedia allaccidia del pane per la morte del abondanza, crescerà il duolo maggiormente” (c. 565r/85)

Naturalmente le notizie non si fermano alla sola cronaca romana, anche se la fa da padrona, perché è abbondante anche la cronaca di altre città. Da Venezia, ad esempio, arrivano notizie sulle leggi emanate dal Senato, sulle condanne comminate dal Consiglio dei Dieci, sulla costruzione del nuovo ponte di Rialto (“Sabbato a sera si finì di serrar laltra parte del Ponte di Rialto con grande allegrezza et strepito”: c. 308v/90), fino alla immancabile cronaca nera, come il ribaltamento di un barcone (“Un giorno di questa settimana sè ribaltata una barca da Caorle che veniva a Venetia con molta gente che verano dentro”, c. 770v/89) o la terribile tempesta di vento nellaprile del 1589, con tanti morti e rovina di barche: “Dicesi che li morti trovati sinhora sommersi nellacqua dallhoribil et spaventosa furia de venti conturbata il giovedì notte della settimana passata arrivi al numero de 200 et ammazzato di molto bestiame trovatosi in luoghi aperti, et malmenato cinque Vascelli grossi, che erano sopra Malamoccho si come altre infinite barche dogni sorte in queste lagune, non essendosi memoria da 50 anni in quà di così grande, et tremenda procella di mare” (c. 224v/89).

Gli avvisi e la grande storia

Gli avvisi costituiscono “una vera miniera, anche se assai spesso sovraccarica di materiale di scarso interesse”[56].

E in una miniera si trovano anche delle pepite doro, pur fra tanta roccia. E infatti gli avvisi nascondono notizie di particolare interesse storico. Ne cito solo alcune: la costruzione della nuova Roma voluta da papa Sisto riportata quasi momento per momento; la descrizione minuziosa dello scontro fra i giganti del mare fra la Spagna con la sua Armada Invencible e lInghilterra di Elisabetta I; la tragica uccisione del re Enrico III di Francia; le sfiancanti guerre nelle Fiandre fra spagnoli e olandesi e in Oriente fra turchi e persiani e altro ancora.

Per rimanere nellanalogia della miniera, qua e là affiorano negli avvisi luccichii dorati con notizie sfiziose che offrono un particolare piacere. Ne riporto solo tre

Viene citato il poeta Torquato Tasso: “Il Serenissimo di Ferrara ha concesso al Prencipe di Mantova il signor Torquato Tasso” (c. 324v/86).

Si annuncia la scoperta delle prime isole Filippine: “Lultime di Spagna portano il certo scoprimento fatto ultimamente di 24 Isole dette le Filippine nelle parti del Giappon” (c. 33v/87).

Si parla del giovane San Luigi Gonzaga che a novembre del 1585 rinunciò alla sua primogenitura nel ducato per andare a Roma a farsi gesuita: “Lunedì mattina il signor Luigi Gonzaga, figlio primogenito del Marchese di Castiglione, di età di 18 anni, prese lhabito di Giesuito nella chiesa del Novitiato di quella Religione” (c. 546v/85).

La censura

Non tutto si sa e di non di tutto si può scrivere. Su molte questioni gli Stati mantengono uno stretto riserbo: “Il Duca di Nevers ha negotiato più volte segretamente con Sua Santità senza che si possa saper veramente il particolare” (c. 283v/85); “Questo mandare che fa il Serenissimo di Savoia a posta il Marchese di Este in Ispagna, non si penetra quello voglia significare” (c. 175v/88); “Era giunto un corriero di Spagna senza sapersi quello che porti” (c. 203r/88).

Certamente questa segretezza complicava la vita agli estensori delle notizie, che dovevano arrabattarsi in tutti i modi per scucire qualche informazione. Un vero smacco per questi segugi delle notizie!

A tutto ciò si univa una immancabile censura statale sulle notizie con veri e propri embarghi. Un esempio fu quello operato nel 1588 in occasione della Armata spagnola contro lInghilterra: non si voleva fossero divulgate notizie o troppo allarmanti o troppo entusiastiche, per cui alcune frasi degli avvisi o lunghi periodi o pagine intere sono cancellate con vistosi tratti di penna e il cronista commenta con molta saggezza: “Sopra di ciò si parla variamente secondo le passioni, onde tutto il resto si lascia nella penna per osservanza delle leggi” (c. 540r/88).

Sarebbe per noi davvero interessante conoscere la vera paternità dei tanti tratti di penna presenti sui fogli degli avvisi: chi è il “censore” di queste notizie cassate? a quale scopo? si tratta di una “censura” ufficiale? e perché le notizie non si cancellano del tutto ma si lasciano leggibili? il foglio così ridotto faceva forse parte di una prima “brutta copia” delle agenzie romane prima della stesura definitiva o sono cancellazioni effettuate sugli stessi fogli ufficiali? cè forse la mano di qualche segretario zelante che vuole già aiutare il destinatario circa la selezione delle notizie da leggere? Troppe domande a cui è difficile dare una risposta esauriente. Comunque non è improbabile che a Roma (come altrove) lo scrittore dovesse sottoporre le notizie ad una specie di “revisore dei testi”, almeno per quelle notizie ritenute “ufficiali”.

Scrive lOrbaan: “Per la parte politica sembra che vi dovesse essere una certa forma di controllo. Moltissimi “avvisi” hanno sullultima pagina dei quinterni spediti insieme, volta per volta, delle aggiunte, che in brevi termini affermano o contradicono parte del contenuto”[57].

Si legge in un avviso del settembre 1589: “Lo scrittore sabbato restò di mandare gli avisi al solito, perché fu preso insieme con un altro della medesima professione, et condotto in Torre di Nona, et levatogli tutte le scritture et avisi, di ordine di Monsignor Governatore, il quale dopo havere visto, che in detti avisi non era cosa alcuna scrupulosa, né contra alle santissime leggi di Nostro Signore li fece rilasciare gratis, et restituire gli avisi” (c. 593r/89).

A volte capita di avere due versioni differenti sulla stessa notizia: è passata la censura? Un esempio: sul famoso bandito Curcietto che aveva sequestrato un monsignore per mandarlo come portavoce presso i Cardinali abbiamo due diverse stesure: “Di riferire alli Cardinali, che sarà lui buon diffensore et servitore fedele dogni loro interesse, ma che di gratia avertischino di non far mai più un Papa, et non simile a questo” (89v/87); “Di riferire a Cardinali che sarà loro buon difensore et servitore fedele adogni loro interesse” (97v/87). Nella seconda è saltato il riferimento al papa.

Credo che un vero intervento di censura sia alla c. 527/85, là dove delle undici righe sono state cancellate diverse parole e lintero testo è reso incomprensibile, probabilmente per nascondere uno scandalo avvenuto alla corte dei Gonzaga a Mantova. Altra censura potrebbe essere nella c. 578v/85, dove si trovano due vistosi tratti di penna sopra nove righe che parlano della poca considerazione che il papa aveva verso un cardinale di curia. Ma negli avvisi si trovano molte altre di queste censure, che fanno cassare dalla penna le maldicenze gratuite, i pettegolezzi indelicati o, per pudore, certe notizie che producevano un certo fastidio come la seguente: “Si sta per fare giustitiare una madre et figliuolo, per il nefando connubio havuto insieme 7 anni continui” (c. 342v/86).

Si può anche ragionevolmente pensare che il menante si autocensurava con prudenza ed equilibrio, evitando saggiamente di riportare giudizi troppo sfavorevoli sul papa o sul governatore di Roma o su qualche nobile romano o su un principe italiano. In fondo, se voleva proprio sfogarsi, aveva ancora a disposizione Pasquino!

Il problema del falso

Le notizie false erano sempre in agguato. Da qui la necessità di dover vagliare le notizie che giungevano, tararle adeguatamente, porle a confronto con successivi riscontri, evitare il pericolo di interpolazioni arbitrarie.

In un avviso del 21 giugno 1589 scritto da Roma si parla chiaramente di “glossatori” male intenzionati, con il sospetto che costoro possano essere alcuni tedeschi protestanti presenti a Venezia o forse qualche infiltrato a Roma, se non addirittura nella stessa corte papale: “Col ritorno a Roma del Cardinale Aldrobandino di Polonia et di Germania, essendosi inteso che gli heretici di quelle parti in ricevere gli avisi di Roma per via di Venetia li glosano et vi aggiungono bugie et falsità sporchissime, et forsi che in Venetia si trovano di questi glosatori, si è ordinato qua in voce, che siano castigati severamente tutti coloro che prevaricaranno, ancorché da queste parti si sappia certo che non nasca il detto male, se però qualche bugia non venisse scritta da Oltramontani et Barbari interessati che dimorano in questa Corte secretamente” (c. 392v/89).

Un altro avviso di Venezia evidenzia il contrasto fra le notizie provenienti dal Portogallo: “In contrario di quanto si è detto et scritto che sotto Lisbona siano restati morti 4600 Inglesi dellArmata nelle scaramuccie fatte da Spagnoli, si veggono lettere di quella Città scritte da Mercanti venetiani là residenti con aviso che non ve nerano morti se non 15 o 20 sbandati” (c. 524v/89).

Sul tema dei falsi abbiamo tantissime testimonianze. Nel solo volume del 1585 vi sono almeno una ventina di accenni a notizie ritenute dubbie o del tutto false, e ben dieci notizie riportate come sicure dal menante, ma che poi sono date per completamente false nei fogli successivi. Alcuni esempi: la falsa morte di Giovanni Francesco Bonomi, vescovo di Vercelli, di cui il cronista riporta la diceria che fosse morto “annegato passando un fiume con tutta la sua famiglia” (c. 328v/85); la falsa notizia delluccisione del cardinale Salviati a Bologna (c. 421v/85); le false morti annunciate del vescovo di Camerino (c. 232v/85), del vescovo di Modena (c. 523v/85) e del duca di Sassonia (c. 360r/85).

E nel corso degli anni continua questa moda del falso, stigmatizzata dagli stessi menanti: Si conosce essere inventione de Maligni la voce sparsa qua...” (c. 115r/88); “Qui in Casa capitano varij avisi, et alcuni sono veri, et altri alle volte sono falsi” (c. 166r/88); “Riesce favola fin qui la voce sparsa...” (c. 205v/88); Quanto si dice è solamente discorso delle genti che parlano mossi dalla lor passione” (c. 574r/88); “Molti stanno duri a credere, tenendolo per aviso artificioso” (c. 59v/89); Di queste cose non vè avviso alcuno da credersi né stimarsi” (c. 391r/89); È bugia espressa laviso sparso per Roma, che...(c. 594r/89); “Si dice che... ma si lascia nella penna fino a migliore rincontro” (c. 162v/90).

E si leggono con un amaro sorriso alcune frasi scritte fra lironico e il rassegnato: Non servendo ad altro lavisarne, che per imbrattare la carta” (c. 105v/88); “Fra tanto crederà ognuno quello pare” (c. 239r/90).

Non era sempre facile vagliare la verità, a motivo della concreta difficoltà di valutare in poco tempo le notizie provenienti da aree lontanissime geograficamente. La congerie di voci, ipotesi, dicerie, supposizioni, fantasie formavano un potpourri inestricabile. A volte le notizie giungevano solo oralmente, e prima ancora che potesse arrivare uno scritto, confermatorio o meno, passava diverso tempo. Una lettera da Costantinopoli a Venezia poteva impiegare anche un mese e più, secondo la velocità della nave: “Di Venetia gli 12 settembre 87. Le lettere di Constantinopoli che gionsero sabbato furono delli 5 di Agosto...” (c. 393r/87).

Anche sui latori delle notizie non poteva applicarsi una identica fiducia, perché un conto era la notizia giunta dalla corte di Praga e un conto la narrazione di un fatto riportato da un pellegrino di passaggio.

A ciò si aggiungeva la difficoltà di vagliare la verità quando la notizia era stata manipolata ad arte, o per volontà esplicita di calunnia verso personaggi scomodi, o per lesagerata difesa di una parte per motivi politici.

Che fiducia dare, ad esempio, ai racconti di fatti di guerra, quando i resoconti di una azione militare e il numero dei morti divergevano secondo la provenienza da uno o dallaltro dei campi opposti di battaglia? È la fonte stessa della notizia che manipola in partenza la verità, per cui i vincitori sfornano numeri da capogiro, mentre i perdenti ridimensionano il tutto. Ad esempio nel maggio 1589 la lega cattolica subì uno smacco militare dal re Enrico III, subito esaltato dai suoi seguaci: “La rotta fu di 3 mila huomini” (c. 406v/89). Ma la lega presentò la sconfitta come una piccola ed ininfluente scaramuccia, anzi una “perdita solo dellartiglieria, et de pochi de suoi” (c. 398v/89). In questo caso anche i morti entravano al servizio della propaganda politica.

Il menante del Parione o di Rialto che si trovava fra le mani dispacci del genere necessariamente era costretto a “fare la tara”, e non mancava di dispensare frecciate e giudizi pungenti: Avisi di Francia dati da parteggiano del Re. Ma di tutto quello che qui et nellaltro foglio del novellante si contiene a favor di Sua Maestà li contrarij o niegano, o referiscono in contrario, ma tutti però si confondono in modo che nessuno, fra laltre cose, si può intendere” (c. 407v/89); “A questi della Unione di Francia bisogna dare la tara, o calo de gli avisi che spargono di quel Regno, favorevoli dalla parte loro, la maggior parte falsi et colorati, non meno di quello facciano i Navaristi” (c. 198v/90); “Ancorché si sappia che bisogni dar tara delluna et laltra parte delle fattioni di Francia, nondimento si sa per cosa certa...” (c. 201v/90); “Benché tal dubio possa non dalla verità derivare, ma dalla malignità di quelli che così vorriano che fosse” (c. 444r/86); “Spargendosi da gli interessati nuove false, secondo le passioni di ciascuno” (c. 295r/89); Come pare che faccino ogni qual volta giudicano che possa portare reputatione o servitio alle cose loro” (c. 780r/89).

In un avviso del dicembre 1587 lo stesso menante ammette con sincerità che le notizie venute dalla Francia, addirittura in tre successivi dispacci, sono false e create per propaganda, per cui non rimane che dar credito - dice lo stesso scrittore - alle notizie che provengono da Venezia, ritenute più vere perché più neutrali: “I tre continuati spacci, si tralasciano, rimettendosi a quello che più veridicamente ne scriveranno di Venetia” (c. 543v/87)[58].

Nel febbraio del 1589 circolò per tutta Europa le falsa notizia che il re francese Enrico III era stato pugnalato da un paggio. La tragedia della sua uccisione in effetti avverrà, ma solo cinque mesi dopo! Eppure, pur conoscendo la falsità della notizia il menante la riporta ugualmente, quasi per stigmatizzare e condannare quel “si dice” continuo, che in fondo danneggiava anche il suo mestiere, togliendogli la certezza di notizie vere da offrire ai lettori: Ancorché si sappia certo essere falso laviso sparso per Roma della morte del Re di Francia di pugnalate, dateli in Camera da un paggio, nondimeno ne scrivono per “si dice” da Venetia, Genova, et Milano et con lettere da Lione da mercanti delli 24 del passato” (c. 59v/89).

Forse la bufala maggiore fu certamente quella proveniente da Milano il 7 agosto 1589 circa la pace fatta tra Filippo II di Spagna e la Regina Elisabetta dInghilterra e che addirittura costei avrebbe risarcito la Spagna delle spese sostenute nella sconfitta della Invincibile Armata: “Di Milano dicono la pace fatta tra il Re Cattolico et Inghilterra, et per ciò si sono spediti Corrieri a Fiorenza, Pisa et alla Spetie a fermar li soldati Tedeschi et Italiani chandavano in Portogallo, rifacendo quella Regina tutte le spese dell armata a Sua Maestà” (c. 523r/89). Non si capisce se ci voleva più fantasia nello scrivere una notizia del genere o nellaccettarla come vera!

Gli agenti delle varie corti che inviavano le notizie acquistate dai menanti sapevano benissimo che potevano avere fra le mani notizie inesatte e addirittura false, ma accettavano quello che si trovava in circolazione. Così infatti si scusava con il suo duca savoiardo lagente romano: “Vostra Eccellenza mi perdoni se alle volte gli scrivesse qualche bugia, poiché si vende per quanto si compra, e niente più[59].

Ma le notizie false potevano venire non solo (e incolpevolmente) dai menanti, ma anche da persone insospettabili per cui durissimo è il giudizio che il Graziosi scrive nel maggio 1588 a proposito di una notizia fornita addirittura dallambasciatore spagnolo che si era fidato della soffiata di... un oste: Così è: et anco i Savij fanno alle volte delle menchionerie” (c. 278r/88).

È bello pensare però che almeno qualcuno si diede da fare per smentire quanto avevano scritto i “menanti” su di lui: “È tornato a Roma Pietro Antonio, già sostituto della Dataria del Cardinale San Stefano, per mentire i menanti, chegli, come scrissero, non fugì di qua, et per mostrare a Palazzo la sua innocenza et integrità” (f. 356r).

“Così è, se vi pare”. Il famoso motto pirandelliano poteva applicarsi quasi ad ogni foglio davviso. Ma almeno una volta un simpatico menante scrisse con schiettezza su un suo foglio del settembre 1588: “Foglio davisi non finti, ma veri” (c. 475r/88), come a dire: non abbiate paura; di questo avviso vi potete fidare!

Quanto credito meritano gli avvisi?

“Tutti gli studiosi che hanno fatto ricorso agli Avvisi manoscritti concordano nellattribuire a queste fonti un notevole valore documentario”[60]. E aggiunge il DOnofrio: “Sulla attendibilità degli Avvisi non ci sono dubbi: oltre che pienamente riconosciuta dalla critica moderna, anche nel Cinquecento, nonostante qualche espressione di scherno o di disprezzo, altrimenti non si spiegherebbe il perché tutte le Corti (e poi anche i privati, in quanto gli avvisi erano venduti per le strade) ci tenessero tanto ad averne. Anche oggi, del resto, tutti mostriamo sempre, per vezzo o per convinzione, una qualche diffidenza verso i giornali: però tutti li leggiamo ugualmente”[61].

Abbiamo un vocabolario molto vario usato nella presentazione della notizia, quasi a guidare il lettore nel tipo di fiducia da dare alla notizia scritta: “dicesi per cosa certa”, “parlasi sottovoce”, “si dice anco per quanto si va scoprendo”, “va intorno un bisbiglio”, “si dice publicamente”, “per quanto si scandaglia”, “è ben accertato per vero”, “confermasi, che”. È chiaro, ad esempio, che la notizia perde di autorevolezza ed importanza se si scrive: “Qui corre voce sparsa da un porta lettere, alla quale non si presta fede” (c. 289v); Vien scritto qua che sia morto il Moscovito ma laviso porta seco così poco credito, et circostanze che non le prestiamo, si può dire, alcuna fede” (c. 299r); “Corre voce ma non si trova il fondamento” (c. 316v); “Poco, o niun credito ha la voce corsa da otto giorni in qua...” (c. 11r/88); “Pare duro a credere, anzi si tiene per bugia laviso portato da...” (511r/88); “Si parla inoltre (ma senza fondamento)...” (c. 66r/89).

Tutto ciò ci rassicura circa laffidabilità delle notizie, anche perché gli stessi menanti non sono teneri con le “ciancie”: “Si dicono molte ciancie, ma di poca apparente verità” (368r/87); Sopra tal accidente [Roma] fa discorsi et fonda i pareri su quello che a lei pare ragionevole, ma il tacere in tal caso è molto sano” (c. 2r/86).

Con tutta onestà (direi professionale) lestensore delle notizie avverte quando è consapevole della non completa fondatezza delle stesse notizie e avverte il lettore della necessità di un maggiore approfondimento: “Saspetta però di ciò maggior certezza” (c. 322r, 326r); “Non sapendosi di nulla di certo, si lascia di scriverne finché il tempo ne sortisca leffetto” (c. 35r/88).

Un evidente segnale di serietà e professionalità lo si trova nel caso di una rettifica fatta dallo stesso estensore della cronaca: Mè venuto un gran rumore alle spalle per unequivoco fatto nella precedente cronaca duna parola nel principio dellultimo capitolo, che voleva dir Napoletano, et diceva Romano” (c. 243r).

Certamente allo scrittore di avvisi non si poteva togliere il gusto del raccontare un po sopra le righe, con il suo furfantesco modo di mescolare a volte verità e dicerie. Era il suo mestiere e il far colpo era necessario per vendere![62] Ma fa piacere leggere frasi del genere: “Si ben non siano certe et vere le cose che si dicono, il sentirle non nuoce, et perciò ne racconterò alcune” (c. 12v/89); Si lascia nella penna quel che di più si potrebbe dire sopra questo particolare” (c. 84v/88); “Consideri Vostra Altezza che confusione noi stessi facciamo” (232v/87).

La spedizione e la difficile vita dei corrieri

In tutte le numerose pagine degli avvisi che ho trascritto ho trovato due soli nomi di corrieri. In una cronaca dettagliata sui primi giorni della battaglia fra le armate navali spagnola e inglese nellagosto 1588 si legge: “Frocuson corriero arrivò circa lotto hore, portando lettere...” (c. 477v/88). Altro nome di un corriero strappato allanonimato è quello di tale Strozzi in un avviso dellaprile 1589: Il signor corriero Strozzi ha detto questa mattina haver lettere da Torsi de 12 daprile con aviso che...” (c. 257r/89).

Di tanti altri migliaia di corrieri non sappiano neppure i loro nomi, ma conosciamo solo la difficilissima vita che conducevano.

Una fitta rete di “huomini espressi”[63], recavano “le più fresche lettere”, a cavallo o in diligenza o in nave[64] fino ad elaborare un complesso reticolo di “vie postali” man mano sempre più perfetto e veloce (relativamente a quei tempi), gestito da altre agenzie specializzate di stampo manageriale, naturalmente sempre sotto il controllo attento dello stato, che facevano uso delle “poste” (per cui si parla spesso di “notizie giunte à posta”), cioè luoghi specifici che offrivano la possibilità del cambio dei cavalli nelle varie stazioni collocate lungo le strade di scorrimento, a distanze regolari di circa 10-15 chilometri.

Si è detto giustamente che la posta e gli avvisi sono strettamente connessi fra loro: “Queste due istituzioni - la Posta e il Giornalismo - hanno così stretti vincoli, in quanto luno trova nellaltra il suo alimento e la sua possibilità di sviluppo”[65].

Le poste furono organizzate già dalla fine del Trecento da imprenditori privati o dagli stessi Stati, per consentire un servizio di comunicazione politica, sociale e commerciale. Il modello andò man mano sviluppandosi e perfezionandosi fino ad arrivare nel Cinquecento ad un sistema perfettamente collaudato, che portò ad una maggiore regolarizzazione dei tempi di percorrenza. Ed è proprio per la regolarità di tale servizio che si poté di conseguenza regolarizzare la stesura e linvio dei fogli degli avvisi, che venivano redatti in concomitanza delle assicurate spedizioni, perdendo così la fisionomia della occasionalità ed estemporaneità.

Naturalmente le curie, le ambasciate, le segreterie dei prìncipi e anche i mercanti più rinomati avevano le loro reti di collegamento e i loro corrieri[66].

Al corriere che lavorava da solo si affiancava il pubblico “procaccio”, cioè la diligenza che trasportava le persone, il denaro, le stoffe e, naturalmente, il pacco delle lettere. Nei nostri avvisi si nomina quasi esclusivamente il procaccio utilizzato sulla direttrice Roma-Napoli lungo la via Appia, che naturalmente aveva un tempo di percorrenza maggiore del singolo corriere a cavallo. Nel 1586 fu proprio Sisto V che assicurò alla Camera apostolica il procaccio napoletano settimanale, servizio che fino allora dipendeva dalla Spagna.

E se non arrivavano i corrieri non arrivavano le notizie. Si legge in un avviso da Colonia: “Essendo il Portalettere con lordinario dAnversa di questa settimana stato spogliato otto leghe di qua dalla guardia del Castello di Bleijbecho, non habbiamo perciò inteso cosa alcuna di quelle parti” (c. 177v/89). E dalla Spagna si scrive con una certa apprensione che non si haveva nuova veruna di tre corrieri estrordinarii spediti ultimamente da Roma per Spagna” (c. 607r/89). Anche dalla Francia: Di Francia non essendo comparso lordinario, né estraordinario alcuno, non si sa dir nulla di nuovo” (c. 721v/89).

Vari erano i pericoli che doveva affrontare costantemente un corriere.

Anzitutto le strade. NellItalia del Cinquecento le vie di comunicazione non si presentavano nel migliore dei modi, dal momento che la frammentazione politica ostacolava la realizzazione di un organico sistema di comunicazioni stradali. Il fondo stradale, quando esisteva, non aveva robustezza e omogeneità ed era più adatto al cammino pedestre o del cavallo che alle carrozze. In tali condizioni il traffico delle merci era ridotto e le strade venivano utilizzate per i viaggi indispensabili. Inoltre mancavano i ponti e i fiumi si passavano a guado o col traghetto, con grande pericolo dei passeggeri, compresi i corrieri: “Il corriero di Venetia partito ultimamente di qua per quella volta si è annegato a Pontecentesimo (c. 569v/89). Sisto V prese a cuore il riassetto viario dello Stato pontificio e, secondo il parere degli storici, “se il pontificato di Sisto V fosse durato più a lungo, probabilmente le strade sarebbero state riassettate”[67].

Laltra grave difficoltà per un corriere era il brigantaggio che infestava lEuropa intera.

Gli avvisi riportano infinite testimonianze di “svaligiamenti” di corrieri, con la perdita dei dispacci, oltre che del denaro.

“Al Corriero di Brescia, che doveva venire martedì, fu tolto il giorno avanti presso Castelnovo il cavallo, et la valigia con li fagotti di Bergamo et anco di Brescia” (c. 135r/86); è stato svalliggiato alle Fornase il Corriero passato che andava a Roma, legato a un arbore, con bottino di circa ducati 4 mila” (c. 532v/86); “Il Corriero ordinario di Venetia giunto qua giovedì è stato svaligiato presso Ravenna da alcuni stradaroli, et levatigli 1700 scudi contanti, oltre alle robbe, et gioie, sì come si dice essere stato svaligiato anco il corriero, che da Milano passava a Venetia” (c. 465r/87); “Il Procaccio di Napoli che veniva a Roma è stato svaligiato da 13 fuorusciti fra i confini del Regno et di questo Stato, con danno di 2 mila scudi” (c. 127r/87); “Li corrieri di Bologna et Firenza, che partirno di qua hoggi 15 giorni, furono svaliggiati, et a quello di Firenza le fu tolto 8 mila scudi” (c. 101r/88); Un corriero estraordinario di Spagna è stato svaligiato a confini di Francia et levatigli li spacci(c. 266v/88); Di Genova scrivono che le fuste de Corsari di Provenza havevano rubbato un spaccio del Duca di Savoia, che andava al Re Cattolico” (c. 382v/89); “La settimana passata fu svaliggiato il corriero di Milano al Ponte San Marco tra Loria e Desenzano e levatogli ogni cosa” (c. 770v/89).

Perfino dentro Roma un corriere poteva essere “svaligiato”: “Domenica notte il Corriero ordinario di Milano partendo di qua al suo camino, fu assalito da 4 stradaroli avanti la vigna di Giulio dentro Roma per svaligiarli” (c. 398v/88).

Le percosse, le ferite inferte ai corrieri e perfino le loro uccisioni erano allordine del giorno: Fu malamente ferito di ronchettate su la testa il Postiglione dello Scaramiccia, che correva con lordinario di Bologna; “Il corriero ordinario di Praga è stato ammazzato a Pesten sul Trentino, non sapendosi da chi” (c. 378v/88). “A Pietra Mala era stato assassinato nellhostaria da banditi un corriero che di Firenze passava a Venetia con molte migliara de scudi” (c. 774r/89); “Il Corriero ordinario di Venetia, che doveva arrivare qua mercore la sera secondo lobligo, non comparse prima di giovedì a mezzo giorno, per essere stato svaligiato qua da Spoleti un miglio, levatogli 800 scudi della Camera Apostolica, et molto ben bastonato” (c. 234v/90).

Inoltre anche i corrieri erano vittime delle fazioni politiche contrapposte e delle guerre in corso nelle varie regioni dEuropa: “Si verifica che il corriero ordinario di Spagna, partito di qua ultimamente, sia stato preso dalli Ugonotti di Francia a confini et condotto avanti al Re di Navarra” (c. 390r/88); “Né sarà maraviglia se nellavenire mancaranno tal volta lettere di Francia, poiché di là scrivono la intercettatione et rubbamenti de spacci et de corrieri come avviene in tempo di guerra” (c. 199r/89); “Domenica la sera comparse finalmente il tanto aspettato corriero di Spagna con le lettere la maggior parte lacerate et aperte da gli Ugonotti di Francia” (c. 440r/89).

Si parla espressamente di impiccagioni di corrieri per motivi politici, in quanto ritenuti possibili latori di lettere e di notizie dalla parte avversa: “Se intende, che i Parigini in ricevere il Breve monitoriale di Nostro Signore spedirono subito un corriero a Roma, il quale fu appiccato dalle genti del Re, sì come listesso si crede sia avenuto a quello di Spagna, et ad altri corrieri che mancano” (c. 424r/89); “Il quale Duca [di Savoia] haveva fatto impiccare un corriero, che da un Principe dItalia era stato spedito in Francia, havendo scoverto che da quella, et da altre lettere si scrivevano cose pregiuditiali a Sua Altezza” (c. 205r/90).

Un ulteriore problema per un corriere era rappresentato dalla meteorologia: “Le nevi in Calavria sono state di maniera grave, che è passato un mese che il Procaccio non ha potuto venire di là” (c. 130v/86); “Questa settimana siamo fin hora senza lettere dAnversa per causa de tempi contrarij et delle acque grosse” (c. 98r/87); “Il Corriero di Firenze che doveva arrivare fin giovedì della settimana passata non giunse qui [a Venezia] prima di domenica impedito dalle altissime nevi delli Appennini” (c. 584r/86).

Durante il brutto inverno del 1589 si legge: “Uno delli corrieri spedito ultimamente dallAmbasciatore di Spagna qua residente al suo Re ha perso gli spacci, danari et quanto haveva in un luogo detto la Cascina verso Pisa, immerso nel acque fino alla gola” (c. 705r/89); “Il corriero ordinario di Lione, che doveva giungere la settimana passata, non è comparso prima di martedì, tratenuto dalle nevi grandissime cadute oltra i modi” (c. 18r/89); “Il corriero ordinario di Milano, che doveva arrivar qua la settimana passata, non è comparso fin lunedì la notte per le nevi” (c. 774r/89).

Per i corrieri non era gratificante neppure lonorario che percepivano. Il costo di un corriere si diversificava a seconda della lunghezza del tragitto da percorrere, della quantità delle “poste” in cui doveva fermarsi per il cambio cavallo e per il pernottamento, della diversa qualità del corriere (ordinario o straordinario)[68], del tempo stabilito per la consegna e, non ultimo, della pericolosità degli Stati da attraversare. A tutto ciò si aggiungevano altre variabili, tra cui se chi spediva era un privato cittadino o la curia romana o una corte; se si affidava la lettera ad una compagnia organizzata di corrieri o se si usavano corrieri propri; se si trattava di un avviso urgente che richiedeva un tempo breve di consegna o se utilizzavano i normali tempi ordinari. Comunque il costo era salato e non sempre si poteva risparmiare affidando le lettere ai “postini occasionali”, cioè amici viaggiatori, pellegrini, soldati, mercanti.

Circa il costo di una spedizione ordinaria di avvisi o di lettere trovo emblematica una frase scritta nel novembre del 1589 relativa allambasciatore della lega francese a Roma: “Si dice chel Commendator Diù habbia ordine di tornarsene in Francia per non fare più spese, massime in spedire Corrieri” (c. 715v/89). Solitamente una lettera si pagava dai 15 ai 25 baiocchi l’oncia (c. 3v/88). 25 baiocchi corrispondevano a 7,35 grammi di argento, cioè al prezzo di costo di 10 o 12 chili di pane[69]. Non era poco!

Circa i tempi di consegna basta scorrere gli avvisi e osservare alcune sigle poste in molti fogli in alto a sinistra, scritte con una grafia minuta e quasi nascosta. Sono gli indicatori dei tempi di percorrenza del corriere. Ebbene nel foglio 159r del 1588 si legge: “Di Praga li 29 Marzo 88”, ed accanto vi è scritto: “16 Aprile”, cioè questo avviso è arrivato da Praga a Roma in 18 giorni; ugualmente al foglio 104r del 1589 si legge che quellavviso scritto da Anversa l11 febbraio è arrivato a Roma il 25 dello stesso mese, cioè dopo 14 giorni; un altro, che era partito ugualmente da Anversa il 22 gennaio 1590 arriva a Roma il 10 di febbraio, cioè dopo 19 giorni (c. 61r/90); un altro ancora, partito dalla stessa città il 26 gennaio, era arrivato a Roma il 16 febbraio, cioè dopo ben 21 giorni (c. 66r/90).

Vi sono poi testimonianze dirette dei vari tempi di percorrenza. Ad esempio per andare da Firenze a Roma un corriero impiegava un giorno (Il Corriero venuto laltrhieri di Fiorenza in 24 hore si dice essere per le cose di Francia”, c. 97r/89); sette giorni dalla Baviera a Roma (“In sette giorni è comparso qua corriero dal Duca di Baviera” c. 714v/89). Altrove si dice che un corriero è giunto da Londra a Parigi in 10 giorni, dal 24 agosto al 3 settembre 1588: Horhora finisce di giunger un Corriero dInghilterra a questo Ambasciator Inglese che partì di Londra à 24 Agosto” (c. 465v/88). Più di 20 giorni occorrevano ad una lettera per giungere da Costantinopoli a Venezia: Mercordì sera gionse una fregatta da Cattaro in diligenza con lettere straordinarie di Constantinopoli venute in 23 giorni” (c. 573r/88), mentre da Tours in Francia un corriero è arrivato a Venezia in 14 giorni (c. 351r/89) e un altro da Parigi a Roma in 15 giorni (c. 671v/89) e una volta in 13 giorni (c. 339r/90), ma eccezionalmente anche in 10 (c. 282r/89). Sempre 14 giorni da Lione a Roma (c. 193r/90) e 9 giorni dallOlanda a Parma (c. 389r/90). Durante i “tempi stravaganti” del 1589 e 1590 seguiti alluccisione del re Enrico III, i corrieri facevano una gran fatica a portare gli avvisi dalla Francia, tanto che un avviso arrivò da Parigi a Roma addirittura in 23 giorni (c. 255r/90) e il papa chiese di velocizzare larrivo dei corrieri per poter seguire levolversi degli avvenimenti: “Nostro Signore [ordina] di accomodare il corso delle poste in modo, che ogni 8 giorni venghi il Corriero ordinario da Lione a Roma, acciò in tempi così stravaganti si possino del continuo havere risposte innanzi, et in dietro per provedere a quanto bisognerà” (c. 636r/88).

Questa era la velocità di un corriere ordinario, dal momento che i corrieri straordinari, impiegati per dispacci importanti, bruciavano le tappe, coprendo le distanze anche in tempi dimezzati, come quel corriere giunto da Torino a Roma in tre giorni (Con un Corriero estraordinario di Turino gionto martidi sera in 3 giorni allAmbasciatore di quellAltezza”, c. 501r/85) mentre un normale corriere ci impiegava almeno 4 giorni (Un corriero venuto giovedi notte allAmbasciator Muti da Turino in 4 giorni...” c. 173v/89), ed un altro era venuto addirittura in soli 2 giorni da Venezia a Roma per conto del Doge per lamentarsi che un vescovo locale aveva scomunicato lintera Signoria veneta[70].

La completezza degli avvisi

A questo punto viene spontanea una domanda: ci sono arrivati TUTTI gli avvisi ufficiali scritti in quegli anni del pontificato sistino o possiamo pensare a mancanze e lacune in merito?

Più di un dubbio mi è venuto nel corso della trascrizione. Mi limito a due soli esempi.

Nel febbraio 1590 si legge in un Avviso: “Hora si dice, che la Bolla (della quale tante volte si è ragionato) dellannullatione de feudi...” (c. 68r/90). La frase si riferisce alla bolla “Alienationes officiorum seu iurium et emolumentorum” (Bullarium CLXVI), con la quale papa Sisto rendeva nulle le vendite illegali degli uffici ecclesiastici. Ebbene faccio presente che quel “tante volte si è ragionato” in realtà non corrisponde a verità, perché si riducono a solo due volte le citazioni di tale bolla negli avvisi arrivati a noi e trascritti.

Sempre nello stesso mese ed anno si legge: “Era stato preso presso Parigi il Nivello libraro, partito di qua come si scrisse...” (c. 77r/90). Ebbene è la prima volta che tale libraio Nivelli viene citato e non lo sarà più in seguito.

Tutto ciò fa pensare a quanti altri avvisi non ci sono pervenuti. I motivi? È possibile solo fare alcune congetture: scelte volute da parte dei segretari mittenti che decidevano quali fogli inviare? corrieri non del tutto ligi al loro dovere di consegna? perdita o svaligiamento del carico? smarrimento o non archiviazione degli fogli stessi da parte del destinatario? omissioni di alcuni fogli al momento della rilegatura dei volumi come li abbiamo oggi? Tutto è possibile. Ci dispiace solo se qualche foglio omesso poteva recare notizie o informazioni che sarebbero state preziose per noi.

Unaltra considerazione. Gli avvisi qui trascritti sono quelli inviati da Roma ad Urbino, ma non ho trascritto quelli inviati nello stesso periodo del quinquennio sistino a Firenze, a Venezia, o in qualche altra parte del mondo. Certamente se confrontassimo tutti gli avvisi sparsi nelle varie biblioteche troveremmo delle variazioni nelle stesse notizie spedite da Roma nello stesso giorno o lacune vistose o aggiunte preziose. Questa variabilità che è da mettere in conto dipendeva dai vari addetti delle ambasciate, dai segretari e agenti dei diversi potentati che potevano completare o depennare a loro discrezione i fogli “ufficiali” delle agenzie o aggiungere i loro fogli personali, così come abbiamo visto fare in questi nostri avvisi urbinati dal segretario Grazioso Graziosi.

Un confronto mi è stato possibile fare. Negli avvisi conservati nella Biblioteca Nazionale di Firenze relativi allanno 1588, nel foglio proveniente da Roma e datato 20 agosto si legge che Sisto V in una conversazione privata aveva espresso un suo desiderio circa la regina Elisabetta dInghilterra, cioè di vedere “la regina angla condotta legata a Roma”[71]. Ebbene scorrendo lintero anno 1588 dei nostri avvisi urbinati non cè assolutamente traccia di tale frase.

Eccesso di notizie?

Mettendo insieme limponente massa di avvisi relativi ai cinque anni del pontificato sistino, ci si accorge dellenorme cumulo di informazioni che abbiamo tra le mani, un coacervo di notizie le più disparate e una quantità di avvenimenti i più diversi. Messo tutto insieme, questo materiale somiglia ad un grande oceano dagli orizzonti che si perdono a vista docchio e che incute soggezione per la schiacciante immensità. La mente si perde e il cervello si blocca. Troppe parole? troppe notizie?

Sembra strano un argomento del genere, eppure già nel Seicento si innescò una polemica in merito alleccessiva abbondanza di notizie che arrivavano da ogni parte dEuropa.

Leggo in uno studio di Roger Chartier, che già nel 1628 il saggista inglese Robert Burton (1577-1640), nella sua opera “The anatomy of melancholy” condannava il frenetico e continuo flusso di notizie. La mente umana ne rimane sconvolta e tanto più le notizie sono numerose tanto prima la mente le dimentica, anzi “non fa altro che allontanare il lettore da un giudizio veritiero, che richiede il ritiro nel proprio intimo e in una vita solitaria. Leccesso di notizie è fonte della confusione più estrema e rivela il caos di un mondo in cui nulla è stabile, né il corso della natura, né il destino degli uomini”[72]. E Chartier cita due studiosi, John Sommerville e Folke Dahl. Il primo fa un elenco della enorme abbondanza di avvenimenti che tutti insieme si abbattevano sullEuropa del XVI e XVII secolo, mentre il secondo ci riporta al bombardamento di notizie a cui è sottoposta la società odierna: “rumori di guerra, pestilenze, incendi, inondazioni, furti, omicidi, massacri, meteore, comete, spettri, prodigi, apparizioni, città conquistate, città assediate in Francia, in Germania, in Turchia, in Persia, in Polonia, ecc.”;[73] e “una grande confusione di desideri, aspirazioni, azioni, editti, petizioni, processi, arringhe, leggi, proclami, lagnanze, querele arrivano ogni giorno alle nostre orecchie. Ogni giorno nuovi libri, pamphlet, corantos [i primi fogli informativi, precursori dei giornali], storie, cataloghi interi di volumi di ogni tipo, nuovi paradossi, opinioni, scismi, eresie, controversie filosofiche, religiose, ecc.”[74].

Non mi permetto di dissentire da questi studiosi del comportamento umano, ma posso affermare che, dopo avere per anni interi immersa la mia mente nel grande oceano degli avvisi, non solo non mi sento schiacciato dallabbondanza di notizie desunte, ma avverto di essere fortemente arricchito. È vero che in un oceano aperto qualcuno si può affogare, ma solo se non è dentro una nave o almeno sopra una zattera. Lo stesso accade nel mondo sconfinato delle informazioni, oggi in particolare: luomo deve saper ben navigare se non vuole naufragare. Basta usare saggiamente il filtro di un robusto discernimento e di una sana critica. In questo modo ognuno sarà capace di creare dentro di sé quel necessario spazio di silenzio che rinfranca lanima, usando saggiamente il “ritiro nel proprio intimo”, consigliato già nel 600 dal Burton.

La grammatica degli avvisi

A nessuno viene certamente in mente di collocare gli avvisi o le gazzette fra i testi di letteratura italiana, anche se io penso che quello sarebbe il posto giusto. “Mentre prima negli avvisi vi si cercavano notizie di personaggi o conferme di eventi storici, da una ventina danni si è cominciato a considerarli come espressione di letteratura popolare ed a volgere lattenzione quindi anche alla loro lingua e al loro stile”[75]. Infatti lOrbaan, chiedendosi quali erano stati i criteri che fino agli inizi del Novecento avevano guidato gli storici a consultare gli avvisi afferma semplicemente: “una curiosità di ordine superiore; un sospetto che in essi notizie importanti potrebbero nascondersi; la certezza di avere a disposizione una specie di calendario retrospettivo”[76].

Il linguaggio usato dagli avvisi è quello della cronaca veloce, del racconto popolare, della narrazione divulgativa e il fraseggio è fresco, immediato, scorrevole, pur con un periodare a volte un po contorto. Si riportano anche modi di dire di quellepoca, proverbi e detti popolari, con espressioni tratte dal linguaggio comune che ci restituiscono il sapore della quotidianità. Mentre le gazzette a stampa erano costrette ad utilizzare un linguaggio controllato e “paludato”, i fogli manoscritti hanno invece un ritmo più brillante e un linguaggio più aperto.

I nostri avvisi sono naturalmente scritti nellitaliano di fine Cinquecento, che ha un certo suo innegabile fascino, specie ad una lettura prolungata. Altra lingua presente è il latino, attraverso molte parole e frasi, ed anche con due rarissimi fogli scritti completamente in latino: uno giunto da Colonia nel maggio 1586 (c. 212r/86) e un altro da Varsavia il 2 giugno 1587 (c. 270v/87). Il lettore non si spaventi, perché il tutto è tradotto in nota! Non mancano parole e frasi che rimandano al francese e allo spagnolo. Rarissime le parole tedesche.

È certo comunque che i nostri avvisi richiedono una concentrazione particolare nella lettura, sia per la lingua italiana ormai desueta, sia per la quantità enorme di parentesi quadre usate per le abbreviazioni, sia per il contenuto che non è proprio da romanzo dappendice. Qualche volta non sarà agevole e immediata neppure la comprensione dello stesso testo. E questo per diversi motivi.

Anzitutto si troverà di fronte a numerosissime abbreviazioni delle parole, specie quelle ripetute più spesso, come S[ua] S[anti]tà, S[ua] B[eatitudi]ne, Car[dina]le, S[ua] Ecc[ellen]za, q[ues]to, q[ua]nto p[rim]a, c[aus]a, n[ostr]o, S[ua] S[ignoria] Ill[ustrissi]ma, Ingh[ilter]ra, Ecc[lesiasti]co, Chr[istianissi]mo e centinaie di altre ancora. Avrei potuto scegliere di fare una edizione critica, lasciando il testo nella sua integrità (S. B.ne, Car.le, q.to, c.a), ma ho preferito trascrivere per esteso le parole contratte, completandole con luso della parentesi quadra, al fine di rendere più facile la lettura pur mostrando il testo originale. Qualcuno forse avrebbe preferito che le parole fossero messe nella loro interezza. È chiaro che ogni scelta è opinabile.

Molte parole risentono del latino. Siamo a Roma e il latino è dobbligo non solo nella liturgia, ma anche nei documenti ufficiali della curia, nei sermoni accademici, nelle discussioni culturali e in molte pubblicazioni a stampa. Chi scrive in italiano, in un contesto di diffuso analfabetismo, è molto probabile che conosca anche il latino, per cui facilmente non solo abbellisce il testo con locuzioni latine, come “in verbo Cesaris” (sulla parola dellImperatore), “laborabat” (era ammalato); “est in finis” (sta per morire); “etiam” (anche), ma accetta luso corrente di scrivere alcune parole secondo la grammatica latina, come, ad esempio, tutte le parole che in italiano ormai sono pronunciate con la “z” e che in latino si scrivono con la “t”: scientia, ignorantia, amicitia, licentia, liberatione, sodisfattione... E non mancano i continui latinismi, a cominciare alla onnipresente congiunzione “et” per continuare in molte parole come dimandare, condescendere, tardanza (ritardo), voluntà, ponere (porre), inarborata (innalzata)...

Se la grammatica della lingua italiana si evolve di continuo nel tempo, possiamo capire come un testo di circa 450 anni fa segua le sue regole, diverse dalle nostre. Certamente oggi non poniamo gli accenti su certe parole (es. quà, à, fù, ò, hà...), mentre li mettiamo su altre parole (perché, affinché, né...); non poniamo lapostrofo dopo larticolo maschile indeterminativo (unanno, unaltro, unuomo...); togliamo le doppie a molte parole (es. essercito, priggioni, accommodamento, essortando...), mentre, al rovescio, ne raddoppiamo altre (es. publica, diferenza, cavaleria, femina, capellano, comodità...); uniamo ormai alcune parole (cio è, se bene, se pure); siamo parchi nelluso del maiuscolo, specialmente quando si parla di cose o animali o anche di mesi e di giorni della settimana; non usiamo più il congiuntivo nella forma arcaica (oggi diremmo “alla Fantozzi”): faccino, vadino, dichino, venghi, obedischino...; certamente non usiamo più certi arcaismi nei tempi verbali, come possendo (per potendo), comparse (per comparve), creorno, passorno, furno, uscirno. Diverso è per noi luso della punteggiatura, soprattutto della virgola (“oltre a molte essentioni, et privilegij”; “disse, che poteva”...) e del plurale e singolare: Il cardinale è tornati a Roma... “Li Signori alla Sanità fece pubblicare...”; “Ogni persona vi andavano scalzi”; “Sua Altezza e lOlivar andò...”; “Viene nuove forze de Svizzeri”; “Sè ribaltata una barca con molta gente che verano dentro”; “Si vede lettere da Costantinopoli” e tantissimi altri esempi. Nella trascrizione mi sono limitato a “modernizzare” gli accenti, gli apostrofi e alcune maiuscole. Non ho toccato il testo.

Non mancano diversi francesismi: primpotempo per il francese printemps, primavera (c. 747r/89), marchiare per marciare (dal francese marcher)…; ma vi sono anche diverse parole che risentono dello spagnolo, lingua ben presente negli Stati italiani dominati dalla Spagna (Milano, Napoli, Sicilia).

Un problema costante è la diversità nel riporto di nomi di persone e di città trascritte in modo diverso e variate in modo impressionante da una pagina allaltra. Ad esempio lambasciatore veneto presso il papa, Badoreo, si trasforma facilmente in Badoaro, Badonaro, Boadonero, Badraro, oppure il cardinale di Vaudemont si trasforma in Valdemon, Vadamont, Vademonte...; la città olandese di Neis si trasforma in Nois, Neus, Neuss..., Tours in Tur, Tor, Tuor, Torsi...

Alcune parole che a noi oggi sono chiare per il loro significato, hanno invece per lo scrittore del Cinquecento un significato diverso. Es. tuttavia vuol dire “ancora”; affatto sta per “del tutto”; allincontro sta per “dallaltra parte, al rovescio”; “fortuna indica la tempesta in mare. Altre parole o modi di dire invece sono ormai del tutto desuete, come ad esempio “incarcanito” per ingarbugliato; “partire con le calcagna”, cioè darsi alla fuga; “avere le trombe nel sacco”, cioè non aver concluso nulla... Unultima osservazione: quando si legge la parola “Cavalli” al maiuscolo non si intendono gli equini, ma i cavalieri.

Quale papa Sisto emerge dagli avvisi?

La figura di Sisto V emerge in tutte le sue sfaccettature: nella sua genialità come nelle sue debolezze. Tutti devono molto presto fare i conti con questo papa dal carattere forte, deciso, volitivo, attivo; un uomo dalle decisioni chiare, dal parlare sincero e diretto, senza finzione o accomodante diplomazia, tanto che anche i suoi detrattori dicono di lui che “non era suo humore il tacere con la bocca quel che portava nel cuore”[77]. Non ha un carattere facile e malleabile: è uomo risoluto, dalle idee chiare e per questo imperioso e determinato. Va anche spesso in collera per la focosità del suo carattere ma sa anche riconoscere i suoi errori: “Si potrebbe dubitare un giorno di peggio, se Sua Santità nonhavesse fra laltre questa virtù, di nonessere pertinace nelle sue risolutioni” (c. 330r/86) ed è anche tenerissimo fino alle lacrime: “Lavò i piedi secondo il consueto alli 12 poveri, con tanta tenerezza che Sua Santità nel principio di quellatto non poté contenersi da dirottissime lacrime” (c. 182r/89).

Ma senza questo carattere forte e imperioso poteva Sisto compiere, nel suo breve lustro del suo pontificato, tutto ciò che ha operato e che la storia gli riconosce? Non a tutti gli storici la figura di Sisto V rimane simpatica, a qualcuno sta proprio indigesta, a fronte di altri storici che lo esaltano come il più grande papa del Cinquecento. Ma tutti gli storici riconoscono che la statura di questo pontefice si erge di molto al di sopra di tantissimi altri papi e che ha pensato ed operato alla grande, come solo i geni fanno. Ha lasciato tracce profonde nella spiritualità, nello stile di governo, nella giustizia, nella economia, nellurbanistica, nel rapporto con i potenti. Pochi avrebbero osato tanto e credo che nessuno avrebbe pensato di cercare un accordo con il sultano stesso di Costantinopoli per acquistare e portare in Italia da Gerusalemme il Santo Sepolcro: “Si va dicendo,chel Pontefice ha un pensiero gloriosissimo di volere cioè redimere di mano del Turco il Santo Sepolcro, et servirsi in questo traffico delli più omnipotenti mezzi, senza riguardo di qual si voglia somma di denari che la Porta di Costantinopoli adimandi, et di qual si voglia eccessiva spesa, che ci vada per havere quel felicissimo sacro, che fu arca del nostro Redentore” (c. 59r/87)[78].

È molto affezionato alla sua famiglia di umili origini (da papa gratificherà un ebreo che aiutava industriosamente la povertà della famiglia di Sua Beatitudine” c. 498r/85), al paese della sua famiglia, Montalto (Ha fatto venire del suo paese 24 huomini, a quali vuole si distribuiscano tutti gli offitij, et carichi palatini”, c. 371v/85), e alla sua regione, le Marche (“Per lavenire sempre la Provincia della Marca habbia unAdvocato Concistoriale” c. 242r/85), ma anche alla “famiglia” formata dai suoi servitori e segretari (“Nostro Signore è riconoscitore di tutti quelli che lhanno servito” c. 429v/87).

La levatura spirituale del papa è spesso messa in risalto dai cronisti, che ammirano anche la sua mensa frugale e francescana, oltre alle abbondanti elemosine compiute. Entra anche nella sfera della spiritualità quel suo lavorare con impegno e con instancabilità: “Per non volere Sua Beatitudine lasciare punto dotio alla corte, anzi che da lei non mai stanca nelle fattioni del suo carico piglino tutti essempio” (c. 43r/88); “Nostro Signore è così diligente nel suo carico Pastorale, che vuole intendere, disponere, et ordinare fino alle minutie” (c. 517r/88).

Nella sua azione pastorale questo papa vive come un convinto seguace del concilio di Trento e un deciso sostenitore della riforma cattolica, a cominciare dai suoi pastori e dalla stessa Roma. Inventa la “visite ad limina”, riorganizza le congregazioni romane, obbliga i vescovi alla residenza (e lanonimo menante scrive: Rissolutione molto santa et necessaria” c. 709v/89), riforma la curia romana.

Ha governato Roma e lo stato ecclesiastico con vera passione, curando le sue finanze, le sue strade e ponti, i suoi problemi sanitari, la sua istruzione, la sua industria ed agricoltura, la sua flotta, interessandosi della lotta al banditismo, dellapprovigionamento idrico della città ed di tanto altro ancora, secondo quanto si legge in un avviso:“scoprendosi in Sua Beatitudine ogni giorno maggiore il desiderio et pensiero di giovare alli suoi popoli, et in specie a questa Città, della quale sempre è stata affettionatissima(c. 279r/89).

Nel rapporto con i potenti papa Sisto ebbe “grande equilibrio, equidistanza, giustizia e dosaggio di concessioni”, anche se “Non ha rispetto ne à Cardinali, ne à coronati Ambasciatori” (c. 294r/85).

Circa il suo amore alla giustizia è interessante la laconica frase di un avviso nei primi mesi del pontificato: “Vuole Sua Santità che sia fatta giustitia indifferentemente contra qualsivoglia persona che errarà” (c. 296v/85), o questa più meditata affermazione: “Sua Beatitudine scoprendosi ogni giorno più giusto, et buono a buoni, come implacabile, et severo a cattivi, senza quelle maniere di rispetti, che son talvolta rovina de Principi et mancamenti dellautorità loro, riguardando solo al debito suo di Pontefice et Padre universale, castiga et riprende secondo loccorrenza ognuno che erra” (c. 309v/85).

Si parla con stupore del suo impegno nella riduzione delle spese e dellarricchimento delle finanze statali: “Nostro Signore è alieno dalle grandezze mondane et spese superflue” (c. 550v/89). Il suo risparmio porterà il tesoro papale a livelli mai avuti prima, e vuole che tale ricchezza sia utilizzata solo a precisi scopi per il servizio della Chiesa: “Il Papa, oltre la cura che tiene delle cose spirituali, non tralascia con la diligenza et la parsimonia di procurare che la Sede Apostolica sia ben provista de beni temporali, non solo per conservatione del Stato Ecclesiastco, come anco per poter supplire alli bisogni, che di continuo occorrono nella Christianità” (c. 487r/87).

Roma, alla morte di papa Sisto è irriconoscibile, con il tracciato “stellare” operato ex novo e in brevissimo tempo e con la creazione di alcuni grandiosi assi viari rettilinei: “Nostro Signore è intento a fare stendere strade nuove per retta linea” (c. 104r/86), vedendosi per tutta Roma “tanti biffi (cioè picchetti) che si vanno mettendo a dirittura per la Città, per le vigne, et per i Giardini (c. 42r/86).

Si potrebbe riassumere la figura di papa Sisto, così come emerge dagli avvisi, con questa frase di un anonimo menanteDiede buoni ordini, secondo la gran prudenza, valore et vigilanza di Sua Beatitudine in tutte le cose” (c. 462r/89).

Sappiamo come la figura di Sisto V sia stata penalizzata da una certa falsata e volutamente distorta storiografia (a cominciare da Gregorio Leti), che a sua volta ha alimentato una falsa quanto banale novellistica popolare romana. Ebbene credo proprio che solo leggendo gli avvisi del suo pontificato si possa far luce vera sulla sua innegabile grandezza.

Conclusione

Al termine di questa introduzione generale sugli avvisi del pontificato sistino anzitutto chiedo scusa dei miei limiti, e spero che questi non diminuiscano il valore dellopera.

Vorrei ringraziare di vero cuore la Biblioteca Apostolica Vaticana e tutto il suo personale per la collaborazione sempre pronta ed attenta ad ogni mia richiesta in questi anni. Tramite la lettura diretta dei manoscritti, le fotocopie e i microfilm mi è stato possibile portare avanti il mio lavoro. Lunico rammarico è quello di non aver potuto avere fra le mani l“Urbinate Latino 1054” relativo al 1586, a causa del suo pessimo stato di conservazione, essendo fortemente danneggiato dalle componenti metalliche dellinchiostro, per cui alcune pagine non sono state trascritte, non essendo leggibili neppure attraverso il microfilm. Spero che quanto prima il volume possa essere restaurato e offrire così la possibilità di completare la trascrizione. Passo il testimone ad altri ricercatori più giovani.

Sono fiero di aver dedicato otto anni della mia vita alla trascrizione di questa enorme documentazione archivistica e di consegnarla nelle mani degli studiosi e degli storici. Troveranno qui un materiale pronto per la consultazione, senza la fatica della difficile (a volte impossibile) lettura degli originali.

A guadagnarci sarà senza dubbio la figura di papa Sisto V e del suo breve ma intenso pontificato. E questo, solo questo, era il mio scopo.

Questopera infatti vuole essere il mio regalo alla sua memoria, nel quinto centenario della sua nascita (13 dicembre 2021), figli comuni della amata terra picena.

Mai come ora faccio pienamente mio il giudizio che su papa Sisto ha dato un grande studioso della storia della Chiesa: “Sisto V è uno dei più imponenti fra i molti importanti pontefici che produsse il tempo della riforma e restaurazione cattolica. Si può ben dire che la posterità a questo papa, che pieno della fiducia in Dio guidò la navicella di Pietro in un tempo sommamente critico con energia e prudenza di antico romano, ha ingiustamente negato il titolo di GRANDE”[79].

“Questo dunque è stato lunico mio oggetto di questa lunga e veramente dura fatica. Se poi nel sostanziale dellOpera non avrò ottenuto lintento, sarà difetto del corto mio ingegno, non del mio desiderio, tutto rivolto ad impiegare quali si sieno le poche mie forze a contribuire qualche alleviamento agli studj degli uomini”.

G. F. PIVATI, Nuovo dizionario scientifico e curioso sacro e profano. Venezia 1746, tomo I, p. LXXX.

 


[1]J.A.F. ORBAAN, La Roma di Sisto V negli Avvisi. Archivio della Società Romana di Storia Patria, 33 (1910), 277-312.

[2]C. D ’ ONOFRIO, Gli “Avvisi” di Roma dal 1554 al 1605 conservati in Biblioteche ed Archivi romani. In “Studi Romani”, 10 (1962), pp. 529-584.

[3]OWL (Online Window into the Library) della Biblioteca Vaticana, n. 3, Settembre-Ottobre 2017.

[4]T. BULGARELLI, Gli avvisi a stampa in Roma nel Cinquecento. Istituto di Studi Romani editore. Roma 1967, p. 22.

[5]M. INFELISE, La circolazione dell ’ informazione commerciale. In “Commercio e cultura mercantile”, a cura di F. Franceschi, R.A. Goldthwaite, R. C. Mueller. Angelo Colla ed. Treviso 2007, pp. 518.

[6]BONGI, Le prime gazzette in Italia, in «La Nuova Antologia», IX, 1869, p. 312.

[7]Oltre all ’ Orbaan e al Bongi già citati, rimando ai seguenti studi: C. MARZI, Degli antecessori dei giornali, in “Rivista delle biblioteche e degli archivi”, anno XXIV, ottobre-dicembre 1913, pp. 181-185; R. ANCEL, étude critique sur quelques recueils d ’ avvisi. Melanges d ’ archeòlogie et d ’ histoire 28, 1908, pp. 115-139; C. BARBERI, Gli avvisi a stampa nella Roma del Cinquecento. Strenna dei Romanisti, 1955, pp. 277-281; C. D ’ ONOFRIO, Gli avvisi di Roma dal 1554 al 1605 conservati in biblioteche ed archivi romani. Studi Romani 10, 1962, pp. 529-548; C. BARBERI, Libri e stampatori nella Roma dei Papi. Studi Romani 13, 1965, pp. 433-456; J. DELUMEAU, Vita economica e sociale di Roma nel Cinquecento. Sansoni 1979; A. BERTONE, Il Giornalismo romano delle origini (sec. XVI-XVII). Catalogo della mostra. Roma, Biblioteca Nazionale Centrale 1979; M. A. Morelli, Delle prime gazzette fiorentine. Firenze, Stiav. 1963; F. BARBERI, Libri e stampatori nella Roma dei Papi. Studi Romani, ottobre-dicembre 1965, pp. 433-456: Idem, 1967; T. BULGARELLI, Gli Avisi a stampa in Roma nel Cinquecento. Bibliografia. Antologia. Roma, Istituto di Studi Romani 1967; U. BELLOCCHI, Storia del giornalismo italiano, Ed. Edison Bologna 1974; V. CASTRONOVO, I primi sviluppi della stampa periodica tra Cinque e Seicento, in V. Castronovo, G. Ricuperati, C. Capra, La stampa italiana dal Cinquecento all ’ Ottocento. Ed. Laterza, Roma-Bari 1976, pp. 1-65; A. BERTONE, Il Giornalismo romano delle origini (sec. XVI-XVII). Catalogo della mostra, Roma, Biblioteca Nazionale 1979; A. PETRUCCI, Scrittura e popolo nella Roma Barocca 1585-1721. Roma Quasar 1982; H. GAMRATH, Roma Sancta Renovata. Roma, L ’ Erma di Bretschneider, 1987; E. STUMPO, La Gazzetta de l ’ Anno 1588. Firenze, Giunti 1988; C. FEDELE, M. GALLENGA, “Per servizio di Nostro Signore”. Strade, corrieri e poste dei papi dal medioevo al 1870. Prato, Istituto di Storia Postale, 1988 V. SESTIERI LEE, Avvisi a stampa e manoscritti nella Roma del  ’ 500. Quaderni d ’ italianistica, XII, 1, 1991; Revue officielle de la Société canadienne pour les études italiennes, pp. 83-92, con bibliografia; M.G. TAVONI, I “materiali minori”: uno spazio per la storia del libro, in “Gli spazi del libro nell ’ Europa del XVIII secolo”, a cura di M.G. Tavoni e F. Waquet, Bologna, Pàtron, 1997; G. Gozzini, Storia del giornalismo, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2000; C.H CARACCIOLO, L ’ informazione a Bologna tra Cinquecento e Seicento: il caso degli avvisi a stampa, in “Una città in piazza. Comunicazione e vita quotidiana a Bologna tra Cinque e Seicento”, Bologna, Ed. Compositori, 2000; B. Dooley, S. Baron, The Politics of Information, in Early Modern Europe. London – New York, Routledge 2001; M. Infelise, Prima dei giornali. Alle origini della pubblica informazione (secoli XVI e XVII). Roma-Bari, Laterza 2002; R, CHARTIER, Inscrivere e cancellare. Cultura scritta e letteratura dall ’ XI al XVIII secolo. Laterza 2006 (soprattutto cap. IV: Notizie a mano, gazzette stampate); P. Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, Il Mulino, 2006; M. INFELISE, Sistemi di comunicazione e informazione manoscritta tra  ’ 500 e  ’ 700, in MESSERLI A. CHARTIER R., Scripta volant, verba manent. Basel, Schwabe Verlag, 2007, pp. 15-37; M. INFELISE, La circolazione dell ’ informazione commerciale. In “Commercio e cultura mercantile”, a cura di F. Franceschi, R.A. Goldthwaite, R. C. Mueller. Angelo Colla ed. Treviso 2007, pp. 500-522; R. GORIAN, Frontespizi, supplementi, cartigli, note sulla conservazione e l ’ integrità delle raccolte di gazzette. in “Libri e documenti. Le scienze per la conservazione e il restauro”, a cura di M. Plossi - A. Zappalà, Gorizia, Biblioteca Statale Isontina - Edizioni della Laguna, 2007; A. TALLON. L ’ Europa del Cinquecento. Stati e relazioni internazionali. Carocci, Roma 2013; M. INFELISE, Gazzetta. Storia di una parola. Edizioni Marsilio 2017.XVI e XVII).

[8]L ’ intero fondo degli Urbinati Latini è costituito da 42 volumi manoscritti (codd. 1038-1073, che vanno dal 1554 al 1605. C. STORNAJOLO, Codices Urbinates Latini: tomus I (Codices 1-500), tomus III (Codices 1001-1779). Romae Typis Polyglottis Vaticanis MDCCCCII e MCMXXI. Se è vero però che la collezione più ampia e più celebre di Avvisi conservata in Biblioteca Vaticana è quella raccolta dai duchi di Urbino (Urb. lat. 1038-1117, 1704, 1727), si deve dire che altri avvisi sono presenti in altri fondi manoscritti della stessa Vaticana, soprattutto quelli raccolti da famiglie romane come i Barberini, i Chigi, gli Ottoboni (fra questi si segnalano i Barb. lat. 3520-3525, 3538, 3573, 6341, 6343-6345, 6373-6374, 6376, 6380-6381, 6383-6386, 6388-6389, 6417, 7053, 9837-9838; Cappon. 29; Chig. O.III.35-O.III.37; Ott. lat. 2445, 2449-2450, 2458-2459, 3337-3363). Ce lo dice lo stesso Stornajolo: “Vaticana conlectio codicum qui Urbinates nuncupantur non solum constat, ut aliquis ex solo nomine arguere potest, ex codicibus qui erant insignis Biybliothecae a Fiderico I Montefeltrio in ducali palatio Urbini conditae et a successoribus eius auctae, verum etiam libros conplectitur Bybliothecae quam postremus dux in Durantis Castro conlegit, immo et multos, qui Ducum Urbinatum nunquam fuerunt” (STORNAJOLO, op. cit. p. VII). Per non addentrarmi nella specifica questione del fondo degli “Urbinati” uniti alla Vaticana al fondo del banchiere tedesco Ulrich Fugger rimando al citato lavoro del D ’ Onofrio, p. 535).

[9]Il ducato di Urbino (che esisteva dal secolo XIII come contea locale) nacque ufficialmente il 4 maggio 1443 con la nomina a duca, da parte di papa Eugenio IV, di Oddantonio da Montefeltro (1427-1444), vassallo del papa. Il ducato occupava la parte settentrionale delle Marche, toccando anche parte della bassa Romagna e dell ’ alta Umbria attorno a Gubbio. Il successore di Oddantonio fu Federico da Montefeltro (1422-1482), capitano, principe e mecenate delle arti, che trasformò Urbino nella città ideale del Rinascimento e portò il ducato alla sua massima prosperità economica. Gli successe il figlio Guidobaldo I, che dovette affrontare la breve conquista del ducato da parte del duca Valentino Borgia. Alla morte di Guidobaldo nel 1508, purtroppo senza eredi, il ducato passò dai Montefeltro ai Della Rovere, con Francesco Maria I Della Rovere, figlio di una sorella di Guidobaldo. Il territorio si allargò con le città di Pesaro e di Senigallia. Nel 1538 gli succedette il figlio Guidobaldo II Della Rovere. A costui, nel 1574, seguì il figlio Francesco Maria II Della Rovere, ottimo duca, che abdicò a favore del figlio Federico Ubaldo nel novembre 1621. Quando Federico Ubaldo morì prematuramente a 18 anni il 28 giugno 1623 dopo essere diventato padre della sua unica figlia Vittoria Feltria, il vecchio duca Francesco Maria II della Rovere dovette nuovamente prendere in mano il ducato. Ma ormai senza più discendenti si trovò nella drammatica situazione di firmare nel 1625 un atto di devoluzione del ducato al papa, per cui alla sua morte, avvenuta il 28 aprile 1631, papa Urbano VIII decretò l ’ assorbimento del ducato allo stato pontificio. Da quel momento Urbino divenne una legazione pontificia. Tutti i beni mobili del ducato passarono di proprietà alla figlia Vittoria Feltria, la quale, sposandosi col Granduca di Toscana Ferdinando II de ’  Medici, portò con sé a Firenze le straordinarie raccolte di dipinti, gioielli e oggetti vari, ad eccezione della biblioteca, che entrò a far parte dei fondi librari vaticani nel 1657. Sul ducato di Urbino cito solo: A. DONATO, Relazione sulla Stato d ’ Urbino. 1631. In: “Relazioni degli Ambasciatori Veneti al Senato.” A cura di Arnaldo Segarizzi. vol. II. Bari, Laterza 1913, pp. 237-260, dove si legge a p. 237 un bellissimo elogio dell ’ ultimo duca: “Quella felicità che si distribuisce alli popoli da un ’ eccellente virtù, quella pace che si gode sotto soave e moderato governo, quegli abiti virtuosi che non si possedono se non col pelo bianco, vestivano Francesco Maria della Rovere, sesto ed ultimo duca d ’ Urbino, e nel sereno di sicura tranquillità e contentezza lo rendevano adorabile ai sudditi e glorioso all ’ altre genti”; Filippo UGOLINI, Storia dei Conti e Duchi d ’ Urbino, vol. 2, Firenze 1859.

[10]Sul progetto culturale operato dal duca Federico vedi: M. BONVINI MAZZANTI, Politica e cultura, in “Ornatissimo codice”. La biblioteca di Federico di Montefeltro, a cura di M. Peruzzi, Milano 2008, pp. 13-19. Sulla produzione dello scriptorium urbinate vedi: C. MARTELLI, I codici di produzione urbinate e lo scriptorium di Federico di Montefeltro. Idem, pp. 69-78.). I codici erano custoditi nella biblioteca collocata al primo piano con apertura sul raffinato cortile rinascimentale (vedi foto a pagina XXV).

[11]M. MEI - F. PAOLI, La libraria di Francesco Maria II della Rovere a Casteldurante: da collezione ducale a biblioteca della città, Urbania, Quattroventi, 2008; A. SERRAI, La ricostruzione della Biblioteca Durantina, Urbino, Quattroventi, 2009.

[12]P. COMPAGNONI (ante 1774), Notizie sopra la Libreria Ducale di Urbino trasportata in Roma ed unita alla Vaticana. Ms, Fermo, Biblioteca comunale; C. GUASTI, Inventario della Libreria Urbinate compilato nel secolo XV da Federico Veterano Bibliotecario di Federico da Montefeltro Duca di Urbino. Giornale Storico degli Archivi Toscani. Giugno 1862, marzo e giugno 1863; M. Peruzzi, Cultura potere immagine. La biblioteca di Federico di Montefeltro, Urbino 2004; Principi e Signori. Le biblioteche nella seconda metà del Quattrocento, a cura di G. Arbizzoni, C. Bianca, M. Peruzzi, Urbino 2010; La Biblioteca di Francesco Maria II della Rovere. Introduzione, a cura di Alfredo Serrai, Urbino, Quattroventi, 2012.

[13]“L ’ archivio dei Montefeltro-Della Rovere fu considerato un bene allodiale, tanto che fu trasferito a Firenze anche se conteneva documenti importanti per la città; per molti anni gli Urbinati furono costretti a chiedere a Firenze gli estratti dei documenti catastali, fino a che nel 1705 [l ’ urbinate] Clemente XI restituì alla città i registri del catasto, acquistati dal cardinale Medici”, M. MORANTI, Dalla morte di Francesco Maria II della Rovere al trasferimento alla Biblioteca Vaticana. In “Ornatissimo codice”, cit., p. 130.

[14]Lukas Holste (Amburgo 1596 – 1661, italianizzato in Luca Olstenio per la sua lunga permanenza a Roma) è stato un umanista, geografo e storico. Venne in Italia nel 1627 e nel 1636 divenne bibliotecario del cardinale Francesco Barberini, che possedeva la più importante biblioteca privata di Roma. Papa Innocenzo X lo nominò sovrintendente alla Biblioteca Vaticana. Luca Olstenio, su Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell ’ Enciclopedia Italiana.

[15] ANONIMO, La biblioteca ducale di Urbino, in Rivista Europea, 1877, pp. 82-94; F. RAFFAELLI, La imparziale e veritiera istoria della unione della Biblioteca Ducale di Urbino alla Vaticana di Roma. Fermo 1877; VALENTI, Sul trasferimento della biblioteca ducale d’Urbino a Roma. Memorie critiche. Urbino 1878; C. FRASCHETTI, La biblioteca ducale di Urbino. Suo trasferimento alla Vaticana, in Fanfulla della Domenica, 7 febbraio 1907. M. Moranti - L. Moranti, Il trasferimento dei “codices Urbinates” alla Biblioteca Vaticana. Cronistoria, documenti e inventario. Accademia Raffaello, Urbino 1981; M. Peruzzi, Lectissima politissimaque volumina. I fondi Urbinati in La Vaticana nel Seicento (1590-1700); Una biblioteca di biblioteche. Storia della Biblioteca Apostolica Vaticana, III, Città del Vaticano 2014, pp. 338-394.; E. BRAICO, Storia di una Biblioteca perduta (o salvata), da: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; M. MORANTI, Dalla morte... In “Ornatissimo codice”, op. cit., pp.129-135; Guida ai fondi manoscritti, numismatici, a stampa della Biblioteca Vaticana. Vol. I. Dipartimento manoscritti. A cura di Francesco D ’ Aiuto e Paolo Vian. Città del Vaticano, BAV 2011, pp. 538-553).

[16]M. Moranti - L. Moranti, Il trasferimento dei “codices Urbinates, op. cit. p. 99.

[17]E. NARDUCCI, Notizie della Biblioteca Alessandrina nella Regia Università di Roma. Roma 1872; A. Melmeluzzi, I cataloghi antichi della Biblioteca Universitaria Alessandrina, in Accademie e biblioteche d ’ Italia, LIX (43°) n. 1, 1991, pp. 5-21. T. VALENTI, Le vicende della “Libreria impressa” dei duchi d ’ Urbino e l ’  “Alessandrina” di Roma, in Accademie e Biblioteche d ’ Italia IV (1931), n. 4-5 (aprile), pp. 337-348.

[18]Dice il Bongi: “Scrivendo il Lancillotti nel 1623, ne viene che egli intendesse l ’ arte de ’  gazzettieri esser cominciata poco dopo il 1550. Sono infatti del 1554 i fogli più antichi di nuove, che si incontrano negli archivi e che hanno l ’ aspetto non d ’ informazioni diplomatiche o private, ma di avvisi di menanti. Come è certo che alcune delle prime gazzette furono scritte a Venezia, altre pure se ne hanno di egual tempo venute da Roma. Anzi troviamo che la fabbricazione degli avvisi romani si allargasse più rapidamente, e trovassero credito e spaccio sopra gli altri in Italia”: BONGI, op. cit. p. 315. Il Bongi cita Secondo Lancillotti, scrittore benedettino a cavallo fra Cinque e Seicento (1583-1643), e la sua opera “L ’ hoggidi ouero gl ’ ingegni non inferiori a passati”, Venezia. Sul Lancillotti vedi: E. RUSSO, Secondo Lancellotti, in Dizionario biografico degli italiani. Roma, vol. 63 (2004).

[19]W. HEIDE, Die älteste gedruckte Zeitung. Mainz, 1931, p. 14.

[20]Tale unione del termine gazzetta con la moneta veneta è già presente nei dizionari del  ’ 600 e  ’ 700. Cito alcune testimonianze riportate da INFELISE, Gazzetta, op. cit. pp. 58-66: G. Mènage, Le origini della lingua italiana, Ginevra 1685, p. 247: “Gazzetta. Fogli d ’ avvisi di menanti. Item certa moneta di Venezia. Ho più volte inteso dire a un valentuomo che questi fogli presero tal nome da questa moneta, che fu ab antiquo il prezzo col quale essi si compravano”. R. COTGRAVE, A Dictionaire of French and English Tongues, London 1611: “Gazette. A certaine Venetian coyne scarce wort our fartingh: also a bill of newes or a short relation of the generall occurrences of the time, forget most commonly at Venice and thence dispersed every month into most parts of Christendome”. VOLTAIRE, Encyclopedie, Paris 1757, p. 534: “Gazette. On appella ces feuilles qu ’ on donnoit une fois par semaine, gazettes, du nom de gazetta, petite monnoie revenante à un de nos demisous, qui avoit cours alors à Venise”.

[21]INFELISE. Gazzetta, op. cit. p. 33.

[22]Il resoconto di quella storica ambasceria partita dal Giappone per volere di alcuni signori locali (“daimyo”) convertiti al cristianesimo si trova in “Relatione del viaggio et arrivo in Europa et Roma de ’  Prencipi Giapponesi venuti à dare obedienza a Sua Santità l ’ anno MDLXXXV”. A cura di Paolo Meietto, Reggio Emilia 1585. Vedi anche PASTOR IX, 725-730; X, 135-136; A. DA COSTA RAMALHO, Sisto V e l ’ ambasciata giapponese (1585). Estratto da “Biblos”, LXV (1989). Coimbra.

[23]T. PLEBANI. La corrispondenza nell ’ antico regime: lettere di donne negli archivi di famiglia. In: Per lettera. La scrittura epistolare femminile tra archivio e tipografia, secoli XV-XVII. Viella editrice, Roma 1999, p. 45.

[24]INFELISE, La circolazione dell ’ informazione commerciale, cit. p. 504.

[25]Negli avvisi si parla chiaramente di copistarie de Parione” (c. 398v/87). E ancora: “Tiene occupati tutti li scrivani di Parione in farne molte copie” (c. 213v/90). Il rione di Parione faceva parte delle zone più storiche e abitate della Roma medievale. Scrive il Gamrath: “I rioni Ponte, Parione, Regola e Trastevere sulla sponda destra nonché la Città Leonina, costituirono il centro di Roma ancora per lungo tempo... Questa zona era percorsa dalle più importanti vie di comunicazione e costituiva il centro verso cui convogliavano le strade provenienti dalle grandi porte d ’ accesso alla città” (GAMRATH, Roma santa renovata, op. cit. pp. 38-39). In questo rione fiorì il commercio dei libri manoscritti, prima, e più tardi stampati dalla tipografia di Corrado Schweynheim e Arnoldo Pannartz, locatari del piano terreno di palazzo Massimo. Nei pressi lavorò anche il tipografo Antonio Blado. Come conseguenza logica sorsero librerie ben fornite, che crebbero di numero e d ’ importanza dopo l ’ invenzione della stampa a caratteri mobili. Si conoscono anche i nomi delle librerie o stamperie: all ’ insegna della Nave, dell ’ Europa, della Palma, della Regina, di S. Giovanni di Dio, dell ’ Aurora, della Rota, di Parigi. Vedi: www.romacittaeterna.it/vi-parione.

[26]V. CASTRONOVO, I primi sviluppi della stampa periodica tra Cinque e Seicento, op. cit. p. 9.

[27]In realtà qualche volta si nota una certa confusione nell ’ ordine delle carte, per cui le notizie non sempre sono nel giusto ordine cronologico. Un esempio lo si vede nell ’ annuncio della morte del cardinale Giacomo Savelli, avvenuta il 5 dicembre 1597: la prima notizia della sua morte è scritta addirittura il 23 novembre, dodici giorni prima che morisse (!), alla c. 497v (“Questa mattina si sono fatte l ’ essequie al morto cardinale Savello”); alla c. 499r del 21 novembre si dice che sta male; alla c. 505v del 25 novembre si dice che sta meglio; alla carta 517r del 2 dicembre si dice che è “in mano ai medici spirituali”; alla c. 518r del 5 dicembre si dice che “passò di questa vita”; alla c. 521r del 28 novembre si dice che “è senza febbre”; alla c. 523r del 5 dicembre si dice finalmente che si fanno i funerali. L ’ errore di queste notizie così sfasate non è del rilegatore dei fogli sparsi, che anzi segue l ’ ordine cronologico delle date scritte all ’ inizio dei singoli fogli (tranne quella della c. 521r). Appare invece probabile (nel caso del primo foglio del 23 novembre che annuncia la morte del cardinale già 12 giorni prima) che il menante abbia iniziato effettivamente a scrivere il foglio in quel giorno, ma che poi per qualche motivo l ’ abbia interrotto e messo da parte, per poi riprenderlo e concluderlo 12 giorni dopo, a morte avvenuta del cardinale, e probabilmente in fretta, senza neppure accorgersi che vendeva un foglio sfasato cronologicamente.

[28]INFELISE, Prima dei giornali, op. cit. p. 20-21.

[29]Sono continui i riferimenti alla cadenza settimanale:Questa settimana non habbiamo havuto cosa alcuna da Midelburgo nè d ’ Inghilterra” (c. 410v); “Si scordò di scrivere la settimana passata, che...” (c. 514/86); Le lettere di Napoli solite venire il Mercore con il Procaccio ordinario a Roma...” (c. 548v/87); Di fatto undici settimane di avvisi havuti da Venetia ne ho levato 4” (c. 50v/88): “Il Corriero ordinario di Venetia venuto questa settimana...” (135r/88); Si scordò di scrivere la settimana precedente, che...” (c. 148v/88); Per l ’ assenza del Papa, et della Corte questa settimana ci è poco da scrivere” (c. 250r/88);Dicesi che oltre il scritto della settimana passata di Constantinopoli...” (c. 349r/88); Questa settimana non si sono havute lettere d ’ Inghilterra, Zellanda, né di Francia” (c. 485r/88); “Di Polonia questa settimana non sono comparse lettere” (c. 601r/88); “D ’ Inghilterra questa settimana non habbiamo lettere, perciò di quelle parti non havemo che avvisare” (c. 660r/88).

[30]Le nove che io intendo, sono quelle de gli avvisi che si scrivono ogni sabato. Et come voglio sapere alcuna cosa vado dove si scrivono i riporti”. Così rispose agli Inquisitori di Stato Ottavio Carnevale, un maestro di scuola con la passione della politica, a cui nel 1617 venne rivolta accusa di scrivere avvisi a favore degli spagnoli. M. INFELISE, Prima dei giornali, op. cit. p. 106.).

[31]Per un maggiore approfondimento di tale fenomeno vedi l ’ introduzione al volume relativo al 1586.

[32]A mo ’  di esempio si vedano le cc. 628r-630v/89: sono arrivate a Venezia le notizie da Lione, Venezia le rimanda quasi con le stesse parole insieme ad altre notizie della Serenissima e di altre parti d ’ Europa. Ugualmente un foglietto giunto a Roma da Lione e là scritto il 10 agosto 1590 viene trascritto integralmente nel nuovo e più completo Avviso romano che reca la data del 22 agosto: cc. 429r e 432r/90.

[33]Difficile la stima del costo di un foglio. “Addentrarsi nei costi dei fogli è un ’ operazione molto delicata, a causa della frammentarietà degli elementi a disposizione e della difficoltà di porre a confronto valori mai omogenei... Al di là delle variazioni i costi si mantenevano comunque sempre su valori piuttosto elevati, tanto da renderli fuori della portata di un pubblico di media levatura”. INFELISE, Prima dei giornali, op. cit. p. 41-42.

[34]Sembra strano infatti leggere di alcuni fatti inerenti lo stesso ducato urbinate, come ad esempio alla c. 491v/85, dove si parla in terza persona e in modo distaccato della rottura fra il duca e l ’ arcivescovo, come se ad Urbino non si sapesse quanto stava avvenendo. Ciò è senza dubbio la prova del fatto che spesso venivano acquistati i fogli già compilati e validi per tutte le corti, ed inviati così com ’ erano, senza leggerli. Lo spedire in fretta senza una previa lettura è evidente nella carta 286v/85, dove si dice con sincerità: Per esser l ’ hora tarda non ho potuto vedere con diligenza il contenuto”.

[35]Scrive l ’ agente a Roma del duca di Savoia: “Le due lettere di Vostra Eccellenza... mi sono capitate qui... alle due hore di notte, mentre che io stavo con la penna in mano aspettando il Menante che mi portasse le nove da inviarglile; ma poi che egli non venne... V. E. per questa volta non potrà essere servita d ’ avisi con la diligenza che vorrei”. L. BELTRAMI, La Roma di Gregorio XIII negli avvisi alla corte Sabauda. Milano 1917, p. 11. Citato da D ’ ONOFRIO, op. cit. p. 532, che commenta: “L ’ agente sabaudo ci fa sapere comunque che assieme alla propria lettera inviava a Torino fogli di notizie (Avvisi) non scritti da lui medesimo, ma acquistati da un menante”.

[36]ORBAAN, op. cit., p. 278.

[37]G. CAMPORI, Lettere artistiche inedite. Modena 1866, p. 69.

[38] Il sottotitolo posto a questa bolla nell ’ edizione della prima uscita a stampa a cura degli Eredi di Antonio Bladi recita: “Contra scribentes exemplantes, et dictantes monita vulgo dicta gli avisi et ritorni ’ , mentre nell ’ edizione del Bollario, stampato negli anni 1857-1872 a cura del Tomassetti, è riassunto con maggiore chiarezza il tenore di essa: “Contra scribentes, dictantes, retinentes, transmittentes et non lacerantes libellos famosos atque litteras nuncupatas d ’ avvisi, continentes alicuius famae laesionem futurorumque successuum et eorum quae pro regimine Status Ecclesiatici secreto tractantur revelationem”. Cioè: “Contro quanti scrivono, dettano, trattengono, trasmettono e non distruggono libelli di fama e i cosiddetti  ’ avvisi ’ , che contengono diffamazioni attuali e future verso qualcuno e rivelano segreti inerenti allo Stato della Chiesa”.

[39]Nemo cuiusvis qualitatis, dignitatis etiam ecclesiasticae, status, gradus, ordinis, et praeminentiae fuerit, audeat, nec presumat libellos famosos, nec literas monitorum vulgo appellatas“Lettere di Avisi” continentes convicia, iniurias, vel famae et honoris alicuius laesionem, nec aliquam scripturam in qua de futuris successibus differatur, vel ea quae coram nobis, vel aliis ad universalis ecclesiae status regimen deputatis secreto tractantur, revelentur, componere, dictare, scribere, exemplari, retinere, nec ad aliquem transmittere, etiam si aliunde ab aliis provinciis, civitatibis, terris et locis, ad eorum manus pervenerint”.

[40]Nella parte centrale la bolla di Pio V dice testualmente: “Statuimus et ordinamus quod deinceps perpetuis futuris temporibus nemo, cuiusvis qualitatis, dignitatis, etiam ecclesiasticae, status, gradus, ordinis et praeminentiae fuerit, audeat nec praesumat libellos famosos, nec litteras monitorum, vulgo appellatas Lettere d ’ avvisi, continentes convicia, iniurias vel famae et honoris alicuius laesionem, nec aliquam scripturam, in qua de futuris successibus disseratur, vel ea quae coram nobis vel aliis ad universalis Ecclesiae Status regimen deputatis secreto tractantur, revelentur, componere, dictare, scribere, exemplari, retinere, nec ad aliquem transmittere, etiam si alunde ab aliis provinciis, civitatibus, terris et locis ad eorum manus pervenerint; sed statim quod aliqui similes libelli, litterae sive scripturae alicui delatae fuerint, statim quod illos seu illas habuerit, antequam vim earum manifestaverit, corrumpere seu igni tradere, vel dilecto filio nostro Rusticucio consignare teneatur, sub poenis praedictis, quas hic pro expressis haberi volumus, ac aliis etiam gravioribus, etiam ultimi supplicii et confiscationis bonorum, secundum qualitatem facti et personarum, arbitrio nostro irremissibiliter infligendis”. Constitutio contra scribentes exemplantes, et dictantes monita vulgo dicta gli avisisi, e ritorni. Roma, Stampatori Camerali eredi Blado, 1572 e BOLLARIO romano, Tomo VII, parte VIII, 969-971.

[41]Avviso presso l ’ Archivio di Stato di Firenze, coll. medicea, filza 3081, in D ’ ONOFRIO, op. cit. p. 540.

[42]Questo il testo integrale del bando sistino: “S ’ è osservato con longa esperienza, nello scriver che si fa da tutte le parti del mondo lettere d ’ avisi, non si è mai visto scriver cose particolari, con infamia et dishonore di nessuna sorte di persona, e massimamente de Principi et persone graduate, ma parlare con quella debita riverenza et rispetto che conviene et solo s ’ intende, che in quest ’ Alma Città capo della Religione et ricetto d ’ huomini virtuosi, si ritrovano alcuni di tanto mala natura scelerati calunniosi et detrattori che senza timor di Dio et della giustitia sono partiti dalle patrie loro così male avezzi, che hanno pigliato l ’ occasione per essercitar le loro lingue pestifere, de scriver lettere d ’ avisi in diverse parti, empiendo le carte de bugie et calunnie, infamando et detrahendo all ’ honore et reputation del prossimo, non considerando come Christiani di quanto castigo siano degni quelli che cercano di togliere la fama et l ’ honore altrui. Et non temendo le gravissime pene, che sono state imposte dalle Leggi et Sacre Costitutioni de Sommi Pontefici contra simili pestiferi huomini, che se tanto severamente et con tanta diligenza si procura d ’ estirpare gl ’ Homicidiali, Ladroni et Sicarij, quali offendano il prossimo nella robba, nella vita, così anco si deve equalmente col medesimo rigore estirpare et sradicare dal mondo questa sorte d ’ huomini che offendono nella fama et nell ’ honore, poiché per Leggi naturali et Civili, è stato sempre stimato più della vita dell ’ huomo. Per[ci]ò il molto Illust. et Reverendiss. Mons. Mariano P.benedetto Vescovo di Martorano di quest ’ Alma Città di Roma et suo distretto Governatore, et Vicecamerlengo, volendo anco dar rimedio a questo mal uso, et reprimere in tutto il veleno delle mordacissime lingue di questi scelerati, di espresso ordine di Sua Beatitudine con il presente publico Bando ordina e comanda che nessuna persona di qual si voglia grado, stato o conditione, ardisca o presuma scrivere o far scrivere, con lettere d ’ avisi o altre sorte di scritture, a nessuna sorte di persona di qual si voglia grado o conditione, sotto qual si voglia pretesto o quesito colore, infamie, detrattioni, calunnie di nessuno, et massime de Principi et persone graduate Ecclesiastiche o secolari, espressamente o con colerate figure, né in scrivere in qual si voglia sorte di lingua, stesamente, né con Cifre et Figure, né con occasione de discorsi, biasimar l ’ attioni pubbliche o secrete de altrui, che come fondati nelli lor capricci senza saper ragione o principio de negotij, s ’ aviluppano (miseri) nelle maledicentie et detrattioni, con scandalo et nausa anco di chi le legge, sotto pena della vita et confiscatione de beni, et di perpetua infamia. Ordina anco sua Sig. Reverendissima che nessuno ardisca ricever da qual si voglia persona simil avisi, lettere o scritture che contengano simil maldicentie et detrattioni. Et chi li riceverà, se subito non le rivelerà alli Governatori et Superiori de luoghi ove le riceverà, incorra nelle medesime pene sopradette. Li quali Superiori debbiano prendere sopra di ciò diligentemente informatione, et procedere contra li transgressori conforme a questo bando. Advertendo che si procederà contra li transgressori per inquisitione, denuntie secrete et ogni altro miglior modo per scoprir questi scelerati, se intercetteranno le lettere, et s ’ usarà ogni sorte di rimedio, perché s ’ habbino de levar simili abusi, etc. Dato in Palatio Reverendiss. D. Gubernatorir die XI Octobris 1586. Marianus P. benedictus Episcopus et Gubernator. In Roma, per gli Heredi d ’ Antonio Blado Stampatori Camerali, 1586”.

[43]D ’ ONOFRIO, op. cit. p. 539.

[44]BONGI, op. cit. p. 318; INFELISE, Prima dei giornali, op. cit. p. 157.

[45]BAV, Urbinate Latino 1042, I, c. 227v.

[46]“Sono molti in questa città che fanno pubblica professione di scriver nuove per il che sono salariati da diversi, et essi tengono banchetti, case et scrittori a tal effetto, al che essendo da far provisione conventiente. L ’ anderà parte che non sii alcun che nell ’ avvenir ardisca scrivere nove di qual si voglia sorte, anco di quelle che si ragionano per le piazze, per mandarle fuori o per darle nella città a persona di qual si voglia conditione, se ben fossero ambasciatori, rettori od altri ministri nostri, né a persone di aliena ditione di qualunque grado si sia, sotto irremissibil pena al contrafacente, essendo per la sua conditione atto alla galea, di esser condannato al remo con i ferri alli piedi per anni cinque, et non essendo atto, overo habile alla galera, in bando per anni dieci di questa città di Venezia, et del distretto, et di tutte le altre città, terre et lochi nostri, con taglia a chi rompesse il confin di lire seicento de picioli... Et se qualcuno accuserà il contrafaciente, sì che venga nella verità, sarà tenuto secreto, et conseguirà ducati cento nel modo detto di sopra. Intendendosi però eccettuati da questa parte li ambasciatori, agenti et secretarii dei principi che si attrovano al presente, et per tempo si attroveranno in questa città”. Archivio di Stato di Venezia, Consiglio dei Dieci, parti comuni, f. 113. E Cosimo Bartoli, agente a Venezia del granduca di Toscana, commentava: “Hieri fu mandato bando molto rigido contro a novellisti da parte de Caui de X: cosa insolita. Credo perché molti che vivevano dello scriver nuove che qui si chiamavano la gazetta scrivevano cose secondo il parer loro”, Riportato da INFELISE, in Gazzetta, op. cit. pp. 67-69.

[47]INFELISE, Prima dei giornali, op. cit. p. 160.

[48]STUMPO, op. cit. p. V.

[49]D ’ ONOFRIO, op. cit. p. 532.

[50]ORBAAN, op. cit. p. 279.

[51]Non ho trovato nessun riscontro di questo nome nella mia ricerca, tranne un ’ orazione funebre scritta un secolo prima da Giuliano da Imola per la morte del dottore in legge Girolamo Zanetino: “Iuliani Duciensis de Imola Lugubris Oratio pro Eccellentissimo sacrorum canonum ac legum Doctore D. Hieronymo Zanetino” [ca. 1493/94].

[52]Sul cardinale Bandini vedi A. MEROLA, Bandini Ottavio, Dizionario biografico degli Italiani, vol. 5 (1963).

[53]Naturalmente l ’ uso della lettera cifrata era generalizzata, specie nei momenti delicati delle guerre e delle trattative segrete. E naturalmente ogni codice aveva la sua particolare decifrazione, conosciuta solo dal destinatario che solo poteva leggere correttamente la lettera. Lettere cifrate le troviamo soprattutto nella guerra civile generatasi in Francia dopo l ’ uccisione da parte del re Enrico III dei fratelli di Guisa: “Si sono ritenute ancora alcune lettere de l ’ Ambasciatore di Venetia scritte in cifra” (c. 236r/89); “La sera del medesimo giorno comparse qua il secretario del legato Morosini... ha portato lettere in cifra” (c. 440r/89); Il Re di Francia haveva fatto levare tutti li spacci del Cattolico, i quali erano stati trovati in cifra, onde poco sugo ne potranno cavare” (c. 453r/89). Nel dicembre 1589 un segretario del duca di Lorena ricevette alcune lettere proprio mentre stava andando dal papa, per cui le presentò non ancora decifrate: “La matina medesima di lunedì hebbe anco audienza il Lenoncurt, gentilhuomo del Duca di Loreno, et perché nel passare à Palazzo fu sopragiunto da un corriero del Padrone con lettere del primo di questo, notificò solamentea Sua Santità queste lettere, havute poco avanti et non discifrate ancora” (c. 751r/89). Anche fra cardinali e nobili era normale scambiarsi lettere cifrate: [Il cardinale] Monti si licentiò dal Papa, dicendo havere una lettera in cifra dal suo Serenissimo” (c. 298r/90).

[54]Il secolare legame fra impero ottomano e repubblica veneziana era basato soprattutto sul ricco scambio commerciale e sugli intrecci di confinanti possedimenti di terre e di isole nel Mediterraneo e nell ’ Egeo. Ognuna delle due parti conosceva e rispettava (finché poteva) la potenza e la debolezza dell ’ altra, per mantenere il più possibile un equilibrato rapporto diplomatico. E ad ambedue le potenze interessava mantenere questo statu quo. Significativo a questo proposito un avviso del 2 marzo 1588: il papa si lamenta con l ’ ambasciatore veneto a Roma perché la Serenissima non gli vuole vendere alcuni prigionieri turchi per collocarli nelle galere pontificie. Il motivo di tale diniego da parte dei Veneziani è chiarissimo:Per non dare occasione al Turco di romperla con essi” (c. 98r/88). Era quindi normale che le notizie da quel mondo parallelo che era l ’ ottomano provenissero in Europa da Venezia. Quando ad esempio giunge da Malta la notizia di un Bassà turco che si stava armando per andare a pirateggiare nell ’ Adriatico, a Roma si dice chiaramente che la notizia non è vera semplicemente perché Venezia non lo dice: “Qui non si crede, poiché Venetia (ove più si doveria sapere) non ne fanno mentione” (c. 295r/89). Anche quando si danno altre notizie riguardanti Costantinopoli si aggiunge quasi automaticamente la frase: “sempre che da Venetia si avisi il contrario” (c. 376v/89).

[55]Nella seconda metà del Cinquecento vennero potenziate le banche pubbliche di deposito e di giro per attutire i rischi che potevano sorgere nei trasferimenti di metalli preziosi: i mercanti depositavano presso il “Banco” della loro città il danaro in monete d ’ oro e d ’ argento e i pagamenti fra di loro sarebbero stati effettuati non in moneta corrente ma in “moneta di banco”, semplici girate sui libri contabili della banca. A Roma, alla fine del Cinquecento, un Banco fu annesso al monte di Santo Spirito. Lì i cambiavalute, negozianti, notai, scrivani e mercanti di ogni genere esercitavano i loro affari, sfruttando la vicinanza di S. Pietro con il Palazzo papale e della Zecca di Roma, nella zona che comprende oggi la via dei Banchi Nuovi e via del Banco di S. Spirito, vicino all ’ attuale Corso Vittorio Emanuele II. Si ricorreva “ai Banchi” anche per le scommesse di ogni tipo, non sempre viste di buon occhio dai papi, che cercavano con decreti di regolarle e spesso di proibirle. In realtà le scommesse divennero uno strumento di finanziamento per privati, governi e principi. La logica comune era il bisogno di denaro, crescente e urgente. L. PALERMO, Banchi privati e finanze pubbliche nella Roma del primo Rinascimento, in: “Banchi pubblici, banchi privati e monti di pietà nell ’ Europa preindustriale. Amministrazione, tecniche operative e ruoli economici”. Atti del Convegno, Genova, 1990, 2 vol., Genova, 1991, I; S. TABACCHI, Il controllo sulle finanze delle comunità negli antichi Stati italiani, in “Storia, amministrazione, costituzione. Annali dell ’ istituto per la scienza dell ’ amministrazione pubblica”, IV, 1996, p. 81-115 (in part. p. 89-93 per quanto riguarda lo Stato pontificio; R. COLZI, Il Monte non vacabile di S. Spirito, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, n. 116, 1993, pp. 177-211.

[56]D ’ Onofrio, op. cit. p. 530.

[57]ORBAAN, op. cit., pp. 279-280.

[58]Concordo in pieno con tale giudizio positivo circa la veridicità delle notizie che provenivano da Venezia, che fu sempre “costretta” ad una duplice politica estera, dovendo guardare a Occidente come parte integrante di quella civiltà cristiana, ma anche a Oriente per la sua natura di civiltà marittima e commerciale. Quando, dopo la battaglia di Lepanto, l ’ impero ottomano si chiuse polemicamente al mondo cristiano, Venezia riuscì nel 1573 (in opposizione culturale al modello ideologico e bellicista della Spagna di Filippo II) a stringere un patto con la “Porta” ottomana, riuscendo così a mantenere aperto il dialogo con il sultano. Sui rapporti di Venezia con il mondo ottomano vedi C. PINGARO, Serenissima, inquieta. Venezia tra Oriente e Occidente nel secondo Cinquecento. Aracne 2018.

[59]BELTRAMI, op. cit., p. 23, in D ’ ONOFRIO, op. cit. p. 534.

[60]SESTIERI LEE, Avvisi a stampa e manoscritti nella Roma del  ’ 500. op. cit. p. 84.

[61]D ’ ONOFRIO, op. cit. p. 539.

[62]Sull ’ immancabile connubio fra verità e qualche “furfanteria” menantesca si legge: “La razza di costoro è tutta di forfanti insolentissimi, et sotto l ’ ombra del gran pericolo fanno mille gabarie; ma chi n ’ ha bisogno convien lasciarsi gabbare”. BELTRAMI, op. cit. p. 44.

[63]Il termine “huomo espresso” si trova in una relazione del 6 ottobre 1587 giunta a Roma da Costantinopoli e raccolta a Praga (c. 460r/87). Nella stessa pagina troviamo l ’ affermazione: “Per una staffetta venuta in diligenza s ’ intende che...”.

[64]Si parla di una apposita “caravella d ’ avviso” quando una di queste, probabilmente spagnola, era stata sequestrata dagli inglesi: “Confermano che in Londra fosse gionta la caravella d ’ Aviso presa” (c. 362r/89). Da Càttaro si invia, con la prima nave che parte, una notizia non ancora completa, promettendo di riparlarne con la partenza della prossima nave: “Hora che parte la fregata, e però non le posso dir altro, riserbandomi il resto a quest ’ altra fregata” (f. 360r).

[65]O. PASTINE, L ’ organizzazione postale della repubblica di Genova, in Atti della Società ligure di storia patria, LIII, 1926, p. 340; C. FEDELE, Le antiche poste. Nascita e crescita di un servizio postale (secoli XIV-XVIII), In: C. FEDELE, M. GALLENGA, “Per servizio di Nostro Signore”. Strade, corrieri e poste dei Papi dal Medioevo al 1870. Quaderni di storia postale n. 10, Prato 1988; B. CAIZZI, Dalla posta dei re alla posta di tutti. Territorio e comunicazioni in Italia dal XVI secolo all ’ Unità, Franco Angeli ed, Milano 1993.

[66]“I mercanti disponevano di reti proprie per la trasmissione delle notizie, anche se non nella forma rielaborata dell ’ avviso. Da secoli potevano contare su un sistema capillare di appoggi in Europa e nel Mediterraneo costituito da filiali, agenti, colonie mercantili, corrispondenti, consolati, capace di trasmettere con tempestività quelle notizie indispensabili per l ’ agire commerciale: evoluzione dei prezzi, arrivi di navi da carico e di carovane dall ’ Oriente, iniziative e accordi commerciali, fallimenti o persone in viaggio: potevano non arrivare o arrivare dopo molto tempo”. INFELISE, La circolazione dell ’ informazione commerciale, cit. p. 508).

[67]DELUMEAU, op. cit. p. 30-31. “Infatti egli costituì una “congregazione delle strade” e fin dal 1587 nominò un commissario generale per il restauro delle strade, dei ponti e delle fontane dello Stato, con poteri quasi dittatoriali: costui poteva aprire strade, demolire edifici ingombranti, tagliare proprietà. Le autorità gli dovevano assistenza... Ma questo bel programma sembra sia scomparso con suo autore”.

[68]“L ’ invio di corrieri straordinari ha un costo estremamente elevato rispetto al servizio ordinario... Un invio da Parigi a Bruxelles costa uno scudo servendosi della posta reale, trentacinque se si utilizza un corriere straordinario. Un corriere straordinario dai Paesi Bassi alla Spagna costa quattrocento ducati, dalla Sicilia alla Spagna trecentosessanta, più della paga annuale di un capitano di galera o dello stipendio di un professore di università. Tale soluzione è però inevitabile di fronte alla disorganizzazione delle reti postali ordinarie dovuta alle guerre di religione in Francia e nei Paesi Bassi, e sovrani e ambasciatori dispongono di corrieri privati”. A. TALLON, L ’ Europa del Cinquecento, op. cit., p. 204.

[69]Trovo questa comparazione di prezzo in DELIMEAU, op. cit. p. 21: “Per andare da Bologna a Roma, nel 1590, una lettera al di sotto di 28 grammi paga 1 baiocco (= gr. 0,30 d ’ argento fino); una lettera più pesante, 4 baiocchi ogni 28 grammi; un pacco, 8 baiocchi per libbra (di gr. 339). Per spedire da Roma in Spagna una lettera sotto i 28 grammi, una spesa di 25 baiocchi (gr. 7,35 di argento fino. È il prezzo di 10 o 12 chili di pane”. In T. PLEBANI, op. cit. p. 54 trovo altro riferimento sui costi di una spedizione: “Per ricevere o spedire una lettera di un foglio nel 1588 da Roma a Bologna, all ’ interno dello Stato pontificio, secondo la “Tariffa” pubblicata dalla stamperia dei Blado (Tasse da osservarsi dal General Maestro delle Poste di N. S. & suoi deputati per Roma & per tutto il Stato Ecclesiastico. Roma. Heredi d ’ Antonio Blado 1588), bisognava pagare 2 baiocchi. Un baiocco allora equivaleva a granno 0,30 di argento e consentiva l ’ acquisto di più di 2 chili di pane”.

[70]“In casi di estrema urgenza Roma è solo a un giorno da Napoli o da Firenze, 2 da Milano o Venezia, 3 da Trento, 7 da Monaco, 12 da Anversa, 16 da Saragozza. Tali records rappresentano la contrazione massima che gli uomini del XVI secolo sono in grado di far subire al tempo e allo spazio su itinerari terrestri”. DELUMEAU, op. cit. p. 17.

[71]E. STUMPO, La gazzetta dell ’ anno 1588, op. cit. p. XI.

[72]R. CHARTIER, Inscrivere e cancellare. Cultura scritta e letteratura dall ’ XI al XVIII secolo. Ed. Laterza 2006, pp. 92-93.

[73]J. SOMMERVILLE, The News Revolution in England. Cultural Dynamics of Daily Information. Oxford University Press, New York-Oxford 1996, p. 28.

[74]F. DAHL, A Bibliography of English Corantos ad Periodical Newsbooks. 1620-1642. London 1952, p. 23.

[75]SESTIERI LEE, op. cit. p. 83.

[76]ORBAAN, cit. p. 277.

[77]G. LETI, Vita del Catolico Re Filippo II Monarca delle Spagne, Coligni 1679, parte seconda, p. 266.

[78] C. MARCHEGIANI, Un ‘pensiero gloriosissimo’ di Sisto V: il santo sepolcro da Gerusalemme a Roma, in “Come a Gerusalemme”. Ed. del Galluzzo, Firenze 2013, pp. 741-771.

[79]L. von PASTOR, Storia dei papi, vol. X p. 5.

IL RAPPORTO DI PAPA SISTO V CON LE POTENZE EUROPEE - II VOL.

IL RAPPORTO DI PAPA SISTO V con le potenze EUROPEE

Il sottotitolo di questi volumi recita: “Roma, l    Italia e l    Europa durante il pontificato di Sisto V”, attraverso la conoscenza che possiamo avere dagli “avvisi”. Degli avvisi e dellimportanza di questo giornalismo ante litteram dei secoli XVI e XVI ne abbiamo parlato nella introduzione del primo volume. Questa introduzione del secondo volume vuole soffermarsi maggiormente sul quadro politico dellEuropa di fine Cinquecento e sulle manovre messe in atto da questo pontefice sullo scacchiere di questo complesso mondo geopolitico. Naturalmente si farà larghissimo uso dei nostri “avvisi”, che ci riportano il sapore delle notizie fresche del momento.

LEuropa in quegli anni non stava affatto in pace. Si legge in un avviso del maggio 1589: “Potendosi hora dire con ragione, che tutto il mondo sia in moto, et in armi” (c. 340r/89). E in un altro avviso dello stesso anno si legge ancora: “Il Re di Spagna fa grande aparecchio di armata et retiene tutti i vascelli che passano sul suo mare, a tal che non si vede minacciare da tutte le bande altro che guerra, Dio ponga la sua Santa mano. Questi Principi (francesi) hanno risoluto di tenere a maggio prossimo li Stati. Dio voglia che non segua unaltra tragedia” (c. 196v/89).

Queste frasi riassumono bene il clima di conflittualità e di instabilità politica che si respirava durante il quinquennio del pontificato sistino: la Spagna di Filippo II era in conflitto aperto con lInghilterra di Elisabetta I per il dominio dei mari, per cui si arrivò nellagosto 1588 alla scontro della “invicibile armata” spagnola con la flotta inglese; in Francia il re Enrico III era in lotta con la lega cattolica, specie dopo lassassinio dei Duchi di Guisa ordinato da lui il 23 dicembre 1588, e sarà a sua volta assassinato il 2 agosto 1589, iniziando la lunga e complicata ascesa al trono di Enrico IV di Navarra; limpero aveva come imperatore Rodolfo II dAsburgo, che regnava dallAustria allUngheria, e che se ne stava in un beato isolamento a Praga, dedito alle arti e alle scienze occulte; la Fiandra, in mano alla Spagna cattolica e guidata dal governatore Alessandro Farnese duca di Parma, era in perpetua guerra con la protestante Olanda che viveva la sua difficile autonomia con lappoggio dellInghilterra; in Polonia per quasi due anni andò in scena la lunga lotta alla successione di quel regno, trovandosi concorrenti il duca Massimiliano dAustria e il giovane principe svedese Sigismondo, che salì al trono; in Inghilterra si assistette alla drammatica eliminazione della regina cattolica di Scozia, Maria Stuarda, decapitata l8 febbraio 1587 da Elisabetta perché temibile concorrente; la Savoia, sotto il governo del duca Carlo Emanuele I, invase in quegli anni il marchesato di Monferrato che apparteneva alla Francia e soprattutto fece guerra per annettersi la città di Ginevra; la Svezia era retta dal re Giovanni III, padre del nuovo re di Polonia; nel quinquennio sistino la Danimarca fu retta dal re Federico II e dal 1588 da Cristiano IV; lo zar Fëdor I Ivanovič regnava sulla Russia; limpero ottomano del turco Murad III in quegli anni ebbe una lunga e snervante guerra con la Persia, ma scorreva come sempre i mari con i suoi pirati; i Tartari intanto travagliavano lest dellEuropa con continui saccheggi.

LItalia era parcellizzata in tanti piccoli Stati. Milano (dal 1554), Napoli e la Sicilia erano governati dalla Spagna tramite viceré o governatori: il governatore di Milano fu, dal 1581 al 1592, Carlo dAragona Tagliavia, principe di Castelvetrano; viceré di Napoli furono dal 1582 al 1586 Pedro Téllez-Girón y de la Cueva e dal 1586 al 1595 Juan de Zúñiga y Avellaneda; viceré di Sicilia fu dal 1585-92 Diego Enriquez Guzman, conte di Alba de Lista. La repubblica di Venezia aveva come doge Pasquale Cicogna. Duchi di Mantova durante il pontificato sistino furono Guglielmo Gonzaga (dal 1550 al 1587) e Vincenzo I Gonzaga (dal 1587 al 1612). Governava Parma e Piacenza il duca Alessandro Farnese, anche se era impegnato nella guerra di Fiandra e aveva lasciato il governo delle città e del ducato a suo figlio Ranuccio. Alfonso II dEste guidava il ducato di Ferrara, Modena e Reggio. La Toscana ebbe in quel quinquennio la morte del granduca Francesco I e nel 1587 la successione di Ferdinando I, che optò per il governo di Toscana lasciando la porpora cardinalizia. Urbino era guidato dal duca Francesco Maria II della Rovere, che fu lultimo dei duchi di quella meravigliosa città rinascimentale (e dalla cui biblioteca urbinate provengono questi nostri avvisi).

Papa Sisto può volte affermò di volersi comportare come un vero padre universale, ascoltare e consigliare tutti i suoi figli. Anche se era naturale per un papa diventare un importante punto di riferimento, sia per le nazioni cattoliche come pastore e pontefice, sia per le nazioni protestanti come elemento di polemica e contrapposizione, tuttavia Sisto V si sforzò di seguire ogni avvenimento politico e di far sentire la sua autorità per risolvere i vari problemi.[1] Anche se non sempre ci è riuscito per il suo carattere deciso ed autoritario, complice anche lalta concezione che egli aveva della missione consegnatogli dalla Provvidenza.

Nella enorme mole degli avvisi di questo quinquennio si possono seguire le varie ed intricate vicende politiche dellEuropa di fine Cinquecento. Ambasciatori, nunzi, monsignori, cavalieri, commercianti, soldati, pellegrini offrono agli scrittori degli avvisi un materiale sempre fresco e sempre appagante la sete di notizie provenienti da ogni parte e che una organizzata rete di corrieri disseminava in ogni corte e in ogni posta di viaggio.

È impossibile offrire un quadro sia pur minimamente accettabile della complessa vita politica e degli eventi di ogni singola nazione europea, per cui mi limiterò semplicemente a riportare gli avvenimenti principali così come emergono dal racconto vivo ed efficace degli avvisi.

Testi maggiormente citati

ANONIMO DEL CAMPIDOGLIO, Memorie in forma di Annali del Pontificato di Sisto V. Copia presso lArchivio di Stato di Ancona (A. FERRETTI n. XXIV).

Philippi Honorii, Thesaurus politicus. Francofurti 1617. In realtà questa opera dellOnorio è una rielaborazione dellopera edita a Bologna nel 1603 da Lodovico RICCI: Thesoro politico nella quale si contengono Trattati, Discorsi, Relationi, Ragguagli, Instruttioni, di molta importanza per li maneggi, interessi, pretensioni, dipendenze e disegni dei Principi. Bologna Presso gli Heredi di Giovanni Rossi M.DC.III.

Casimiro TEMPESTI, Storia della vita e geste di Sisto Quinto Sommo Pontefice dellOrdine de Minori Conventuali di San Francesco. Tomo I e Tomo II uniti in unico volume. In Roma 1754, pp. 376 + 288.

Joseph Alexander DE HÜBNER, Sisto Quinto dietro la scorta delle corrispondenze diplomatiche inedite tratte dagli archivi di Stato del Vaticano, di Simancas, di Venezia, di Parigi, di Vienna e di Firenze. Versione dal francese del P.M. Filippo Gattari. Vol. I e II. Roma, Tipografia dei Lincei 1887.

Ludovico VON PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo. Compilata col sussidio dellArchivio segreto pontificio e di molti Altri Archivi. Roma Desclé, 1954-1964, vol. X: Storia dei papi nel periodo della riforma e restaurazione cattolica. Sisto V.

Leopold von RANKE, Storia dei Papi. Sansoni editore, Firenze 1965.

La Spagna di Filippo II durante il pontificato di Sisto V

La Spagna,[2] rimpinguata dallenorme ricchezza che proveniva dal Nuovo Mondo, stava attraversando il suo periodo doro sotto il re Filippo II,[3] il “Cattolico” per antonomasia. Il suo era limpero su cui non “tramontava mai il sole”[4].

Lelezione di papa Peretti non era proprio nei desideri di Filippo, che pensava piuttosto al cardinal filospagnolo Serbelloni[5]. E sapevano tutti che il cardinal Montalto non nascondeva le sue simpatie per la Francia, seguendo il suo modello, papa Pio V, che lo aveva creato vescovo e cardinale, per cui non aveva mai simpatizzato troppo con Filippo II. Scrive laconicamente lHübner: “Ei non amava Filippo, né questi lui”[6].

Il motivo del distaccato atteggiamento di papa Sisto dalla politica dominatrice di Filippo è perché si opponeva con chiarezza ad una Spagna che poteva diventare una superpotenza dominatrice dellintera cristianità. E tale preoccupazione papale era condivisa anche da altre nazioni europee, dal momento che “il suo timore di fronte allascesa di una monarchia universale spagnola veniva nutrito vivamente da parte francese, veneziana e fiorentina”[7].

Le due forti personalità, quella di Filippo e di Sisto, ebbero più duna occasione di scontro. Alcuni esempi.

Alla fine del 1585 il re limitò i diritti dei rappresentanti pontifici nei territori spagnoli. Nellautunno del 1586 il re si oppose al decreto papale che vietava la cessione di benefici a favore di altri senza il dovuto consenso. Sempre in quel periodo Filippo pubblicò la “Prammatica dei titoli” per regolare autonomamente i titoli ecclesiastici (compresi quelli dei cardinali), arrogandosi una giurisdizione che non gli competeva, da vero cesaro-papista. In tutte queste occasioni papa Sisto fece sentire la sua voce, e più forte che mai. Arrivò fino a minacciare di voler mettere allIndice la Prammatica e proibì ai cardinali e ai prelati di accettare lettere provenienti dalla Spagna senza il dovuto titolo ecclesiastico, come si legge in un particolareggiato avviso del 27 luglio 1587, che riassume quanto il papa aveva detto in un concistoro di cardinali: “Nel Concistorio d ‘hoggi tenuto a Montecavallo, Nostro Signore ha voluto dar conto al Collegio di cosa, come ha detto, che gli haveva data grandissima afflittione, et dopoi che lhaveva saputa gli havea cavate le lacrime non solo dal cuore, ma da la carne ancora (che queste sono state le sue parole). Che havendo veduta una certa Pragmatica, così chiamata fatta dal carissimo in Cristo figliuolo il Re Catolico Philippo, sopra li titoli de i Vescovi, Arcivescovi et Cardinali, onde era stato constretto di avvertirlo che la Maestà Sua devesse revocare la suddetta Pragmatica, come cosa che era fuori della giurisdittione sua; et lhaverebbe messa, nel Indice de i libri prohibiti, come la Bolla di Leone X° che dannava gli articoli di Martin Lutero... Fra tanto [il papa] faceva un decreto che nessun Cardinale ardisse di ricevere alcune lettere che non havessero il suo titolo conveniente et ordinario, et non havendolo o lacelassero le lettere, o vero la rendessero a chi gliele portava, sotto pena di disobedienza et censura tale, che non ne potessero havere lassolutione né per Giubilei, né per Indulti, né per confraternità, né dal istesso Papa, che non la concederebbe” (c. 322r e 324v/87).

Gli screzi certo non finirono e, pur trattandosi di beghe di poco conto, acquistavano sempre una valenza politica che andava oltre il particolare. E a peggiorare la situazione contribuiva non poco lambasciatore spagnolo presso la corte papale, il conte Juan Enrique de Guzmàn, conte dOlivares, che non perdeva occasione di creare atti di provocazione nei confronti del pontefice, mentre a Madrid il nunzio apostolico, il bolognese Annibale Grassi, faceva gran fatica a mantenere un sereno rapporto diplomatico. DellOlivares scrive il Pastor: “Questuomo, spavaldo, sempre irascibile e litighino, non era la personalità adatta per favorire la conciliazione, mentre deliberatamente nutriva la diffidenza di Filippo verso tutti gli atti di Sisto V”[8].

Il rapporto fra papa Sisto e Filippo II si inasprirono e peggiorarono sensibilmente nei primi mesi del 1589, tanto che il cardinale spagnolo Juan Hurtado de Mendoza, inviato personalmente da Filippo al papa per sostenere le tesi spagnole, non riusciva a reggere la durezza papale: “[Si dice] chel Cardinale di Mendozza habbia scritto al Re di Spagna, instando che voglia rimoverlo dal servitio di Sua Maestà in questa Corte” (c. 204r/89).

Un fatto increscioso avvenne nel luglio del 1589, quando le galere pontificie furono costrette da una tempesta ad entrare nel porto di Gaeta (che allora faceva parte del Regno di Napoli e quindi era sotto il dominio spagnolo). Entrando in porto non fecero il saluto di rito, per cui il Governatore non le fece entrare. Saputo ciò il papa ne fu molto sdegnato “dicendo, che la Sede Apostolica è padrona del Regno di Napoli, et il Re Cattolico Signore utile, et censuario con le conditioni... et che doveva bastare a quel Governatore che dette galere fossero entrate con lo stendardo Papale” (c. 440r/89). Solo Sisto V poteva dare del “censuario” papale al grande re Filippo, cioè persona soggetta ad imposta e quindi suo dipendente, ricordandogli il diritto che il papa aveva da secoli sul regno di Napoli e Sicilia[9].

La indisponente spocchia spagnola non era sopportata da papa Sisto, né a Roma né altrove, come si legge in un avviso ancora del luglio 1589: “Nostro Signore sente disgusto della gara che mostra lAmbasciatore Vera residente in Venetia per il Cattolico di volere essere prima visitato dal Nuntio” (c. 454r/89).

Le pessime relazioni fra papato e Spagna toccarono il vertice nella prima metà del 1590 e la causa era da ricercare nel comportamento ritenuto troppo indulgente del papa nella guerra civile che dilaniava la Francia dopo luccisione del re Enrico III e nel tentativo di allacciare un pur timido dialogo con lo scomunicato e ugonotto re di Enrico di Navarra, già virtualmente re di Francia ma non ancora accettato né dalla lega cattolica francese né tantomeno dalla Spagna. Dietro la scusa della fede protestante del Navarra in realtà la Spagna nascondeva i suoi interessi politici su quel regno. E lambasciatore Olivares tirava le fila di una vera e propria ribellione contro papa Sisto. A questo proposito basta leggere lavviso del marzo 1590, che va sotto il titolo di “Considerationi sopra quello che ha intentato lAmbasciator Cattolico qui in Roma del mese di Marzo 1590 contra la Sede Apostolica” (c. 107r-v e 110v/90): “Grande veramente è stato il tentativo de Spagnoli questi giorni passati, al quale se la prudenza di Nostro Signore, aiutata da Santissimo Spirito di Dio, non havesse fatta la devuta resistenza, si può dire che le cose della Chiesa, la dignità et autorità concessa da Christo al suo Vicario sarebbe tanto supressa... La mira de Spagnoli, che non solo si contentano di havere li Principi grandi per adherenti, ma li vogliono per vassalli, era di ridurre Nostro Signore a termini tali che nelli importantissimi negotij che hora corrono per il mondo, la Sua Santità fosse priva di poter pigliare nellavenire altro consiglio che quello che dependeva dalli interessi loro. Poi volevano sforzare il Papa a scommunicare tanta nobiltà et tanti Principi et Cardinali che seguono Navarra, acciò che, fatto odioso a tutti, non potesse pigliare con loro mai resolutione alcuna... Gli Spagnoli pensano velare il loro consiglio secreto differentissimo da quanto apparentemente dimostrano, mostrandosi tanto zelanti della Religione, bisognarebbe che fossero sempre uniformi in tutte le attioni loro. Non vogliono heretici nelli Stati di altri, et pure per accommodare le cose loro acconsentirno nella loro Fiandra la libertà della conscienza; vogliono purgare la Francia, et hanno voluto lasciare infetta la Fiandra... Fanno li zelanti della Religione Cattolica et per dimostratione di ciò operano con professione et minacce di essere scismatici, non volendo obedire al Vicario di Cristo. Vogliono che lautorità data da Cristo al Papa non dependi dal suo giuditio, al quale è concesso la facultà dellassolvere et del condannare, ma dalle sue passioni di confondere il mondo per tiranneggiarlo... Gli Spagnoli con spaventi hanno voluto, et con protesti, servirsi abusivamente di questa suprema potestà, tentando di valersi del Papa come di un martello, et loro esser la mano che dia il colpo”.

Ancora in un avviso del 21 marzo 1590 si nota una seccata risposta del papa a Filippo II, durante un concistoro con i cardinali, dichiarando che solo il papa poteva decidere sul Navarra, trattandosi di foro interno: “Il Papa espose con bellissima oratione le miserie di Francia non senza lacrime, et che i Principi temporali non hanno che fare nelle cose spirituali, alludendo al Re Cattolico et massime in questa di Navarra et sua assolutione, che era materia dInquisitione, ma che ciò tocca al Pontefice, et che in questo Sua Beatitudine si governarà secondo sarà retta dallo Spirito Santo. Et intorno a questo particolare disse apertamente delle attioni et termini arditi tenuti dallAmbasciator Olivares” (c. 135r/90).

Il papa voleva trattare la faccenda francese con tutta calma, sperando nello stesso tempo nella conversione del Navarra, nella liberazione del prigioniero cardinale Borbone e nella comprensione della lega cattolica francese e soprattutto di Spagna. Ormai tutta Europa conosceva lintransigenza di Filippo II, ma anche la fermezza di Sisto: “laudacia del Conte dOlivares Ambasciatore di Spagna, che haveva fatto minacciare il Papa che haveva ordine del Re suo padrone, in caso che non scommunicasse tutti li Cattolici che sono al servitio di Sua Maestà [Navarra], di protestare di non volerlo più riconoscere. Ma che il Papa haveva mostrato animo, havendo fatto congregatione per risolvere se doveva cacciare detto Ambasciatore overo farlo punire in sua persona” (c. 230v/90).

Negli ultimi mesi della vita di Sisto V le tensioni con la Spagna divennero più acute e rimarcarono sempre più la distanza affettiva fra papa Sisto e Filippo II. Questa montante tensione era vissuta anche dal popolo di Spagna, se poté accadere a Madrid, nel giorno dellAscensione del 1590, che un gesuita madrileno, un certo Juan Jerònjmo, arrivò a tenere una predica oltraggiosa nei confronti del papa, accusato di sostenere occultamente il calvinista Enrico di Navarra. Di fronte a un tale episodio, il nunzio Grassi fu costretto ad aprire un formale processo, ma non vide la conclusione della vicenda, poiché il nunzio morì a Madrid il 21 giugno 1590[10].

Più coinvolto, invece, anche se limitato solo ad una generica promessa di aiuto finanziario, fu linteresse di papa Sisto nei confronti della più importante azione politica e militare effettuata da Filippo II durante il pontificato sistino, cioè lo scontro navale con lInghilterra.

La “perfida nemica” Elisabetta I, figlia dello scismatico Enrico VIII che aveva staccato il regno dal resto della cattolicità romana, era una vera spina al fianco del re spagnolo, per cui il sogno di Filippo era di invadere lInghilterra, avvalendosi della sua numerosa e formidabile “Armada Invencible” navale[11] e contrastare la crescente potenza marittimo-commerciale dellInghilterra, ponendo termine al conflitto che ormai da due anni veniva combattuto con atti reciproci di pirateria. Tale opposizione era ampiamente ripagata da Elisabetta, che faceva di tutto per unire contro Filippo le potenze avverse al cattolicesimo. Scrivono da Roma nel novembre 1589: “Dà maraviglia incredibile a tutto il mondo la sollecitudine della Regina dInghilterra contra tutti i professori et defensori del nome christiano, et come vaglia tanto, essendosi adoprata in maniera che a sua instanza stanno per muoversi i Germani heretici, li Turchi, i Franzesi, i Fiamenghi, i Mori, et altre nationi, oltre alle forze proprie con le quali di nuovo sta in procinto di molestare i Stati del Cattolico” (c. 714r/89).

Da diverso tempo Filippo programmava una invasione dellInghilterra con la sua flotta navale, spalleggiato direttamente e indirettamente da buona parte del mondo cattolico[12]. Già nel gennaio del 1586 si legge negli avvisi: “Si dice chel Re Cattolico habbia in essere due grosse armate per mandarle contra la Regina dInghilterra, una in Portogallo et laltra in Biscaglia, havendo Sua Maestà destinato Generale della prima il Duca di Braganza, et della seconda il Marchese Santa Croce” (c. 6r/86). Tutto era pronto per il 1587. Poi il marchese di Santa Croce morì improvvisamente e linvasione fu rimandata.

Negli avvisi possiamo seguire la cronaca quasi quotidiana dell“impresa” (come viene chiamato lo scontro navale fra Spagna e Inghilterra), che ebbe una lunga preparazione e che colpisce ancora oggi per la grandezza dei preparativi, come si legge in un avviso del 19 marzo 1588: “Nota delle provisioni dellarmata, che si prepara in Lisbona per ordine della Maestà Cattolica per lImpresa dInghilterra. 600 legni tra quali 150 Navi grosse, oltre quelle che restano per guardia di Spagna, 36 galere, 310 Vele piccole come Caravelle, e batelli, 100 Navi con solo paglia, 30 mila Spagnuoli, 2 mila Cavalli, 5 mila Portughesi, 12 mila Italiani, 15 mila Alemanni, 8 mila Marinari, 4400 tra Bombardieri, et Guastatori, 1400 mule per tirar lartiglieria, 400 Mori che governano delle mule, Biscotti un million e 900 mila quintali, 120 mila pesi di carne di porco, 150 mila pesi di formaggio, 70 mila pesi di carne salata, 25 mila pesi di tonina, 14 mila anneghe di riso, 20 mila anneghe di ceci, 24 mila pesi di oglio, 32 mila pesi daceto, 123 mila botte di vino da 20 pesi per botta, 70 mila anneghe di biade, 30 mila botte di ferri da cavallo, mila braccia di sella, 76.400 soldati da combattere” (c. 122v/88). Il numero delle navi spagnole era davvero considerevole per quellepoca, e giustifica ampiamente lappellativo con il quale veniva chiamata: “Grande y Felicisima Armada”. In realtà il progetto originario del re di Spagna era ancora più grandioso, dovendo comprendere ben 500 imbarcazioni, con il far giungere nei porti spagnoli sullAtlantico, anche buona parte della flotta mediterranea di Genova, Napoli e Sicilia, terre collegate con la Spagna.

Anche lInghilterra si era preparata allo scontro. Infatti al 30 aprile si legge: “Di Londra delli 20 del presente confermano esser di già in ordine larmata di quella Regina per la difensione di quel Regno, in caso che lArmata spagnola lo volesse molestare” (c. 128v/88) [13].

La partenza della “Armada” fu continuamente rimandata durante i primi mesi dell88. Si parlava che si dovesse fare limpresa a marzo, ma in realtà prima di maggio la flotta non fu pronta allo scontro diretto, visto la difficoltà dellinverno: “Non parendo bene a quella Maestà di arrisicare tante forze in tempori che non siano più che sicuri. Dilatione, in vero, che ha cagionato gran mortalità de soldati et marinari” (c. 182v/88). Solo ai primi di maggio si scriveva da Anversa: “LArmata dellAndalusia era partita et giunta a capo San Vincenzo, ove aspettava quella di Lisbona che doveva far vela nel primo o secondo di questo al suo viaggio, sopra la quale si trovano 25 mila combattenti, oltre il gran numero de Venturieri” (c. 230r/88) e da Venezia si scriveva il 28 maggio: “Da Madril con lettere delli 30 Aprile sintende che alli 26 larmata di Lisbona fu benedetta dal Cardinale, et piantato lo stendardo Regio sul Gallion S. Martino, et che essa Armata alli 2 Maggio doveva far vela senza fallo” (c. 232v/88).

A proposito dello stendardo della invincibile armata si legge in un avviso di Roma il 25 maggio: “Venne il Corriero di Spagna che dà nuova chel giorno di San Marco [il 25 aprile] il Re Cattolico fece benedire lo stendardo della sua armata con il Crucifisso da una banda et il Re in genocchioni da basso con le parole Exurge Domine noli tardare [Sorgi, Signore, e non tardare], et dallaltra parte la gloriosa Vergine et il Re da piedi con il motto Monstra te esse Matrem [Mostrati madre]. Il quale stendardo fu mandato dal Re al Duca di Medina Sidonia, con ordine di partire subito senza aspettare altra dilatione” (c. 227r/88).

Il 30 luglio si arrivò alla vera battaglia navale fra le due flotte marinare, che culminò nella notte tra il 7 e l8 agosto 1588, in quella che rimane nella storia come la battaglia di Gravelines. Diversi fattori giocarono a favore degli inglesi: le inaspettate avverse condizioni del mare e le violentissime tempeste si abbatterono sulle navi spagnole; linettitudine del giovane comandante generale, il duca Medina Sidonia; il non coordinamento con le forze con il Duca di Parma che si trovavano stanziate in Fiandra; la superiorità non numerica ma tecnologica delle navi inglesi (“I Marinari che erano sopra la Galeazza mi mostrorno stupire della prestezza de vascelli Inglesi, i quali con 2 timoni dinanzi et di dietro fuggono et arrivano con ogni poco di vento” c. 444v/88). Infatti la flotta inglese, inferiore di numero, era però formata da navi più piccole e maneggevoli, armate con cannoni veloci da ricaricare, al contrario dei robusti galeoni spagnoli le cui stive, in questo momento, era appesantite dai rifornimenti, con una riduzione nella manovrabilità. Mentre gli spagnoli usavano ancora la vecchia tecnica di abbordaggio ravvicinato per combattimenti corpo a corpo e avevano imbarcato sulle loro navi grossi fusti di cannoni più adatti ad una postazione di terra e lenti nella ricarica, gli inglesi colpivano i vascelli nemici con continue bordate di cannoni, sistemandosi velocemente dietro le navi spagnole e non presentando il fianco al nemico.

Alla fine, la battaglia di Gravelines causò la perdita di meno di una decina di navi spagnole. Potevano essere molto di più, ma gli inglesi avevano esaurito le riserve di polvere. A Medina-Sedonia non rimaneva che fuggire verso nord, compiendo il periplo delle isole Britanniche. Questo fu un gravissimo errore, perché il viaggio durò 44 giorni fra forti tempeste che dispersero la flotta e venti fortissimi che fecero schiantare numerosi vascelli contro gli scogli della costa irlandese, e senza che le navi potessero cercare rifugio nei porti scozzesi di re Giacomo, che dopo la morte della madre Maria Stuarda e una iniziale protesta si era consegnato a Elisabetta. Alla fine di settembre, quel che rimaneva dellInvincibile Armata, raggiunse le coste spagnole, con un bilancio catastrofico: metà dei circa 30.000 uomini non fece più ritorno a casa, vittime della battaglia, dei naufragi e della prigionia in Inghilterra. Delle 130 navi solo 8 furono affondate dagli inglesi, 65 affondarono nel corso delle tempeste.

La notizia della sconfitta fece gran fatica prima di essere conosciuta ed accettata nellEuropa cattolica, incredula di fronte a tanto imprevisto risultato. Le voci più diverse, confuse e contraddittorie circolarono per mesi, prima che si arrivasse alla verità: “Del successo dellArmata Cattolica et Inglese vien scritto tanto differentemente da molti luoghi, che veramente non si può avisare cosa certa” (c. 422v/88). A Roma passarono mesi interi prima di venire a conoscenza dei veri fatti.

Le notizie si susseguono contraddittorie per tutta lestate, tanto che il 24 agosto, ancora circolavano notizie false sulla sconfitta inglese, anche se il dubbio era grande: “Lunedì sera su le tre hore della notte venne aviso della rotta dellarmata Inglese” (c. 406r/88). A Roma addirittura si fecero feste per la vittoria spagnola: “Martedì matina allavviso sparso della suddetta vittoria contra Inglesi molti Cardinali andaro alla Chiesa di San Jacomo de Spagnoli con infinito popolo, et altri in altre chiese a rendere gratie a Dio di tanta vittoria, et come sene habbia confermatione sene faranno allegrezze publiche, et sene cantarà il Te Deum laudamus” (c. 406v/88). La fantasia non ebbe limiti e si arrivò perfino a pensare che la regina Elisabetta fosse stata spodestata dal suo trono: “Altri dicono che... i Popoli Inglesi havevano cominciato ad alzarsi contra la Regina et fattola prigione” (c. 418v/88). Anche nella Milano spagnola si era fatto festa: “Lordinario di Milano non reca altro di nuovo senonché in quella Città, et per tutto lo Stato, si erano fatte grandissime allegrezze della vittoria navale riuscita falsa” (c. 435v/88).

Ancora a settembre, dopo più di un mese dallo scontro vinto dagli inglesi, si scriveva della vittoria spagnola: “LArmata Cattolica si è di ritorno per Spagna intorno alla Scotia et Irlanda, et mena seco alcune navi inglesi, havendone mandato a fondo 38 altre, et il rimanente mal trattate sono tornate in Londra. Il che inteso la Regina sera ritirata molto mal contenta, non lasciandosi veder per alcuni giorni per il danno ricevuto nella sua Armata dalla Cattolica”. (c. 465r/88). Il lettore doveva fare una grande fatica a discernere la verità, per leccesso di notizie senza fondamento, che cominciarono a stancare gli stessi scrittori dei fogli, tanto che in un avviso del primo ottobre 1588 si legge saggiamente: “Lasciarò nella penna per questa volta lo scrivere di armata spagnola, poiché comincia a sapere di aromatico” (c. 496r/88). Altri scrittori si sentirono costretti a mettere una nota allesterno del foglio: “Foglio davisi non finti ma veri” (c. 475r/88) e “Avviso vero di tutte le cose che sono passate tra larmata di Spagna e quella dInghilterra di giorno in giorno” (c. 477r/88).

Saggiamente e prudentemente papa Sisto non volle unirsi allesultanza generale senza prima aver avuto la certezza assoluta di tale vittoria. Già alle prime ed entusiastiche notizie della vittoria spagnola il papa mostrò di non credere: “Quando martedì sera fu portata a Nostro Signore la nuova di questa guerra navale venuta per via di Colonia, Sua Beatitudine sene rise, dicendo che non posseva essere, poiché con lultime lettere era avisata che larmata spagnola, travagliata da gran fortuna di mare, era stata astretta tornare in Biscaglia” (c. 352r/88). Arrivò anche a rimproverare chi con estrema creduloneria aveva voluto festeggiare la vittoria spagnola: “Il Papa sdegnato, col Senatore di Campidoglio che hiermatina con gli officiali del Popolo Romano fece cantare il Te Deum laudamus di questa vittoria, non ha voluto dar loro audienza, andati da Sua Beatitudine per scusarsi... Di tal nuova non si è fatta fin qui allegrezza alcuna, aspettandosene la verità intiera” (c. 408r/88 e c. 418r/88).

La verità cominciò a trapelare piano piano.

Si scrisse da Anversa: “Sintende che lArmata Cattolica habbia combattuto con la Inglese con grandissimo suo dissavantaggio per causa del vento contrario havendo perso alquanti Vasselli, tra quali una galeazza presa da Inglesi sotto Cales con 30 nobili sopra, fra quali il Vicearmiraglio dessa armata et altri grandi di Spagna, mandati pregioni alla volta dInghilterra, et altri dicono gettati tutti in acqua, svalleggiando il Vascello, il quale non lhavendo potuto remorchiare labbruggiorono... Di maniera che, tral danno del mare, combattere et fuochi artificiati, mancano nellArmata Cattolica, secondo Spagnoli et Italiani, se non cinque Vasselli, et secondo Inglesi et Fiamenghi era rimasta con solo 70 di 150 Navi grosse che verano” (c. 422v/88).

Il 31 agosto cominciarono a pervenire timidamente dalle Fiandre notizie certe, almeno a grandi linee, raccontate dallo stesso duca di Parma, anche per cominciare a difendersi dalle accuse portate avanti dagli Spagnoli di non essere intervenuto ad aiutare il comandante dellarmata il duca Medina Sidonia: “Lunedì la sera si hebbero lettere per via di Milano del Duca di Parma a questo Ambasciator Cattolico, con aviso chel Duca di Medina Sidonia era stato a vista del Drago nel Canale dInghilterra, ma non già venuto mai seco a battaglia, et andatosi poi il Duca a ponere sotto vento verso Cales in spiaggia gli furono spinte a dosso dal medesimo Drago otto Navi grosse cariche de fuochi artificiati et mine col fuoco a tempo, et sarpando larmata cattolica in fretta lancore per fuggire questo incontro sotto vento, hebbe il Drago alla coda, che gli abbrugiò una Nave, havendone persa unaltra nel entrare in canale, et due restate inghiottite de facto dalla voragine del mare, et dalla fortuna sopragiunta in quel tempo, che fece transcorrere il Duca verso Fiandra più di quello bisognava, facendo in tanto sapere al Duca di Parma che posseva andare a congiungersi seco. Cessata la fortuna Sua Altezza imbarcò tutte le sue genti et cavallaria, essendo il mare in grave calma. Onde non aspettava altro che un poco di vento per passare dal detto Sidonia, che si trovava non più di 30 miglia discosto. Si che è bugia quanto è stato scritto di vittoria havuta contra il Drago” (c. 434v/88).

Il resoconto più completo e veritiero dello scontro ce lo fornisce un “Avviso vero di tutte le cose che sono passate tra larmata di Spagna e quella dInghilterra di giorno in giorno” (c. 477r/88): si tratta di un elenco che riporta le azioni più importanti e i movimenti delle navi avvenuti dal venerdì 29 luglio al giovedì 11 agosto 1588[14].

E allora si cominciò a conoscere la funerea conta dei morti e dei prigionieri, molti dei quali portati in Inghilterra e in Olanda: “In Londra è stato condotto il Viceadmiraglio, grande di 1000 botte, il quale haveva sopra 52 pezzi darteglieria et 900 huomini, de quali in una torre di Londra sono cattivi 400, tutti Spagniuoli de quali de nobili ne sono 175, i capi dei quali sono gli infrascritti...” (c. 423r/88); “Mancano 50 e più navi molte de quali non si sa dove siano et sono quelle della vanguardia che conduceva don Alonso de Leyva il quale non si sa se sia vivo o morto. Tre altri capi che sono di questa armata pochi giorni dopo giunti a Laredo sono morti et tante altre persone, che di 22 mila che erano si fa conto non siano rimaste 10 mila e questi anco vanno morendo per il molto che hanno patito” (c. 644r/88).

Ancora nel gennaio 1589 arrivarono notizie della sofferenza dei soldati spagnoli: “Di Fiandra intendevano come a pena era rimasto il nome delli vascelli dellarmata spagnola dati in terra nellIsola dIrlanda, et i soldati Cattolici parte affogati et parte tagliati a pezzi, come scrive Don Alonso di Leyna et DonnAlonso di Luzen, fatti prigioni con alcuni pochi principali” (c. 40v/88).

Drammatica la descrizione della prigionia londinese dei soldati catturati: “Mero scordato di scriverle la miseria nella quale questi lutherani hanno messi i soldati spagnoli che son stati presi insieme con il signor di Valdes, et gli altri che furono presi al primo dì cherano sopra il galeon, perché tutti sono stati menati in carette nella Città di Londra, et glhanno messi dentro una prigione nominata Bredvuel, luoco il più infame della Città... Nostro Signore Iddio infatti habbia pietà di questi poveri corpi in questo mondo, et dellanima che sono andati nellaltro” (c. 477r/88).

Laconica e sconsolata la frase dellavviso di Roma del 9 novembre, quando si legge che invece di cantare il canto di ringraziamento è meglio cantare il canto funebre per i morti: “Dellarmata Cattolica scrivono alcuni che più convenevole saria stato, a quelli che ne cantarno il Te Deum, che ne havessero cantato il Deprofundis” (c. 582v/88).

E, come spesso accade in politica, si cercò subito il capro espiatorio di tanto disastro: non volendo ammettere la reale e colpevole inefficienza del gran nobile e pari di Spagna, il duca Medina Sidonia, venne ingiustamente sacrificato, a beneficio della storia ufficiale, un oscuro capitano dellArmata, come si legge in un avviso del 28 marzo 1589: “Un tal Thres, Capitano della Generale dellarmata di Spagna pregione, sarà fatto morire per esser egli stato causa del danno passato” (c. 156r/89). Il Medina cercò anche di dare la colpa al Farnese duca di Parma che, secondo lui, non si era mosso con la sua flotta di Fiandra in suo soccorso. Il duca gli rispose a tono con una lettera risentita scritta al re Filippo, dicendo chiaramente che nessuno lo aveva coinvolto al momento giusto. Perfino papa Sisto dovette giustificare di non aver mandato una somma consistente al re Filippo per la spesa dellimpresa. In realtà vi era stato un accordo: il papa avrebbe sborsato al re un milione doro, ma solo ad impresa riuscita e solo se Filippo avesse effettivamente messo piede in Inghilterra: “Nostro Signore inteso la partita certa dellArmata Cattolica per Inghilterra disse subito la lega che si haveva conclusa con Spagna contra quella Regina, et la promessa fatta di un million doro, subito che si havesse laviso dellarrivo di essa Armata in quel Regno” (c. 290v/88). E più categoricamente viene detto da Roma ad agosto: “Il Papa istesso ha detto che come sia certo che larmata Cattolica habbia posto piede in Inghilterra è in obligo di sborsare al Re di Spagna un milion doro” (c. 406r/88). Alla mancata riuscita dellopera venne giustamente meno il concordato sborso![15].

Filippo II, che non si aspettava di certo una tale mortificante sconfitta, avuta anche con la complicità degli elementi naturali avversi, (famosa rimase la sua frase: “Io la mandaba contro los hombres, no contro los vientos y huracanes”, “Io ho inviato la mia Armata contro gli uomini, non contro i venti e gli uragani”) non si diede pace e fino alla morte covò lintenzione di una rivincita: “Con lultime di Madril avisano, che il Re Cattolico, inteso la burasca patita dalla sua armata nel Canale dInghilterra, dicesse apertamente che quando ben anco si perdesse tutta ne rifarebbe unaltra, con fermo proponimento di continuare in guerra aperta contra la Regina Inglese, et consumarvi tutti li suoi Regni” (c. 491v/88); “Il Re ha giurato di mandar fuori ogni anno armata Regale, la maggiore che potrà, contra la Regina dInghilterra, et di consumarvi fino alli Regni et lossa” (c. 491v/88). In questa testarda convinzione era spinto anche dallorgoglio dellintera nazione spagnola. Già a novembre 1588 si legge in un avviso: “Il Consiglio di Spagna, haveva fatto larghissime offerte a Sua Maestà Cattolica fino di 12 millioni doro per limpresa dInghilterra essortandola a non si destorre mai da quella, finché lhabbia fatta, et soggiogato quel Regno alla sua devotione” (c. 585r/88). Filippo era disposto a dissanguare le casse reali e a vendere ogni cosa, perfino i candelieri della sua tavola: “Con altre lettere di Spagna sintende, che quel Re era tanto intento alle provisioni dellarmata contra Inghilterra, volendo in ogni modo haverla in ordine a maggio prossimo, che una sera Sua Maestà disse che voleva spendervi fino alli proprij candelieri, che haveva innanzi con le candele accese, alzandole in quellatto” (c. 641r/88).

Insieme con Filippo anche la Spagna intera si sentì addolorata, “sentendosi per tutta Spagna lamenti et ululati fin tra le donne et putti contro quella Regina et sua armata” (c. 516r/89). Eppure, anche se amareggiata, delusa ed umiliata la nazione sostenne il suo re nel desiderio di rivincita: “Tutta questa natione sta grandemente picata di questo sinistro acidente che dessidera che si faccia tale impresa per la quale porgeva grande aiuto de danari” (c. 644r/88); “Siviglia ha offerto 65 mila scudi de entrata ... Mandril ha offerto cento miglia scudi. Toledo cento miglia scudi. Altri tanti Vagliadolid, et le altre Città di man mano anderanno facendo il medemo, in modo che non mancano danari” (c. 644v e 647r/88).

Anche gli Stati italiani occupati dalla Spagna offrivano grosse somme di denari: “La Sicilia un million doro, Napoli un million, et il Stato di Millano mezo million per servitio della impresa dInghilterra” (c. 658v/88).

Allamarezza e delusione del re Filippo e di tutta la Spagna si contrappose naturalmente la gioia della regina Elisabetta e di tutta lInghilterra. Il 27 novembre, anniversario della sua salita al trono, Elisabetta fece “gran festa” e il 28 fece solenni funzioni religiose di ringraziamento: “Che alli 27 detto si doveva far gran festa in Londra in memoria che già trentanni quella Regina successe al governo dellInghilterra in tal giorno, la quale il giorno seguente voleva andare con ogni pompa e sollennità nella chiesa di San Paulo alla predica publica per laudar et ringratiar il signor Dio, che i suoi nimici fussero stati così miracolosamente debellati senza spargimento di sangue dalcuno del suo Regno” (c. 652r/88).

Papa Sisto non nascose il suo dispiacere per il fallimento dellimpresa: “Del quale aviso il Pontefice si è afflitto fuor di modo” (c. 373r/88) e il suo dolore del papa non si fermava alla sconfitta militare, perché “Sisto V considerava le cose sotto il punto di vista religioso; egli desiderava la conquista dellInghilterra come una condizione preparatoria per ricondurre quella nazione al cattolicesimo. Al contrario, per Filippo limpresa era principalmente politica: per lui trattavasi della difesa dei suoi attuali possedimenti e della conquista di un nuovo regno”[16].

Nel mondo cattolico tale confitta fu vista come una punizione di Dio per i peccati della cristianità e fu inserita nel misterioso disegno divino che sembrava favorire leretica Elisabetta al fervente cattolico Filippo. Quando nei mesi successivi la flotta inglese scorrazzava in pieno inverno per i mari vicini alla Spagna, un avviso romano parlava di: “gran maraviglia che di Londra sia venuto insieme il Drago corsaro con tanti vascelli nel fondo dellinverno nella riviera di Spagna in pochi giorni senza danno alcuno di mare, al contrario delli legni del Re Cattolico per i nostri peccati, ma Iddio li permette forsi tante felicità per dargli poi maggior percossa, o per qualche altro arcano di sua Divina Maestà” (c. 80v/89).

Dopo luccisione del re francese Enrico III, avvenuta il 2 agosto 1589, Filippo II entrò in pieno nelle complicate vicende francesi e cercò in tutti i modi possibili di premere su Sisto V perché fosse nominato un nuovo re di religione cattolica, in contrapposizione allugonotto protestante Enrico di Navarra. Prima tramite il suo focoso ambasciatore, il conte Enrique Olivares, poi con un secondo ambasciatore straordinario, António Fernandez de Cordoba, duca di Sessa, Filippo perorò tale causa, dal momento che giudicava il papa troppo indeciso nel prendere una netta posizione: “Hora se intende, chel Duca di Sessa nellaudienza di lunedì supplicasse il Papa per parte del suo Re a volere senza dilatione veruna nominare un Re in Francia veramente Cattolico, non essendo più tempo che Sua Beatitudine stia neutrale in negotio di tanta consideratione come è questo... et Sua Beatitudine, aggradendo tal proposta, disse che voleva haver suso matura consideratione, et fare orationi acciò Iddio la inspirasse al meglio et più utile della Christianità” (c. 331v/90).

Ma la cosiddetta “indecisione” di papa Sisto aveva una motivazione politica ben precisa, oltre che spirituale: quella di sperare in una conversione del Navarra al cattolicesimo.

Di questo si parlerà qui sotto nella parte riguardante la Francia.

Il Portogallo durante il pontificato di Sisto V

Il Portogallo in quegli anni si trovava sotto la dominazione spagnola[17]. Dopo essere stato assoggettato dagli Arabi nel 712, nel XII secolo era stato riconquistato dai re spagnoli di Castiglia e Leòn e da questi era stato affidato come feudo reale spagnolo ai Conti di Borgogna. Costoro avevano originato una dinastia, che aveva regnato ininterrottamente dal 1145 al 1580.

Nel 1557 era salito al trono portoghese il re Sebastiano, figlio di Giovanna, sorella del re di Spagna Filippo II. Sebastiano morì senza eredi nel 1578 nella disastrosa battaglia di Ksar-el-Kebir, in Marocco, lasciando il trono in mano al suo vecchio zio, il cardinale Enrico I di Portogallo (era stato creato cardinale nel 1545 dal papa Paolo III), che morì dopo due anni nel 1580, spegnendosi con lui definitivamente la dinastia reale e facendo precipitare Portogallo in una profonda crisi dinastica che si concluse con lunione della corona portoghese con quella spagnola. Infatti Filippo II rivendicò il diritto sul trono del Portogallo, sia per la parentela (Sebastiano era suo nipote, essendo figlio di sua sorella Giovanna), sia per lantico potere feudale che la Spagna aveva sul Portogallo. Il Paese fu rapidamente sottomesso nel 1581 e Filippo II di Spagna fu eletto Re di Portogallo e dellAlgarve col nome di Filippo I e il Portogallo divenne una provincia spagnola retta da un Governatore. Solo nel 1640, dopo più di sessantanni di dominazione spagnola, il Portogallo riacquisterà la piena indipendenza, e il titolo di sovrano andrà a Giovanni IV del Portogallo, della dinastia dei Braganza.

Nel frattempo però a contrastare Filippo II sorse un pretendente al trono portoghese: Antonio del Portogallo (Lisbona 1531 - Parigi 1595), nipote del re del Portogallo Manuele I, che era morto nel 1521. In realtà la sua pretesa al trono non era mai stata considerata valida, perché dichiarato figlio illegittimo. Il 24 luglio 1580 Antonio si autoproclamò re del Portogallo, ma riuscì a governare solo un mese, poiché fu sconfitto nella battaglia di Alcântara dalle truppe spagnole il 25 agosto 1580. Agli inizi del 1581 Antonio fuggì in Francia, spostandosi continuamente nel timore di venire assassinato da sicari di Filippo II, finché dopo qualche anno si trasferì in Inghilterra, accolto e appoggiato dalla regina Elisabetta, che vedeva in lui un antagonista allodiato re spagnolo.

Agli inizi del pontificato di papa Sisto V don Antonio era diventato una pedina preziosa nelle mani di Elisabetta. In compagnia del famoso corsaro sir Francis Drake (il “Drago”, come viene chiamato negli avvisi) don Antonio cominciò a prendere dimestichezza con il mare, la flotta navale, i combattimenti, e già dal 1585 si parlava negli avvisi di Venezia del suo connubio con il Drake: “Dicesi essere avviso in Signoria che Don Antonio se ne sia passato in compagnia del Corsaro Dragone dInghilterra in Portogallo con 60 Navi, et 8 mila fanti datigli da quella Regina” (c. 492vr/85)

Il 28 gennaio 1588. don Antonio si trovava in Francia presso il re di Navarra: “Il Re di Navarra si fortifica in Montalbano, et seco è Don Antonio di Portogallo facendo provisioni da guerra ancor loro per tempo nuovo” (c. 62v/88).

Dalla Francia don Antonio iniziò a tramare contro Filippo II e iniziò a programmare un colpo di Stato in Portogallo: “Ci è confermatione della spia di DonnAntonio di Portogallo presa in Lisbona nellimbarcare, che haveva fatto sopra una Nave per andarsene con due cassette, una piena di lettere, et laltra di gioie, che portava al suo Signore di commissione de gentilhuomi principali Portughesi suoi amici, de quali 15 con dui mercanti de primi di Lisbona se ne erano fuggiti subito, che intesero la presa di questa spia, che come si accorse, che era scoperto, buttò in mare una delle sudette cassette, credendo, che fosse quella delle lettere, ma equivocò dallaltra delle gioie, et così restava chiara, et scoperta la congiura, et intelligenza con DonnAntonio, et in dette lettere lo essortavano instantemente a volersi ritrovare a vista di Lisbona subito partita larmata Cattolica per Inghilterra, perché si sarebbero allhora alzati, et creatolo Re loro” (c. 71r-v/88).

A dicembre del 1588 don Antonio ricevette dalla regina Elisabetta laiuto inaspettato: “Lultime dInghilterra delli 13 del presente portano la confirmatione della preparatione di alquanti Vasselli per Don Antonio” (c. 9r/89).

Al 5 aprile 1589 si scriveva da Lione che 200 navi inglesi andavano verso Portogallo, sperando in qualche aiuto locale per la sollevazione del popolo: “A Dovre, porto dInghilterra, sera fatta la massa dellarmata di quella Regina, quale è di più di 200 vele, di quale era Generale il Drach, e sopra essa andava Don Antonio, per il che si tiene per certo se nandrà alla volta di Portugallo, dove potriano havere qualche intelligenza” (c. 234v/89). Elisabetta non voleva esporsi troppo, tanto che aveva detto a Drake di combattere solo se vedeva il popolo portoghese in rivolta e di non fermarsi in Portogallo più di 5 giorni (c. 474v/89). Naturalmente la regina inglese non faceva nulla per nulla, per cui aveva concordato con don Antonio che in caso di vittoria “essa Regina fosse padrona delle fortezze et vi tenesse presidio Inglese. Che DonnAntonio gli pagasse 300 mila scudi lanno, et la navigatione libera et commune” (c. 490r/89). Maggiori dettagli dellaccordo si trovano in una corrispondenza da Roma del 26 agosto 1589[18].

Ai primi di luglio si scriveva dalla Spagna che don Antonio e il Drake erano sbarcati con 140 vascelli nel porto di Cais, 12 miglia da Lisbona, con 12 mila soldati e che gli schiavi neri si erano ribellati a favore di don Antonio (c. 424v/89). Dopo qualche giorno don Antonio riuscì ad occupare un sobborgo di Lisbona, quello di S. Antonio, con la complicità di alcuni sostenitori che avevano ammassato “molte armi, vettovaglie et danari in chiese e monasteri” (c. 427v/89). In realtà don Antonio si aspettava la sollevazione in massa della città, che però non avvenne, anzi il viceré di Portogallo, il cardinale Alberto dAustria[19] organizzò una strenua resistenza, tanto che vennero uccisi 1500 Inglesi dei 16 mila sbarcati (c. 436r/89). Quella tragica spedizione venne descritta lungamente e nei minimi particolari in un avviso che giunse a Roma da Lisbona in quel mese di luglio del 1589 (cc. 448r-450v/89). Ed con altri avvisi si scrisse del vanitoso modo di comportarsi di don Antonio, che si sentì re di Portogallo per qualche giorno: “Parlasi variamente delle cose di Portogallo, non essendoci lettere più fresche delle scritte con le precedenti, et il Governatore di Milano scrive che DonnAntonio, mentre fu nelli Borghi di Lisbona, fece come Re di Portogallo et pro tribunali sedente con la corona in testa, diversi decreti et speditioni, dando cariche, con promessa di ritornare li Portughesi in libertà... Alcuni dicono, che si trovasse in Cascais, et altri che havendovi lasciati 700 Inglesi fossero tagliati poi a pezzi da Spagnoli, non essendo il Drago stato mai di voluntà di sbarcare in Lisbona, overo Portogallo, per le difficoltà che si vedeva” (c. 452v/89).

Dopo la fuga e il ritorno inglorioso in Inghilterra di don Antonio e del Drake il re Filippo II usò la mano pesante contro i congiurati e in un avviso romano del 9 marzo 1589 leggiamo: “Di Portogallo scrivono essere seguita acerbissima giustitia di quelli che somministravano denari, et tenevano intelligenza con DonnAntonio, essendone stati alcuni squartati dalle galere, et altri da cavalli, et chi impiccati, et accoppati” (c. 111r/88). Fra i giustiziati ci furono anche molti religiosi che, da patrioti portoghesi, si erano schierati a favore di don Antonio, ed erano di coloro che gli avevano preparato armi dentro Lisbona: “Si mandarà qua [a Roma] per havere licenza di giustitiare molti Religiosi, tra quali Frati Domenichini scoperti fautori et intelligenti con DonnAntonio, per cui havevano radunato armi et monitioni nelli proprij monasterij” (c. 464vr/88).

Contemporaneamente al colpo di Stato portoghese don Antonio aveva tentato inutilmente anche di generare disordini nel sud della Spagna con lappoggio dei “Mori”: “Confermasi i rumori, occisioni, et giustitie seguite in Granada di quei Mori, che sedotti dalla sudetta perfida Regina et da DonnAntonio di Portogallo, havevano congiurato contra Spagnoli dellistessa maniera, che si è inteso de Portoghesi, con i quali i detti Mori tenevano intelligenza, et dalla scoperta congiunta di Portogallo si era venuto in cognitione di quella de Mori fuggiti in numero di 6 mila, de quali giornalmente andavano pigliandosi, et erano apiccati subito nel medesimo luogo, che si trovavano” (c. 162v/88).

La simpatia della Regina inglese verso don Antonio non venne meno, tanto che da Venezia il 3 dicembre 1588 si scriveva: “La Regina haveva creato Don Antonio di Portogallo Generale delli Vasselli, che faceva ponere allordine per mandarli verso le Indie” (c. 612r/88). Nello stesso giorno giungeva da Anversa un avviso analogo: “De commissione della Regina serano armati in quel porto 80 Vascelli in servitio di Don Antonio di Portogallo” (c. 638v/88). E scrive lOnorio che Elisabetta “tiene presso di se con honorata pensione Don Antonio di Portugallo, col mezzo del quale va guadagnando se non altro lanimo de Portughesi”[20].

Agli inizi di aprile del 1589, un anno dopo il disastro della Invincibile Armata, don Antonio accompagnò ancora una spedizione inglese presso le coste portoghesi, al comando ancora del Drake. La flotta della spedizione era composta in parte di navi della corona inglese, in parte di navi corsare in cerca di bottino, con laggiunta di alcune forze offerte dal re del Marocco, a sostegno delle mire di rivendicazione di Don Antonio: “Li Corsari Inglesi si trattenevano nello stretto di Ghibilterra con pensiero di dar per ostaggio un figlio di Don Antonio al Re di Fetz, il quale allincontro deve dare a questi Pirati 10 mila Cavalli di numero, che si fà conto congiunti che saranno questi Corsari con larmata del Drago haveranno facoltà di mettere in terra 20 m[ila Combattenti” (c. 206r/89); “A Dovre porto dInghilterra sera fatta la massa dellarmata di quella Regina, quale è di più di 200 vele, di quale era Generale il Drach, e sopra essa andava Don Antonio, per il che si tiene per certo, se nandrà alla volta di Portugallo” (c. 234v/89).

Don Antonio, con tutto lingenuo ardore tipico di un esiliato che spera sempre e che sogna impossibili rivincite, credette che la sua presenza davanti alle coste del Portogallo avrebbe provocato una rivolta generale contro Filippo II, ma in realtà non successe nulla e la spedizione si concluse con un totale fallimento.

Questo fu lultimo tentativo di una riconquista del Portogallo da parte di don Antonio. Da allora egli cadde in miseria e trascorse i suoi ultimi giorni a Parigi, ove morì nel 1595.

Sorge spontanea a questo punto una domanda: cosa pensava Sisto V di don Antonio di Portogallo e del suo mancato tentativo di rendere indipendente il Portogallo dalla Spagna?

In realtà negli avvisi non traspare alcun giudizio in merito, ma in una lettera del 30 settembre 1588 e indirizzata a Filippo II dallambasciato spagnolo a Roma, lOlivares, si accenna ad un ripetuto intervento del papa al re Filippo a favore di don Antonio: “Señor, un Cardenal me ha contado un largo coloquio que tubo con S. S... Esplicò en particular el haber embiado à decir à V. M. dos vezes por mi medio, y otars tantas, que D. Antonio por el suyo habia querido recobrar la gracia de V. M.” (“Sire, un cardinale mi ha raccontato di una lunga conversazione che ha avuto con Sua Santità... Ha detto in particolare che più volte, ed altre due per mezzo mio, ha chiesto a Vostra Maestà che Don Antonio era disposto a chiedere la grazia di Vostra Maestà, con il suo intervento”)[21]. Forse papa Sisto desiderava già, in prospettiva storica, lindipendenza del Portogallo, anche per ridimensionare la pericolosa e famelica grandezza della Spagna.

La Francia di Enrico III ed Enrico di Navarra durante il pontificato di Sisto V

Nella seconda metà del Cinquecento la Francia era alle prese con continue guerre civili, per motivi politici e di religione, su cui già tanto scrissero i contemporanei[22].

Dal 1575 la Francia era retta dal re Enrico III, figlio di Caterina de Medici e fratello del defunto re Carlo IX, che con la strage degli Ugonotti nella “notte di S. Bartolomeo” (compiuta nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572) aveva finito per screditare pesantemente la monarchia. Enrico era colto, molto religioso, ma non aveva figli. Fra i possibili eredi al trono vi era il parente maschio più prossimo, cioè Enrico di Navarra, che si era convertito al protestantesimo e guidava i protestanti di Francia di confessione calvinista, che si facevano chiamare “ugonotti”. Il re Enrico volle sempre e sinceramente fare da mediatore nel conflitto di religione cercando una possibile soluzione fra cattolici e ugonotti.

Questa in sintesi la situazione della Francia allinizio del pontificato di papa Sisto V e lo scontro religioso in Francia assorbì interamente le sue pur esuberanti energie[23].

Il primo atto di una certa gravità e peso politico verso la Francia, il papa lo fece a cinque mesi dalla sua elezione, quando fu costretto dalla Spagna a lanciare la scomunica al Navarra[24], anche se esitante e se “più tardi conobbe di aver commesso un errore”[25]. In questo modo il solco fra ugonotti e cattolici si allargò sempre più e il re Enrico vide infrangersi la sua politica di paciere del suo regno. Con questa scomunica il papa di fatto cancellava i diritti di successione del Navarra al trono di Francia, in quanto considerato “eretico”. Il fatto produsse grande impressione in tutta Europa, da una parte e dallaltra degli schieramenti opposti, mentre il Navarra rispose alla scomunica papale per bocca del giurista Pierre de lEstoile indirizzandogli una lettera con cui si rivolgeva al papa chiamandolo sprezzantemente “Monsieur Sixte soidisant pape” (Signor Sisto, sedicente papa) e a Leida (Olanda) fu dato alle stampe un duro e polemico libro a difesa del Navarra, dove si leggeva che papa Sisto era “arcieretico e anticristo”[26].

Fino al 1587 non si verificò alcuno screzio fra papa Sisto e il re Enrico (se si eccetta la sgarberia del re di non accettare il nuovo nunzio del papa, Fabio Mirto Frangiapani: c. 275r-v/85), anzi si legge in un avviso dellaprile 1587 la commozione di papa Sisto per questa amorevole amicizia: “Et sintende, che con molta dolcezza communicasse alli suoi intimi come sempre si sia deportato bene con Sua Beatitudine quella Maestà” (c. 142r/87).

Forte e decisa era anche la volontà del re Enrico di rimanere fervente cattolico e di non entrare nellorbita del protestantesimo. La regina Elisabetta, aveva più volte tentato Enrico con molte promesse di armi e di denaro a staccarsi dalla lega cattolica, ad accettare gli ugonotti, a farsi protestante e ad allearsi con lInghilterra nella lotta contro la Spagna, ma Enrico era stato sempre irremovibile. Si legge infatti negli avvisi del 1585: “Di Francia sintende, che la Regina dInghilterra havendo molto laccordo fatto con il Re Christianissimo, et Principi collegati, havea mandato a quella Maestà Ambasciatori pregandola, che volesse sopportare i luterani, et permetterli di vivere con libertà della loro coscienza, promettendoli daiutarla dhuomini darme, et di danari contra quei della lega, a che il Re non ha voluto consentire” (c. 406r/85); “La Regina de Inghilterra haveva mandato in Corte per intendere dal Re Christianissimo se si rendeva Capo della Lega [inglese]... et Sua Maestà haveva risposto, chessendo sua professione, et de suoi antecessori di vivere cattolicamente, non intendeva perciò di farle pregiuditio alcuno” (c. 492r/85).

Ma in Francia in quegli anni 1585-87 montò sempre più la contrapposizione fra i due schieramenti religiosi dei cattolici e degli ugonotti e si notava sempre più la debolezza e lincertezza del re sia in campo politico che religioso[27]. Il nuovo nunzio pontificio, Giovan Francesco Morosini scriveva che “lodio dei popoli è grande contro il governo”[28].

Fu allora che nel 1587, vista lincertezza del re, nacque a Parigi, e subito divenne forte, la lega dei cattolici francesi, unalleanza costituita da nobili, commercianti e religiosi che erano decisi a non scendere a patti con gli ugonotti e a non far assolutamente salire sul trono di Francia un protestante[29]. Era capeggiata dalla potente famiglia dei Guisa ed aveva un alleato prezioso in Filippo II, sempre pronto a contrastare la vicina-nemica Francia, dal momento che tutti sapevano che “queste due nationi sono rivali et odiose insieme per ogni tempo” (c. 47v/90). Naturalmente lamicizia di Filippo con la lega francese e con i Guisa non era proprio del tutto disinteressata, perché in caso di una vittoria dei Guisa sul re di Francia e sul Navarra, il re spagnolo sperava come contropartita di annettersi qualche pezzo di Francia[30].

Ben presto la lega si diffuse in molte città francesi e, forti della scomunica al Navarra, i Guisa e la lega cercarono di controllare a loro favore il potere regio, proponendo al re Enrico di aderire alla lega e di stipulare un accordo molto favorevole ai cattolici: “Che siano revocate tutte le concessioni fatte dal Re alli Ugonotti. Che tutti li Ministri Predicanti altra Religione che la Cattolica debbano sgombrar subito dal Regno. Che quelli che non vorano vivere cattolicamente vadino via con li suoi mobili, altrimenti se gli habbi a proceder contra come heretici per la Santa Inquisitione et come ribelle del Re con le armi in mano. Che restino in posto del Duca di Ghisa una Piazza chiamata Verdun et unaltra Digiun, et in potter del Duca dUmena suo fratello poste in Borgogna, Normandia et Ciampagna” (c. 355v/86). Inizialmente il re Enrico dovette accettare la lega, ma quando alla fine di giugno dell87 il duca di Guisa iniziò a conquistare alcune città il re cominciò a preoccuparsi della sua capitale e ad ammassare a Parigi diverse truppe straniere, soprattutto provenienti dalla Svizzera. Ciò diede occasione a molti “rumori” fra il popolo: “Qui corre voce che in Francia siano grandissimi rumori, chel Re si sia dechiarato non di Ghisa, et habbia nominato suoi successori nella corona o Navarra o Condè, et che per questo Monsignor di Ghisa shabbia impatronito della Città di Cambrai, et gli soldati di quel pressidio habbino poi occupato la fortezza di Sciatelet presso Ghisa, che haveva pagato le sue genti con scudi di Spagna, dicendosi ancora chel Conte Carlo di Mansfelt sia per passare in Francia con le sue genti spagnuole in aiuto dessi Ghisa, gli quali habbino pensiero di dechiarar un altro Re” (c. 208r/87). Si era ormai allo scontro aperto fra il re e i Guisa e le due parti si avvicinavano a potenze contrapposte: il re allInghilterra e i Guisa alla Spagna.

Nel frattempo papa Sisto, che era ancora molto vicino al re Enrico III, indisse il 28 ottobre 1587 un giubileo straordinario per una settimana (poi prolungato per unaltra settimana per il gran concorso di gente) per pregare per la situazione di Francia: “Nel Concistoro... il Pontefice essortò con bellissimo sermone il Collegio a pregare Iddio per il felice successo delle cose di Francia, per le quali darebbe fuori un Giubileo amplissimo, simile a quello dellanno santo, per tutti quelli delluno et dellaltro sesso che nelli giorni deputati visitaranno le Chiese della Trinità, di San Luigi et di Santa Pudentiana, faranno elemosine et pregaranno per lestirpatione delle heresie et vittoria del Christianissimo contra i Luterani nelle presenti turbulenze di Francia” (c. 458r/87)[31].

A gennaio 1588 il distacco affettivo ed effettivo fra il re e i Ghisa si fece sempre più profondo. Il re si avvicinava sempre più al Navarra, e al 30 aprile 1588 si legge: “Di Francia chel Re Christianissimo inclinava alla pace con Navarra” (c. 191vr/88).

Nel frattempo un identico distacco si era creato fra il re e il popolo parigino. Al 4 maggio 1588 si scrive: “Si dice ancora che i Parigini vogliano che il Re riduchi le cose del Governo a gli ordini antichi, restituendo la loro autorità ai Magistrati. Che vuole che si levi di torno i Mignoni, massime Pernon[32]. Et che dadesso dichiari il suo sucessore” (c. 200r/88).

A maggio 1588 il popolo parigino si sollevò contro il re, innalzando barricate, inneggiando alla lega cattolica e al duca Enrico di Guisa come “colonna della Chiesa”. Il re cercò di far intervenire i suoi Svizzeri ma ormai Parigi era sollevata e la fuga del re a Chartres fu lunica soluzione. Il duca di Guisa invece era con il popolo in città.

Questo momento critico è raccontato in una lettera da Parigi del 15 maggio: “Essendo il popolo così in arme con grandissimo tumulto furono tirate tutte le catene che sono a cantoni delle strade, et insieme chiusi con botti, pietre, carri et travi et con altre materie, in maniera che tutta la città di dentro fu fortificata in poco spacio di tempo... Questi della città, hoggi che sono li 15, si sono impatroniti dellArsenale et della Bastiglia... Il Re più segretamente che poté montò in carozza accompagnato da pochi et se nè ito a Sciarters, minacciando questo popolo dogni crudele vendetta... Al signor Duca di Guisa ricorrevano tutti i capi della Città come a suo liberatore” (cc. 238r-241r/88).

Inizialmente il popolo parigino chiese al re di tornare a Parigi, ma egli sdegnato rimase a Chartres: “Di Francia con lultime sintende, chel Parlamento et Città di Parigi havevano mandato dui Presidenti et 6 Consiglieri con alcuni di quei suoi domestici Penitenti al Re, il quale si trovava tuttavia a Ciattres, supplicando Sua Maestà a volere ritornare in Parigi, chiedendole perdono in quel che havessero fallito. Il Re haveva risposto di non volervi tornare, ma passarsene a Bles per consultare ivi quid agendum con molti Principi, et nobiltà corsa in aiuto del loro Re” (c. 206r/88).

La notizia della rivolta di Parigi e della fuga del re fece subito il giro dEuropa, attraverso gli avvisi che trovavano i motivi della rivolta nelle tasse fatte riscuotere dal re dai soldati svizzeri, oltre che nella sua neghittosa incertezza nella guerra contro gli ugonotti.

L11 giugno 1588 circolò a Venezia una lettera inviata al re Enrico dal duca di Guisa, che giustificava il suo comportamento: “Si vede qua un discorso et una lettera piena di humiltà et riverenza, scritta dal Duca di Ghisa al Re Christianissimo, ove fa manifesta dichiaratione di essere fidato suddito et buon servitore di Sua Maestà et che la sua intentione non fu mai di cagionare novità alcuna in quel Regno, ma solamente di muover larmi contra li communi nimici di Santa Chiesa et di Sua Maestà (c. 260v/88).

Papa Sisto non volle intervenire subito in questa situazione ma ne fu addoloratissimo perché intuiva quale solco profondo e insanabile si era aperto fra il re e la parte cattolica. Da una parte esortò vivamente il duca di Guisa a sottomettersi al re, e dallaltra allambasciatore francese, il cardinale Rambuglietto[33], che chiedeva un intervento in merito, il papa rispose negativamente, facendo capire chiaramente che il tutto era stato causato dalla indecisione del re nello schierarsi apertamente nella guerra agli Ugonotti: “Fece instanza lAmbasciatore di Francia al Papa ultimamente che Sua Beatitudine volesse mandare al Christianissimo un Prelato o altro Signore a consolare Sua Maestà in questi frangenti, et ad offerirle laiuto della Sede Apostolica, et perché il Pontefice rispose, che non gli pareva necessario, essendoci buona speranza di accordo, et che il Re doveva una volta risolversi ad estirpare gli Ugonotti del suo Regno cagione di tante rovine et guerre continue” (c. 270r/88).

A metà giugno 1588 sembrava che fosse vicino un accordo fra il re, i parigini rivoltosi e i Guisa. Addirittura il re inviò dei “capitoli” al parlamento parigino, dicendo di voler dimenticare “tutte le cose passate et abbracciare li Prencipi Cattolici et continuare nella buona volontà che ha prestato sempre alla sua Città di Parigi, pur che gli habitanti dessa si riconoschino et si portino come devono verso il suo Re” (c. 284v/88). Ma alla fine di giugno lo scontro fra re e “i rebellati si fece sempre più evidente e ogni parte cominciò a prepararsi al peggio, occupando città e cercando danari per formare eserciti, tanto che “le cose si vedevano più intricate che mai” (c. 288r/88).

Tale situazione di contrapposizione fra lega e re si prolungò per tutto il secondo semestre del 1588, fra scontri e tentativi di riconciliazione. Infatti il 6 luglio 1588 si lesse che fra le due parti non poteva mai più esserci accordo e che ormai la guerra civile era sicura: “Non vi si vede altro termine di concordia, se non che in Fanti, per lo più si governano a caso, et non con raggione. Perché nel resto, ogniuno delle parti sarma et sostina” (c. 287v/88), ma si lesse anche che il 31 luglio vi era stato un incontro commovente fra il re Enrico e il duca di Guisa, alla presenza della “regina madre” Caterina de Medici: “Lultimo di luglio giunsero a Chartres la Regina madre et con lei li Cardinali scritti [di Borbone et di Vandome] et il signor Duca di Guisa... Il Re incontrò nella sala la Regina madre, et dopo haverle fatto quello honore che conveniva, abbracciò li Cardinali strettamente, et dopo questi il signor Duca di Guisa, il quale con humilissima riverenza sinchinò a Sua Maestà con ginocchio fin in terra, onde la Maestà Sua lo sollevò et abbracciò due volte molto teneramente per quanto si vidde. Sua Eccellenza con molta sommissione servì la Maestà Sua alla cena, et le diede la salvietta, trattenendola mentre cenava, et dopo cena ancora stette discorrendo con Sua Maestà sino allhora di ritirarsi, et dallhora in poi la Maestà Sua gli ha fatta così buona ciera, che non havrebbe Sua Eccellenza saputo desiderarla maggiore” (c. 429r/88). Addirittura al 18 agosto si scrive da Parigi: “Il Duca di Ghisa, favoritissimo del Re et come padrone, è fatto Generale de gli esserciti tutti, et ne ha prestato giuramento di fedeltà” (c. 444v/88).

Al 5 novembre regnava una certa calma e addirittura il duca di Ghisa si trovava a corte a Rouen, completamente a suo agio. Il re lo aveva nominato generale di tutto lesercito, tanto che il Navarra “detestava la partialità di Sua Maestà troppo dependente da Ghisi suoi nemici” (c. 572v/88).

Il dramma scoppiò a dicembre, due giorni prima di Natale, nel castello di Blois, dove il re era andato per lassemblea degli Stati generali: il 23 dicembre 1588 il re ordinò luccisione del duca Enrico di Ghisa e il 24 di suo fratello, il cardinale Luigi di Ghisa. Egli stesso fu presente ai due fatti e diresse personalmente le due uccisioni, eseguite dalla sua fedelissima guardia.

La sconvolgente ed inattesa notizia dei due omicidi giunge a Roma (e nel resto dEuropa) solo ai primi di gennaio dellanno nuovo. Questo lAvviso di Roma del 7 gennaio 1589: “Mercore su le 22 hore giunse qua corriero da Bles al Cardinale di Gioiosa dal suo Re... circa il fatto che la matina del venere, antivigilia di Natale, il Re mandò a chiamare per il secretario Rivol il Duca di Ghisa, che era in Consiglio. Il quale inarrivando in un corritoro serrato vicino alle stanze regie trovò otto huomini armati, che erano della guardia delli 45 gentilhuomini di Guascogna et Linguadoca eretta già da esso Ghisa et Pernon, che hanno 100 scudi per uno al mese di provisione, i quali a pugnalate luccisero, presente Sua Maestà, la quale gli rimproverò prima linfedeltà usata più volte al suo Re, et il Duca dicono rispondesse “Per li miei peccati” senza possere far diffesa. Al medesimo tempo come una cosa pensata un pezzo prima fu trangolato il Cardinale di Ghisa dal carnefice, per non havere gli arcieri del Re o altri voluto ucciderlo per essere prete... Fatto ciò il Re andò a darne parte alla Regina madre, che si trovava in letto inferma, restata attonita a tale annuntio, soggiungendoli “Hora conosco che sono Re, et uscito di paggio”. Dindi a poco Sua° Maestà uscì in publico a messa con il medesimo silentio et quiete come se non fosse successo novità veruna, dicendosi che appresso Sua Maestà darà fuori un manifesto delle cause che lhanno mossa a far questo” (c. 6r/89).

Il Pastor aggiunge che quando il re portò la notizia dellassassinio alla regina madre, Caterina de Medici, dicendo che Guisa era morto e che finalmente era lui il re di Francia, la madre gli rispose: “Tu hai rovinato il regno!”[34].

Il papa venne informato dellaccaduto dallambasciatore francese, il cardinal Rambuglietto, nei primissimi giorni dellanno: “LAmbasciatore Christianissimo hiermatina fu dal Papa a dimandare per parte del suo Re lassolutione di questo homicidio, ma da Sua Santità che ha mostrato grandissimo cordoglio et passione della morte del Cardinale, rispose che di questo fatto voleva consultare bene con una Congregatione de Cardinali. Concludendosi che questo fatto sia per partorire strane cose” (c. 6v/89). Ma giunse al papa anche una dura e commovente lettera del fratello dei due uccisi, Carlo di Guisa o di Lorena, duca di Mayenne (Umena), scritta direttamente al papa da Parigi lultimo di dicembre 1588: “Beatissimo Padre. Lhomicidio crudelmente commesso nella persona del morto Signor Duca di Guisa, mi fà scrivere questa a Vostra Santità per supplicarla humilissimamente di considerare, come con sinistri et abominevoli mezi, si cerca di ruinare li più zelanti figlioli della Chiesa di Dio, et li più intieri protettori della religion Catolica... Et perché la più pungente ingiuria è stata commessa contro la casa nostra, alla quale Vostra Santità ha per il passato fatto questo honore di dimostrare la sua dilettione et ricognoscerla particolarmente come quella, nella quale non nacque mai niuno che non sia stato delli più intieri et zelanti figlioli della Chiesa, senza mai mutare dun puntino solo, massime che non si trova quasi niuno delli nostri antecessori il qual, doppo lintroduttione di questa nuova eresia, non sia morto per estirparla... Vostra Santità non permetta che al tempo del suo Pontificato la persecutione di più zelanti cattolici cominci ad haver credito et auttorità della giustitia o delli giustitieri di questo regno di Francia, detto Christianissimo... Da Parigi lultimo di Decembre 1588. Della Vostra Santità humilissimo et obedientissimo Servitore. Carlo di Lorena Duca da Aumala.[35]

Anche re Enrico volle dare la sua versione dellomicidio da lui compiuto e lo fece con un “manifesto” per esprimere davanti al mondo le ragioni e le cause che lo avevano indotto a tale gesto. Il “manifesto” non ha una data precisa, ma certamente fu stilato nei primissimi giorni dopo il fatto: “Le prime mosse del Duca di Ghisa in questo Regno lanno scorso hanno assai chiaramente fatto conoscere in sin altra intentione che quella del suo pretesto, perché havendo lui coperto il suo tristo disegno sotto pretesto di Religion Cattolica et estirpatione delle eresie, tutte le sue imprese sariano state seguite nelle Città Cattoliche delle meglio che ha posuto impatronirsi, per cominciare a mettere buoni fondamenti alli disegni suoi già longho tempo, tirati alla usurpatione di questa Corona... La presa et il caso di Parigi è stato poi il complimento del male et pur Sua Maestà volendo non ostante questo evitare ogni ocasione di guerra fra li suoi Cattolici haveva estinto ancora questo fallo con secondo editto, pensando dover adolcire la durezza del cuore di esso Duca con tante gratie e favori concessoli, quanti mostrava dessiderare, ma la sua ambitione havendo più alti disegni che di volere dipendere daltri in loco di riconoscere li oblighi che haveva al Re et convertirli in farvene servitio lui se ne serviva in fortezza a nuove machinationi et imprese... Ha usato il Re tutta la patienza et prudenza che ha potuto... Sua Maestà è stata sforzata di far perdere la vita a esso Duca di Ghisa, come seguì alli 23 di Decembre anno presente 1588... Volendo Sua Maestà... di non più sopportare li dispretij della sua hautorità, ma farne fare così severo castigo verso quelli che mettono in obblivione il debito loro verso lei, che ognaltro ne prenderà esempio”[36].

Altri raccapriccianti particolari dei due omicidi giunsero ai primi di febbraio 1589: “Raccontano questi Franzesi, che quando il Re volse far morire il Cardinale di Ghisa non trovasse altro per questo effetto chel Capitan Griglione, et egli radunato alcuni con promessa dal Re di 300 scudi per uno lo fece ammazzare, chiamando il Cardinale, il quale come sentì chiamarsi fu presago di dover morire, et giunto in cima ad una lumaca in vedere li sicarij, alzato le mani al cielo, et invocato laiuto divino, si coperse gli occhi con le mani quietamente mentre lo ferivano. Et aggiungono chel Re dopo haver tenuti li corpi delli Germani Ghisi tre dì insepolti, li fece fare a bramo a bramo et ardere nella propria cucina” (c. 72r/89).

Dopo questo fatto ancor più si contrapposero i due schieramenti: a favore del re o a favore di Guisa, naturalmente con motivazioni diverse. Illuminante lAvviso romano dell11 gennaio 1598: “Gli adherenti della corona di Francia defendono questo atto, dicendo chel Duca di Ghisa era un seditioso, causa della sollevatione di Parigi, pensionario di Spagna, con cui tenesse continua intelligenza, che havesse trattato di uccidere il Re la Vigilia di Natale, et finalmente incorso con li Collegati in crimen lesae Maiestatis, per le qual cose habbia meritata la morte... Allincontro quelli della lega dicono che la casa Ghisa, cattolichissima per ogni tempo, habbia in tutte le guerre passate aiutato col sangue, con denari et genti in gran numero la corona di Francia, quando che non restava al Re alcun riparo o remedio, et mantenutolo in Stato contra gli Ugonotti et forze straniere” (c. 15r/89).

Sembrava quasi che Sisto V si aspettasse una tragedia del genere. Comunque era normale che “ardesse di sdegno” al sentire la notizia, soprattutto per la uccisione a sangue freddo del cardinale, una persona ecclesiastica di alto rango che faceva parte del “senato” del papa, la cui morte era inconcepibile da parte di un re “cristianissimo”, e contraria al diritto canonico e civile, “come se nel mondo non ci fusse il Papa Vicario di Cristo né nissuna autorità della Santa Apostolica Sede” (c. 20r/89). E per il papa era ancora più assurdo tale gesto, dal momento che lo stesso re aveva chiesto, pochi giorni prima della strage, di far cardinale larcivescovo di Lione (ora prigioniero del re) e di nominare legato pontificio ad Avignone lucciso cardinale di Guisa.

E il papa si sfogò con i cardinali nel primo concistoro del 1589, il 9 gennaio. Ci è pervenuto il lungo testo, pronunciato in latino davanti al collegio cardinalizio. Fu un discorso di una persona fortemente addolorata, perché un membro proprio di quel collegio era stato barbaramente eliminato (“Infandum dolorem explicare cogimur, et vere hodie infandum tum quia nec eum fari, vel exprimere possimus, tum quia propter infandum et inauditum scoelus, et sacrilegium illum conceperimus. Occisus est Cardinalis Guisius, occisus est Presbyter Cardinalis, qui erat Archiepiscopus Remensis”), con accenti accorati, drammatici e fortemente polemici per un omicidio perpetrato senza un giudizio (“occisus est, non judicatus aut damnatus praecepto legis”), senza minimamente interpellare il papa o il suo legato Morosini a Parigi (“Non poterat illum interim detineri et custodiri facere et deinde nobis scribere et scire quid desuper agendum esset, et espectare mandatum nostrum, vel si nolebat expectare nonne poterat consulere Cardinalem Morosinum Legatun nostrum?”) e senza tener conto della dignità dei due uccisi (“occisus est tanquam vilis, aut plebeius quispiam nulla juris, nulla gradus aut Pontificalis ordinis, nulla dignitatis aut Cardinalatus habita ratione”) e con strafottenza del potere laicale (“Ille Cardinalis atrociter occisus est potentia laicali, nulla Sedis Apostolicae aucoritate aut permissione”). Il discorso fece anche riferimenti storici, con esempi delluccisione di Thomas Becket da parte del re inglese Enrico VIII e del duro scontro fra limperatore Teodosio e SantAmbrogio. Il papa concluse che ora egli avrebbe agito secondo giustizia (“Nos igitur faciemus iustitiam, et quod Deo placuerit, et quod iustum fuerit.”)[37].

E durante quello stesso concistoro il papa fu aspro con il cardinale francese Gioiosa che voleva parlare a difesa del suo re. Così si legge nellavviso dell11 gennaio 1589: “Né permise Sua Santità al Cardinale di Gioiosa che parlasse, dicendoli allaprire la bocca con sdegno: Osi parlare?, et Sua Beatitudine soggiunse altre parole piene di santo zelo, et religione pronuntiate da Sua Santità, sempre con pianto, et amaritudine, ordinando perciò ad essi Cardinali che havessero consideratione sopra questo caso per pigliare poi li voti loro, et che in tanto Sua Santità deputaria una congregatione de Cardinali per vedere che cosa si dovesse fare et sono Santa Severina, Santiquattro, Lancillotto, Pinelli et Mattei, quali si radunaro hiersera avanti Sua Beatitudine ma non si sa fin qui la risolutione, benché dicono fosse trattato della penitenza salutare da darsi al Re per questi eccessi, dicendo Sua Santità che 15 dì sono hebbe una lettera da quella Maestà suppplicando che volesse creare Cardinali lArcivescovo di Lione, et fare legato dAvignone il Cardinale di Ghisa, et hora soggiunge il Papa, “Povero, et moschino Cardinale. Che peccato può haver fatto in sì poco tempo?”, dolendosi parimente di alcuni Cardinali che nella audienza privata hanno cercato di scusare il Re” (c. 17r/89)[38].

Subito dopo luccisione dei fratelli Guisa giunsero a Roma ambasciatori delle due parti avverse: da una parte quelli della lega, sostenuti dalla università parigina della Sorbona e dal parlamento di Parigi, che chiedevano di scomunicare il re Enrico e sciogliere il popolo di Francia dallobbligo di fedeltà al suo re, “perché Dio non lasci impunito il sangue innocente, si come non doverà tollerarlo il suo Vicario in terra” (c. 81v/89); dallaltra i partigiani del re, che lo difendevano davanti al papa e chiedevano di comprendere che quelluccisione rientrava in una motivazione politica e di perdonarlo, accettando anche una debita penitenza (“Monsignor Rambuglietto mandato dal Re di Francia per dar conto a Sua Santità delle cause che hanno mosso Sua Maestà a dar la morte al Duca di Ghisa et Cardinal di Ghisa domenica fu la prima volta allaudienza havendo portato il processo formato per parte del Re” c. 124r/89).

Il papa però, pur così duro e deciso per quanto riguardava il grave misfatto delluccisione di un cardinale, fu più cauto nello scomunicare il re, come desiderava la Spagna (che non vedeva lora di intervenire in Francia con le armi), e “tenne la bilancia” (c. 22r/89) in attesa degli eventi in Francia: “Sua Santità, prudentissima, non si dichiara, forse per accostarsi dalla parte che vincerà” (c. 80r/89). Più tardi addirittura i Ghisardi avranno a dire che “la flemma et irresolutione del Papa in questo negotio tanto dubioso fa stare gli animi de tutti timidi et perplessi” (c. 241v/89), anche se alcuni giustificavano la titubanza del papa, “attribuendosi a gran prudenza di Sua Beatitudine la sodezza, che ella mostra in questi frangenti” (c. 209v/89).

Ormai in Francia era scoppiata la una guerra civile e il paese era entrato in una grossa crisi politica, economica e sociale: “Ogni giorno si sentono assasinamenti di strade, che ormai non si può più caminare per la Francia” (c. 236r/89). Il duca dUmena (Charles de Lorraine, duc de Mayenne), fratello dei due Guisa uccisi, venne dichiarato capo della lega.

A gennaio 1589 molte città, sullesempio di Parigi, cominciarono a ribellarsi al re Enrico III (che si era ritirato a Blois, nella regione della Loira): “Vienne, Molins, Grenoble, Burges, La Chiarité, et Nivers si erano sollevate contra il Re, in modo che secondo il conto non si teneva per Sua Maestà se non unottavo della Francia” (c. 163r/89). “Non bisogna più contare per due o tre Terre, che tutte le Principali di questo Regno vi sono, Parigi et tutto quello, che è compreso nellIsola di Francia, la Normandia intiera, chè delle più Grandi, et Opulenti Provincie, Orleans, Bourges, et tutta la Provincia di Berry, la Borgogna, la Campagna eccetto due Terre, Cialon, et Langres, Lione et tutto il Governo de Lionesi et Briancose

, la Picardia, la più Parte dellAlvernia, et Borbonese, la Provenza quasi tutta, et la Brettagna, Poitiers, Limoges et Aniongie nella linguadoch la Città di Tolosa” (c. 167v/89). Si arrivò addirittura a volerlo deporre dal trono e a incarcerarlo a vita: “Sua Maestà dal Parlamento di Parigi era stata dichiarata priva della corona senza possere mai più reassumere titolo di Re, et che venendo presa sia condennata à finire sua vita fra 4 muri” (c. 173r/89).

A febbraio 1589 continuarono a giungere al papa sia lettere che personaggi delle fazioni contrapposte: ognuna perorava le rispettive ragioni: il re Enrico mandò a Roma il cardinal Rambuglietto (Charles dAngennes de Rambouillet), vescovo di Le Mans, i l quale non solo presentò una documentazione processuale contro i fratelli Guisa, ma disse anche che il suo Re poteva sì essere rimproverato, ma non scomunicato per la morte del cardinale, in virtù di un breve inviatogli nel 1585 dallo stesso papa Sisto, in cui gli concedeva di potersi confessari di ogni peccato con un suo confessore a scelta, anche della uccisione di persone religiose: “Sabbato lArcivescovo Rambuglietto fu introdotto alli piedi di Nostro Signore dalli ministri qua del Re di Francia presentando lettere credentiali di Sua Maestà, in cui nome espose in voce le giuste cause che havevano mosso quella corona a far morire il Duca et Cardinale di Ghisa... Il Papa a queste ragioni si mostrò alquanto intepidita” (c. 116r/89).

Ma papa Sisto ebbe qualcosa da dire anche ai Parigini ribelli; “Si dice chel Papa rispondesse allAmbasciator de Parigini che per la morte data dal Re al Cardinale di Ghisa toccava alla Sede Apostolica di farne risentimento et non a loro” (c. 111r-v/89).

Anche nei confronti del suo nunzio in Francia, il cardinale Giovanni Francesco Morosini, il papa non fu tenero, rimproverandogli di non aver fatto abbastanza per opporsi alla uccisione del cardinale di Guisa: “Lo sdegno del Papa contra il Moresini, è particolarmente perché essendo occorso tempo in mezzo di 24 hore dalla cattura del Cardinal di Ghisa alla morte, non movesse pur parola, nonché interporsi in protesti, e finalmente partito di Corte, lasciando il suo carico” (c. 31r/89).

Ai primi di aprile il re Enrico cominciò ad accostarsi al Navarra, che prima era suo nemico; chiaramente lo fece per ragioni politiche e per rafforzare il suo esercito contro i ribelli: “Parendo che sia lecito in materia di Stato di servirsi dognuno, per non perdere il suo, et per haver tanto più il modo di gastigare i Ribelli” (c. 190v/89).

E il Navarra? A gennaio 1589, dopo luccisione dei fratelli Guisa, il Navarra, per soli fini politici, si era schierato con il re Enrico. Questo improvviso voltafaccia gli serviva per ribadire la sua successione al trono in caso (come in effetti avverrà) di morte di re Enrico. I suoi scritti in favore del re e contro la lega sapevano, come scrive un Avviso, di falsa umiltà: “Il medesimo Re di Navarra haveva mandato lettere in istampa a tutte le Provincie et Stati della Francia, esponendo come tutti li sudditi, et vassalli devono essere fedeli al Re et Signore loro, et non allontanarsi dallobedienza debita, et esso Navarra come Principe primo del sangue, et successore alla corona di Francia in caso di morte del moderno Re Henrico di Valois, che Iddio lo preserbi lungamente, fa sapere loro, che in ogni caso di sua successione, tenerà conto particolare di tutti quelli, che saranno stati fedeli alla corona, et aiutato, et favorito Sua Maestà” (c. 242r/89).

Finalmente la bolla di scomunica (sotto forma di “monitorio”)[1], tanto richiesta dalla lega e dalla Spagna per il re Enrico omicida di un principe e di un cardinale, fu inviato da Roma il 12 maggio 1589 e affisso per Roma il 24 di quel mese: “Con una Bolla Monitoriale del Papa affissa questa mattina mercore nella Porta delle Basiliche Vaticana, et Lateranense, et del Banco de Cursori, che comincia “Sixtus Papa quintus ad perpetuam rei memoriam”, et che si dice uscirà in istampa dentro questa settimana, Sua Beatitudine monisce, et inhibisce il Re di Francia a rilasciare il Cardinale Borbone et lArcivescovo di Lione fra 10 giorni, et a mandare qua instrumento autentico fra 30 dì della vera liberatione loro, altrimenti passato questo termine, et non obedendo sintenda Sua Maestà scommunicata di scommunica maggiore con tutti i detentori di questi prigioni Ecclesiastici da non possere essere assoluti da altri, che da Sua Beatitudine istessa fuorché in articolo di morte. Nella medesima Bolla inhibisce sotto le istesse pene al medesimo Re di comparire qua fra 60 giorni personalmente o per Procuratorem per la morte data al Cardinal di Ghisa, et tutti gli altri partecipi in qual si voglia modo consultori, et essecutori nella detta morte a comparire qua personalmente” (c. 324r/89).

Al primo concistoro che seguì, il papa spiegò ai cardinali che tale estremo gesto era stato compiuto con vera sofferenza, dopo lunga riflessione e per puro dovere pastorale: “Nel concistoro di questa matina Nostro Signore ha dato conto ai Cardinali della sopranominata essecutione contra al Re di Francia, dicendo esservi stata tirata per debito del suo officio con molto dispiacere di Sua Santità et carico pastorale, et che haveva proceduto et era per procedere con quella corona con la maggior benignità che haveva potuto, amando Sua Maestà tenerissimamente et come proprio figliolo” (c. 324r/89).

Dopo la bolla di scomunica iniziò la fuga da Roma degli amici del re, a cominciare dal cardinale di Gioiosa e dal nuovo ambasciatore francese Sanguart, questultimo “insalutato hospite senza pigliar licenza dal Papa”. Si scrive infatti da Genova: “Di Roma si aspettano il Cardinal di Gioiosa et lAmbasciatore Sanguart con tutti li Francesi affetionati al Re per starsene sin tanto che haveranno nuovo ordine da Sua Maestà Christianissima” (c. 351v/89)[2].

Davanti al monitorio di scomunica il re Enrico cominciò a cedere. Certamente la massima censura ecclesiastica faceva paura e si cominciava a dire in giro che voleva accondiscendere alla volontà del papa, andando di persona a Roma entro un anno per discolparsi. A luglio del 1589 il re cominciò sotto banco (tramite ambasciatori e segretari) a tessere un paziente lavoro di diplomazia per uscire dalla sua mortificante situazione e a coinvolgere il Papa in una azione di ricucitura: “Nostro Signore oltre alle lettere havute dal Re di Francia di proprio pugno per mezzo del Gran Duca, con le quali si humilia a Sua Beatitudine, offerendo di obedire al monitorio, et ad ogni altro ordine di Sua Santità... la quale porge hora orecchio ad interporsi per laccordo, dicendo, che quella corona è venuta a Capitolo, et humiliatasi a questa Santa Sede” (c. 460v/89).

È a questo punto che avvenne luccisione del Re Enrico III, pugnalato il 2 agosto 1589 dal frate domenicano Jacques Clément.

In realtà nellambiente cattolico la vendetta sul re era già nellaria da diversi mesi, subito dopo luccisione dei due fratelli Guisa. Si legge infatti in diversi avvisi arrivati a Roma dalla Francia nei mesi di aprile e giugno 1589 che il clero e i religiosi di Francia erano diventati suoi acerrimi oppositori (“esclamando tuttavia contra al Re li Religiosi fino nelli pulpiti, et prediche loro”, c. 242v/89)[3] e che già alcuni della lega avevano tentato di uccidere il re: “Unaltra impresa sè scoperta contra la persona del Re, della quale due Giesuiti sono capi, per quanto si dice” (c. 368r/89); “Il Re ha fatto mettere prigione un soldato, che con una pistola lo voleva amazzare dentro al suo Gabinetto, fingendo di volerli parlare secretamente di cosa di grandissima importanza” (c. 419r/89); “Si dice esser aviso di Sedan che il Re di Franza habbia fatto squartare vivo di 4 cavalli un gentilhuomo della corte di sua Maestà, che per instruttione di un frate Zoccolante dovea amazzarlo” (c. 432v/89); “Sintende che in Corte Christianissima sera scoperta una congiura di 31 Gentilhomini di essa Corte che volevano amazzare il Re, uno de quali era stato preso” (c. 436r/89).

La morte di Enrico III fu conosciuta a Roma come sicura solo con lAvviso del 19 agosto e lestensore della notizia non nascose la sua sorpresa per questa comunicazione venuta non direttamente da Parigi, ma attraverso altri canali: “Un corriero venuto hiersera di Spagna ha portato lettere di Lione delli 12 di questo con aviso, che in quella Città erano giunti 50 messaggieri da diverse parti, che confermano la morte del Re di Francia ucciso da uno vestito da Frate, il quale poi era stato ammazzato dalla guardia di Sua Maestà, et in Parigi (dove si stava con molta allegrezza) si erano fatte lessequie per detto Frate” (c. 540r-v/89). A Venezia la notizia arrivò dalla Savoia il 26 agosto, ma anche qui unita ad altre notizie false, come quella che il frate aveva ucciso il re “finita la messa nel volerli dare lacqua santa”. Vi fu unenorme confusione a seguito delle notizie più disparate e cervellotiche (si disse anche che il frate uccisore fosse “romagnolo”, c. 558v). Solo al primo di settembre si scrisse ormai con certezza: “Hora non è chi dubita più della morte del Re di Francia” (c. 568r/89). Era già passato un mese dal fatto!

Fra tutte le versioni della tragica morte di re Enrico che circolavano per lEuropa la migliore sembra quella dellavviso di Roma del 23 agosto 1589: “Tutti confermano che un Frate chiamato Jaches Clementino della città di Sans in Borgogna dellordine di San Domenico, giovene di 20 anni, havendo una notte havuto inspiratione di andare ad uccidere il Re di Francia che si trovava in San Clù presso San Germano, conferì questa sua vocatione, più tosto che inspiratione, con certezza di dovervi rimanere ucciso ancor lui, et per questo guadagnare il Regno del Cielo, allAbbate suo superiore, il quale gli disse che reputava tal visione opera diabolica, et che perciò digiunasse in pane et in acqua otto giorni, come fece, et ritornato allAnnate con narrargli che maggiormente reinvigoriva questa vocatione, fu posto in libertà dopo udita la messa di esseguire la sua intentione, et con una lettera et passaporto del Conte di Briemma, prigione in Parigi et cognato del Duca di Pernon, havuta per mezzo del Duca di Umena, andò a trovare il Re, il quale lo ringratiò della sua ambasciaria et daltri particolari scrittili dal Conte, et soggiungendo il frate che haveva ancora altre cose da dirgli in secreto, Sua Maestà si retirò seco in un gabinetto, et fingendo il Padre di cavarsi una lettera della manica stanca, ne trasse un coltello avelenato fatto il dì avanti in Parigi, nascondendoglielo tutto nella pancia, et gridando il Re ‘A Traditore, si trasse il coltello con le proprie mani facendosi maggior ferita, et lanciandosi col medesimo ferro sopra al Frate, al quale il Capitano della Bastia, che è quello che ammazzò il Duca di Ghisa, corso al rumore diede una coltellata in testa, et il Padre, alzate le mani al cielo, rese gratie a Dio che fosse stato essaudito di havere a finire sua vita senza molti stratij, et così fu subito crudelmente sbranato et squartato. Il Re in tanto affacciatosi ad una fenestra disse ad alta voce che la sua ferita non era di consideratione et fatti venire li Medici, et resi dui servitiali, fu tosto certificato che era mortale, onde fatto venire a se il Re di Navarra, et chiamandolo ‘Moncugino, gli disse ‘Vi lasciamo nostro successore, con ordine di vendicare la sua morte sopra i Parigini, et Sua Maestà in tanto sentendosi mancare, fece chiamare un Frate scappuccino per confessarsi, ma non fu a tempo, perché ingrossatasi la lingua nel termine di quattro hore passò ad altra vita, del cui cadavero dal Re di Navarra fu fatto mostra nel Campo” (cc. 549r-v/89).[4].

Quando papa Sisto seppe la notizia delluccisione, fece un discorso alla Segnatura, riportato nellavviso di Roma del 30 agosto. Pur stigmatizzando il fatto, fece notare tra laltro come il re, che aveva ucciso un religioso cardinale, era stato ucciso da un religioso frate: “Nella Signatura passata Nostro Signore, avanti le propositioni, disse come Henrico 3° Re di Francia era stato ucciso da un Frate Domenichino con un semplice coltello, stendendosi lungamente intorno alla narrativa di questo fatto, ammirato et compatito da Sua Beatitudine come giusto giudice che scorge qualmente dopo il fulmine spirituale lanciato da Sua Santità contra questo Re, Iddio habbia permesso che sì come Sua Maestà era stata publicamente uccitrice di un Religioso, così dellistessa maniera sia restata estinta per mano di Religioso” (c. 564r/89).

Dopo luccisione del re aumentarono ancor più in Francia le passioni politiche e crebbe lo smarrimento e la confusione. È significativa la frase scritta in un avviso del novembre 1589: “Hora piaccia a Dio di aiutarci, che ce nè bisogno” (c. 731r/89). La parte cattolica non nascose una certa soddisfazione e addirittura a Parigi si esaltò il frate uccisore chiamandolo “liberatore della Patria” (c. 552r/89). Non mancarono neppure le letture cabalistiche di tale morte, vista come una nemesi vendicatrice della sorte: “Si è notato che nel medesimo punto che fu ucciso il Cardinale di Ghisa, nel medesimo punto ancora fu ferito a morte il detto Re, et si è notato parimente, che allarrivo qua della nuova di sua morte terminano li 60 giorni dal dì della publicatione del monitorio, dentro li quali doveva comparire ad Urbem, sì come hora ha fatto, ma diversamente, in una lettera, cioè dalli 23 di giugno sino alli 23 del presente, et che Henrico suo Avo fu parimente ucciso come si sa nel anno 59 in giostra” (c. 552v/89).

Contemporaneamente si scatenò la corsa alla successione e comparvero due liste di sette pretendenti ciascuna: quelli “per successione” e “quelli per elezione” (vedi c. 557r/89), ma concretamente i due soli Borbone erano visti come veri pretendenti al trono di Francia e ognuno di essi era spalleggiato dalle due fazioni da tempo in campo e in lotta: per i cattolici, daccordo con il papa, il legittimo sovrano era il vecchio cardinale Carlo di Borbone-Vendôme[5]; il partito avverso invece vedeva nel nipote Enrico di Borbone re di Navarra lunico e legittimo discendente di Luigi il Santo da dieci generazioni[6]. In realtà ambedue avevano diritto, ma, forte della volontà espressa da Enrico III poco prima di morire, il Navarra si fece eleggere (“gridare”) re dallesercito già il giorno stesso della morte del re, il 2 agosto 1589. E dal campo di battaglia di Saint Clou il Navarra quel giorno si rivolse come re legittimo a “tutti li nostri buoni sudditi ” con questo proclama: “Noi Henrico Re di Francia et di Navarra promettiamo et giuriamo in fede di Re a tutti li nostri sudditi mantenere et conservare la Religione Cattolica et Apostolica Romana in suo integro, et di esporre la propria vita se sarà bisogno senza alterare o cambiare cosa alcuna tanto nella politica quanto essercitio di quella nelle persone et beni Ecclesiastici, et adherendo alla dichiaratione prima da noi fatta siamo apparecchiati, et con desiderio, di essere instrutti da un legitimo et libero Concilio generale o Nationale per seguire quello che in esso sarà concluso et risoluto. Promettiamo di guardare et mantenere gli Officiali della Corona, la nobiltà della Chiesa, et tutti gli Stati di questo Regno nelli loro carichi, privilegij et prerogative consuete, et riconoscere con tutte le gratitudini a noi possibili i fedeli servitori del Re Henrico. Et più promettiamo a tutti li nostri buoni sudditi esponere tutte le nostre facoltà, et anco la propria vita se sarà bisogno, per fare giustitia essemplare delliniqua morte commessa nella persona del fu Re nostro molto honorato signore et fratello, che Dio habbi lanima sua. Fatta nel Campo di Sans di 2 di Agosto 89” (c. 580r/89)[7].

Papa Sisto si trovò nella condizione di dover appoggiare ufficialmente la candidatura del partito cattolico, ma sentì anche tutto lobbligo di continuare la sua opera di pacificatore. Infatti il papa espresse ai cardinali la sua decisa e ferma opposizione al Navarra e la sua volontà di aiutare la lega cattolica: “Sua Beatitudine dannò il Re di Navarra et suoi seguaci come relasso et fuori del gremio di Santa Chiesa, onde Sua Beatitudine disse con incredibil vehemenza et ardore di voler porgere ogni aiuto da lei possibile al Unione de Cattolici di Francia a centinara di migliara, et di spendere (bisognando) tutto il Thesoro che ha in Castello, acciò si faccia elettione di Re veramente Christianissimo, et si deprima la setta Ugonotta di quel Regno” (c. 619r/89). Ma nel frattempo papa Sisto inviò, nel settembre del 1589, il cardinale Enrico Caetani come suo legato in Francia per cercare una soluzione pacifica. In una “istruzione” privata inviata al Caetani, già partito per la Francia, il papa ribadì che egli doveva cercare di diventare amico della nobiltà reale, non inimicarsi Navarra, convincere il duca di Guisa a rinunziare alle sue irragionevoli richieste e a non fare alcun tentativo di sottrarre la corona a chi spettava[8]. La notizia della legazione si legge nellavviso del 27 settembre: “Nel concistoro di lunedì tenuto in Montecavallo il Pontefice, preso il voto dal Sacro Collegio de Cardinali, dichiarò il Cardinale Caetano per Legato in Francia, dicendo che questo sogetto oltre allessere idoneo, nobile et di conveniente età, non vedeva che fosse confidente di alcuna delle parti interessate, onde fu approvato da tutti” (c. 619r)[9].

Purtroppo tale legazione, oltre a risultare costosa in termini economici (“viaggio veramente il più dispendioso, il più pericoloso et il più faticoso che habbia mai fatto Legatione Apostolica uscita da Roma da Christo in qua”: c. 49r/90, dal momento “chel Legato Caetano spendeva più di 6 mila scudi al mese”: c. 767r/90), divenne a tutti gli effetti controproducente nei rapporti fra santa sede e Navarra, perché il Caetani, partito per la Francia il 2 ottobre 1589 “accompagnato a cavallo pontificalmente da tutti i Cardinali et dalla Corte fino alla porta del Popolo”( c. 632r/89), non si dimostrò un fine e paziente diplomatico, anzi si fece notare subito come troppo legato alla Spagna e intransigente verso Navarra. La visione politica del Caetani risultava alquanto miope, non considerando che ormai la maggior parte della nobiltà francese e un numero crescente di cattolici disapprovava la politica filospagnola della lega e sosteneva la legittimità della successione di Enrico “iure haereditatis”. Il dialogo fra il legato Caetani e il Navarra si fece difficile fin dallinizio, per cui il Navarra, dopo aver cercato di ostacolare i movimenti del legato allinterno della Francia (“il Legato Caetano trovava molta difficoltà nel suo passaggio a Parigi”: c. 742r/89), alla fine chiese espressamente al papa, tramite il suo emissario a Roma, di rimuovere il Caetani come indesiderato e troppo partigiano: “Il Lucemburgo fa tuttavia instantia al Papa che si chiami il Legato di Parigi, come troppo adherente a Spagna” (c. 318r/90).

In effetti neppure il papa gradì il rigido schieramento del legato Caetani, come si può leggere nella relazione che Matteo Brumano, agente di Mantova a Roma, fece al suo duca il 12 marzo 1590: “Dice Sua Santità che il legato Caietano si è mostrato publicamente troppo affettionato a Spagna con andare pubblicamente quasi del continuo collambasciatore cattolico per Parigi, potendo trattare secretamente di notte o per biglietti o per voci secrete, che così si è fatto dissidentissimo alla parte di Navarra... Et tutto ciò è spiacciuto a Sua Santità molto, perché vede rotto il principio delle cose, quale con delicatezza et simulatione prudente si doveva trattare”[10].

Anche se tutti sapevano che tra il Navarra e papa Sisto non era mai corso buon sangue, tuttavia ora stava accadendo qualcosa di storicamente nuovo: il Navarra aveva grandi probabilità di succedere sul trono di Francia, mentre i cattolici della lega sembravano sempre più deboli sia in campo militare che politico[11]. Inoltre il Navarra aveva cominciato a relazionarsi con i Potentati, allo scopo di farsi accettare come nuovo re di Francia, cercando, nei confronti delle Potenze cattoliche, di scrollarsi di dosso la sua etichetta di eretico e antipapale. Tutto ciò poneva papa Sisto (che ormai entrava nellultimo anno di vita) di fronte al dilemma: o continuare lazione contro il Navarra, così come lo spronava il re spagnolo Filippo II, o guadagnare tempo, in attesa di una nuova linea di condotta, nella speranza di un avvicinamento del Navarra al cattolicesimo.

Tutti, a modo loro, nei primi mesi del 1590 facevano pressione sul papa, da una parte e dallaltra. Il cattolico Duca di Lorena giurava solennemente “di voler restar più tosto privato Gentilhuomo et ignudo, che acconsentire mai che in Francia succeda Re, che non sia più che Cattolico” (c. 167r/90)[12] e a marzo li Spagnoli chiedevano una nuova bolla di scomunica per Navarra e i suoi aderenti; dallaltra parte i cattolici francesi filo Navarra si muovevano nella corte papale per metterlo in buona luce.

Spinto dalle istanze estreme del Re di Spagna, nel marzo 1590 il papa convocò più volte i cardinali della speciale Congregazione che aveva creato già nel 1586 per le gran turbulenze di Francia” e in lunghe riunioni (una durò addirittura cinque ore e mezza: c. 141r/90) si confrontarono gli opposti pareri: il papa insisteva nel concedere ancora a Navarra un congruo tempo di riflessione, pretendendo da lui un segnale di buona volontà rilasciando il cardinal Borbone; molti cardinali (tra cui quelli particolarmente legati alla Spagna) volevano invece la mano forte contro il Navarra. Alla fine i cardinali accettarono la prudente attesa del papa, “et tanto chiaro mostrò il Papa le sue buone ragioni, che tutto il Collegio ne rimase sodisfattissimo, lodando il gran valore et singular prudenza di Sua Beatitudine, al cui voto conseguentemente confermaro tutti con generale applauso” (c. 141v/90).

Fu la morte avvenuta il 9 maggio 1590 e non il Navarra a liberare il vecchio cardinale Carlo di Borbone-Vendôme[13]. Un avviso di Roma del 6 giugno 1590 riporta la notizia della sua morte, e non manca nello scritto un accenno di sospetto di omicidio. “Con il corriero venuto sabbato dal Legato Caetano si è intesa la morte del Cardinale Borbone successa in Fontanai, luogo fuori della Rocella, alli 9 del passato, con qualche segno che sia stato aiutato” (c. 298r/90).

Era normale che in questa ingarbugliata situazione le azioni di papa Sisto riuscissero contraddittorie: da una parte si comportava come duro oppositore di Navarra e non permetteva che le nazioni cattoliche si aprissero a lui (si veda ad esempio la sua dura polemica con Venezia per aver accolto l“ambasciatore straordinario” del Navarra dopo la morte di re Enrico III); dallaltra accettò anchegli, accanto allambasciatore inviato nel settembre 1589 dalla lega, il signor Diou (negli avvisi semplicemente Diù), anche l“ambasciatore straordinario” inviato dal Navarra (Francesco di Lussemburgo, duca di Piney) per dialoghi e incontri in vista di possibili aperture: “Il Duca di Lucemburgo saspetta di giorno in giorno in questa Città con licenza di Nostro Signore” (c. 358v/89), anche se la curia (ma soprattutto la Spagna)[14] considerava il Lussemburgo come un intruso: “Dicesi che lAmbasciatore straordinario di Navarra non possa tardare ad arrivare qua, volendo alcuni, che la Congregatione sopra le cose di Francia habbi risoluto dascoltarlo, ma nel resto ributtarlo, senza che pur veda la faccia del Pontefice” (c. 661v/89).

E invece il papa ricevette onorevolmente il Lussemburgo nella prima settimana di gennaio 1589, come “mandato per narrare al Pontefice le cagioni per le quali si sono mossi a dichiarare Navarra per Re di Francia” (c. 9v/89) e il duca ebbe il coraggio di contestare al papa (e indirettamente alla lega) la decisione di opporsi al diritto regale del Navarra e di chiedere il ritiro del legato Caetani, prospettando anche la possibilità che il Navarra potesse convertirsi al cattolicesimo (c. 12v/89).

Pur andando ancora molto cauto nellaccettare il Navarra come re “cristianissimo”, papa Sisto si apriva lentamente e tesseva con prudenza la sua tela diplomatica per condurre il Navarra nellambito del cattolicesimo. Il focoso papa Sisto si mostrò in questa occasione di “singular prudenza et destrezza” (c. 73r/90). Mai come in questo momento apparve agli occhi di tutti lo spirito di vera paternità di papa Sisto. Dopo un burrascoso incontro (uno dei tanti duri incontri avvenuti con questo ambasciatore spagnolo nei primi mesi del 1590) in cui lOlivares a nome del suo re rimproverava il papa di dialogare con il partito di Navarra e addirittura minacciava un intervento militare spagnolo, il papa, parlando con Giovanni Nicolini, ambasciatore del granduca di Toscana, disse che egli aveva lobbligo morale di ascoltare tutti, fosse anche un protestante o un turco.[15]

Il papa sperava sinceramente in un avvicinamento del Navarra al cattolicesimo e già da qualche mese negli ambienti cattolici francesi favorevoli al Navarra si parlava di una sua probabile “conversione”. Anche il duca di Lussemburgo, nellanno della sua permanenza a Roma, aveva cercato di convincere il papa e i cardinali circa la retta intenzione del Navarra a diventare cattolico e a chiedere teologi cattolici per catechizzarlo nella fede cattolica: “Monsù di Luccemburgh Duca di Pinè va hora visitando il Collegio de Cardinali, presentando lettere de Principi del sangue... narrando le cause per le quali essi Principi si sono mossi a dichiarare Navarra Re di Francia, con promessa che sarà buon Cattolico et renderà obedienza alla Sede Apostolica, etc, soggiungendo questo Duca, chel suo Re dimandi Teologi per essere instrutto nella Religione Christiana, et che non è maraviglia se il detto Re ha tenuto fin qui la Religione Ugonotta, poiché oltre allesservi stato allevato et instrutto dalla Madre et da altri che ne havevano cura, è stato forzato di tener sempre la detta falsa Religione, et praticare con Ugonotti, per havere seguito in diffesa della sua vita, et stato contra i Cattolici, suoi nemici et di contraria fattione” (c. 17r/90).

Tale “conversione” del Navarra in realtà non giungerà mai durante il pontificato di Sisto. Il re tergiversava e rimandava, mettendo in imbarazzo il suo ambasciatore Lussemburgo, che con il passare dei giorni veniva sempre più accolto ed ascoltato da papa Sisto, e anzi veniva da lui viene difeso, di fronte alle dure rimostranze dellambasciatore spagnolo Olivares e di buona parte della corte pontificia. Ad un certo momento venne fuori perfino una data del probabile ritorno al cattolicesimo del Navarra, cioè il giorno di Pentecoste del 1590, ma proprio in quel giorno arrivò nei fatti la smentita: “Il Navarro si doveva far Cattolico il giorno della Pentecoste, però quel medesimo dì si predicò nella sua armata publicamente la dottrina di Calvino alluso di Ginevra” (c. 374r/90).

Ovviamente quella del Navarra non fu una conversione mistica, ma soprattutto politica, perché aveva capito che se voleva la corona di Francia e diventare il “re cristianissimo” non poteva rimanere protestante, dal momento che la Francia non era la Germania o lInghilterra, ormai in mano al protestantesimo. Questo calcolo politico sembrava già evidente da qualche tempo. In un avviso del dicembre 1588, quando ancora non era stato ucciso il re Enrico, si diceva apertamente che il Navarra aveva intenzione di avvicinarsi al cattolicesimo per puro scopo politico: “Lettere di Francia dicono che Navarra, diffidatosi forsi dalle sue heretiche forze, sia in pensiero di dichiararsi catolico, per vedere se per questa strada le sue pretensioni alla Corona gli riuscissero migliori” c. 622r/88). E un anonimo cronista annotava da Parigi con una meraviglia che nel campo militare del Navarra stavano capitando... cose dellaltro mondo: “Dicono che nellarmata de Navarra non si predica più allUgonotta et che ogni matina si dicono 12 messe che fanno dire quelli Principi e Signori Cattolici e che il Re di Navarra se retira da se a far le sue orationi. Così passano le cose di questo mondo di qua” (c. 175v/90).

Nellaprile del 1590 si arrivò a scrivere che i cattolici non avrebbero disdegnato di avere come re Navarra, se lui stesso fosse diventato cattolico: “Qui la maggior parte non vogliono Spagnoli, se bene ne ha de altri che dicono con buona ragione voler più tosto star sotto a Spagna che a un Re Ugonotto, ma che se il Re di Navarra si facesse cattolico, che si darebbono à lui” (c. 196r/90).

Anche il papa cominciò, in quei primi mesi del ‘90, a guardare con un occhio diverso il Navarra e in un avviso di aprile si legge: “Sua Santità ha cominciato molto bene a capire le cose et che sia molto inclinato a rebenedire il Re di Navarra, et che lAmbasciatore di Spagna habbia fatto gran protesti et menacciatogli di un concilio adosso” (c. 196v/90), anche contro il parere del re spagnolo Filippo, che mandò a dire chiaro e tondo al papa che si opponeva decisamente a Navarra e che solo la Spagna aveva un re che faceva i veri interessi della religione cattolica: “Et questo per rispetto della Religione christiana, essendo ciò il fine di Sua Maestà Cattolica” (c. 196v/90).

Pochi giorni prima della sua morte, in quella estate del 90, papa Sisto era ancora fortemente incerto sulle possibili soluzioni per la Francia: il Navarra era ancora indeciso sulla sua conversione, la lega francese vivacchiava fra battaglie perse e vinte, Filippo di Spagna scalpitava nella condanna senza però fornire gli aiuti militari ed economici promessi alla lega. Papa Sisto rimaneva indeciso, incerto, esitante. Scrive a questo proposito il Ranke: “È lecito fagliene una colpa? Credoi che sarebbe ingiusto. Egli conosceva bene la situazione; vedeva i pericoli dai due lati; era esposto a pressioni opposte: e non gli si presentò la circostanza che potesse costringerlo ad una decisione estrema”[16].

Ai primi di agosto del 1590 il papa tentò un ulteriore tentativo con le due parti opposte, inviando due diversi suoi emissari alle due parti opposte. Pur notandosi quasi una certa stanchezza per questa lunga e vana trattativa, si vedeva ancora un papa Sisto accarezzare e minacciare: “Il Pontefice, con partecipatione della congregatione di Francia, ha deliberato di mandare Monsignore Serafino, Auditore di Rota, alla nobiltà che segue Navarra... che siano daccordo insieme in venire ad elettione di un Re Cattolico, et ricusando di ciò fare, Sua Beatitudine si protesta che vi ponerà le mani et stringerà la lega che tratta col Re di Spagna et lega di Francia” (c. 409r/90). Questo avviso è dell8 agosto. Il 27 dello stesso mese Sisto V morirà, lasciando in sospeso il suo desiderio di padre della cristianità.

È interessante notare che, appena morto papa Sisto, fu trovata una cassetta che era collocata nella “vigna” privata del papa (cioè nel palazzetto che si era costruito da cardinale vicino a Santa Maria Maggiore e dove si ritirava spesso anche da papa) dove furono trovate diverse lettere personali e “amorevolissime” fra il papa e il Navarra: “Dicono che si sia lasciato cavare una cassetta dalla vigna del Papa dalla signora Camilla, che più fachini a pena potevano levarla, et poi i Camerali sono andati a far lInventario, essendosi trovate, come li più vogliono, tra le scritture del Papa alcune lettere amorevolissime del Re di Navarra in risposta delle scrittegli da Sua Beatitudine con larghe offerte” (c. 449v/90).

La morte di papa Sisto e le successive elezioni di ben quattro papi nel giro di soli due anni certamente rallentarono il processo di avvicinamento del Navarra al cattolicesimo. Solo il 25 luglio 1593 il Navarra si decise ad abiurare il protestantesimo e divenne il re “cristianissimo” Enrico IV. Il 22 marzo 1594 entrava in Parigi riconquistando tutto il regno e aprendo di fatto il nuovo corso dei rapporti tra il re e il papa Clemente VIII. Il 13 agosto 1598, con leditto di Nantes, concesse la libertà di culto anche ai protestanti.

“A lui non fu concesso di vedere il trionfo della sua saggia politica di attesa; ma infine il corso degli eventi dette a lui ragione. Dopo quattro anni Enrico IV entrò in Parigi; dopo cinque Clemente VIII lo accolse di nuovo nel seno della Chiesa. Questo risultato lo aveva sostanzialmente preparato Sisto V”[17].

LInghilterra di Elisabetta durante il pontificato di Sisto V

Durante il pontificato sistino regnava sullInghilterra Elisabetta I Tudor, ben conosciuta da tutto il mondo. Elisabetta infatti ha rivestito in quel periodo il ruolo di paladina del protestantesimo, in netta contrapposizione con il cattolicesimo e soprattutto con la Spagna di Filippo II, che a sua volta era diventato il paladino del mondo cattolico. E il variegato mondo cattolico le si opporrà in vario modo: papa Sisto le rinnoverà una scomunica, già comminata in precedenza da altri papi, come eretica e usurpatrice del trono dInghilterra, mentre Filippo II la combatterà vigorosamente allestendo una flotta navale per invadere le isole britanniche. Elisabetta fu anche lobiettivo di unininterrotta serie di congiure organizzate da un nutrito gruppo di esuli cattolici inglesi operanti in Europa[18].

Negli avvisi che presentiamo, che provengono per la maggior parte dal mondo cattolico, la “regina inglesa” non viene proprio esaltata, anzi, specialmente dopo luccisione della regina di Scozia Maria Stuarda avvenuta l8 febbraio 1587, abbondano gli epiteti altamente negativi: “Regina perfida dInghilterra” (c. 250r/87); “Iezabel indegna Regina dei Britanni” (c. 340r/87); “falsa Regina Inglese” (c. 347r/87), per non parlare di quello che si diceva di lei in Francia: “Si tiene aviso che in Parigi fossero stati stampati et affissi per li cantoni della città certi versi latini in vituperio della stirpe della Regina dInghilterra, publicandola per una infamissima Puttana” (c. 154r/87). Tutto ciò si giustifica parzialmente solo se collocato allinterno della veemente vis polemica fra gli opposti schieramenti di quegli anni, certamente non inclini al dialogo e alla conoscenza dellaltro.

Eppure - anche se ciò può sembrare strano - la forte personalità di Elisabetta attirava laltrettanta forte personalità di Sisto. Costui stimava le sue grandi qualità e ne apprezzava il valore come regina che aveva il coraggio e la forza di opporsi ai due re più potenti (e cattolici) dellEuropa di quel momento, come i re di Spagna e di Francia, e perfino allimperatore, anchegli cattolico. Nella relazione che Giovanni Gritti, ambasciatore veneto a Roma, lesse in Senato il 15 maggio 1589, dirà: “Odia Sua Beatitudine la Regina dInghilterra come contraria alla vera religione, ma non può trattenersi di non laudarla sommamente ed innalzar sino alle stelle il suo valore e la sua virtù; e perciò ha tentato molte vie (se ben indarno) di ridurla alla vera religione, con promessa di lasciarle liberamente tutte lentrate ecclesiastiche. Insomma dice che se essa fosse cattolica sarebbe la sua figliuola prediletta”[19].

A deteriorare i rapporti fra papa Sisto e la regina Elisabetta fu senza dubbio il dramma di Maria Stuarda[20].

Maria era regina di Scozia, regina di Francia e pretendente alla corona inglese per innegabili diritti dinastici. Ma nel 1567 Maria fu sconfitta dagli aristocratici scozzesi di fede protestante e chiese ospitalità a sua cugina Elisabetta I (Maria era nipote della sorella di re Enrico VIII, padre di Elisabetta), che invece la fece arrestare appena giunta a Carlisle, perché Maria agli occhi di Elisabetta era comunque una minaccia al suo regno, in quanto considerata la vera regina dai cattolici inglesi.

Maria fu rinchiusa in una serie continua di castelli e tenute (Bolton, Tutbury, Wingfield, Chatsworth, Chartley Hall e infine Fotheringhay), e dopo diciotto anni di prigionia la sua salute peggiorava e veniva meno la sua forza danimo, anche se, finché visse, coltivò sempre la speranza che un giorno sarebbe fuggita e avrebbe assistito allincoronazione di suo figlio Giacomo sul trono di Scozia.

Nel frattempo, senza che Maria ne fosse al corrente, a Londra si stava preparando un piano per la sua liberazione, piano che va sotto il nome di “Congiura di Babington”, perché al centro della trama cera il giovane nobile inglese Anthony Babington (1561-1586)[21], la cui famiglia era pubblicamente protestante, ma che professava di nascosto la fede cattolica. A diciotto anni, nel 1579, Anthony si sposò con Margery Draycot, ebbe un figlio e divenne paggio della famiglia del conte di Shrewsbury, uno dei carcerieri di Maria, Regina di Scozia. Fu in questo periodo che Babington divenne un ancor più fervente sostenitore di Maria quale legittima regina dInghilterra e cominciò ad aiutare i sacerdoti cattolici che vivevano in clandestinità ed in particolare il gesuita John Ballard[22]. Costui, appoggiato da alcuni aristocratici, progettò di liberare la regina di Scozia e per mantenersi in contatto con lei, la cui corrispondenza veniva controllata dai suoi carcerieri, cominciò ad usare lettere con messaggi in codice, senza sapere che alcuni, che si fingevano cattolici (tra cui Robert Poley), passavano le informazioni a lord Francis Walsingham, il segretario particolare della regina Elisabetta. Riuscito ad andare in Francia, Babington inviò ancora alcune lettere a Maria. Il 6 luglio 1586 Babington scrisse a Maria, informandola che lui e il gruppo degli amici stavano progettando di assassinare Elisabetta, nel tentativo di farla succedere al trono, per cui cercava la sua autorizzazione. Maria rispose a Babington, sottolineando la necessità di aiuti stranieri nel caso in cui il tentativo avesse avuto successo, ma non era daccordo sulluccisione di Elisabetta e che lasciava comunque la scelta alla coscienza dei cospiratori. Naturalmente la lettera in questione cadde nelle mani di Walsingham. Tornato in Inghilterra Babington fu arrestato con lintero gruppo dei cospiratoti e il 3 settembre fu rinchiuso nella Torre di Londra. Dopo un rapido processo, Babington, appena venticinquenne, e i suoi tredici cospiratori furono ritenuti colpevoli di alto tradimento. Il 20 settembre 1586 i condannati furono fatti uscire dalle loro celle, legati a un carretto e trascinati da cavalli per le strade di Londra. Raggiunto un ponteggio appositamente eretto nel campo di St. Giles, vicino a Holborn, furono impiccati, sventrati e squartati. Dopo di che, il carnefice distribuì le parti dei loro corpi in diversi angoli della città.

Tale congiura condusse immancabilmente al processo contro la stessa prigioniera Maria Stuarda. Durante lintero processo, che si svolse nellottobre 1586, Maria ebbe sempre un contegno dignitoso e padronanza di sé: la sua difesa consistette soprattutto nel negare ogni forma di coinvolgimento diretto nella congiura. Ma in aula oltre allaristocrazia inglese, cera Walsingham e a niente servirono le parole di Maria vista la gravità delle prove a suo carico. Maria fu accusata di tradimento per la bloody letter (la lettera sanguinosa) di Babington, che però nel frattempo era stata manipolata ad arte e peggiorata nei toni da parte degli agenti di Elisabetta. Non le fu concesso neppure di avere assistenza legale o di produrre le prove a suo carico e nemmeno le fu concesso di essere presente quando la commissione giudicante emise la sentenza di colpevolezza. Si scrisse in un avviso di Colonia l8 gennaio 1587: “Lettere di Londra delli 20 passato dicono chel Parlamento era finito alli 12 et che in esso non era stato fatto altro che sententiare a morte la Regina di Scotia già degradata et levata della Camera Regia” (c. 25r/87).

Tre mesi prima della sua decapitazione, subito dopo aver conosciuto la notizia della sua condanna, il 23 novembre 1586 Maria Stuarda scrisse, in francese, una lunga e commovente lettera a papa Sisto V, in qualità di “molto umile e devota figlia”, in cui si evidenziano le tante sofferenze subite, la tranquilla serenità e la sua forte fede cattolica:

“Santo Padre... chiamo il mio Salvatore Gesù Cristo a testimoniare, la Santissima Trinità, la gloriosa Vergine Maria, tutti gli angeli e arcangeli, il pastore San Pietro, il mio intercessore specifico e avvocato speciale, San Paolo, apostolo delle genti, SantAndrea e tutti i santi apostoli, San Giorgio e in generale tutti i Santi del paradiso, con cui ho sempre vissuto con questa fede, che è quella della Chiesa universale, cattolica, apostolica e romana, nella quale essendo rinnovata ho sempre voluto fare il mio dovere verso la Santa Sede Apostolica. Con mio grande dispiacere, non ho potuto testimoniare la mia devozione a Sua Santità come è dovuto, a causa della mia detenzione in questa prigionia e della mia lunga malattia; ma ora che è piaciuto a Dio, Padre Santissimo, di permettere a causa dei miei peccati che io (lunica di sangue di Inghilterra e Scozia che fa professione di questa fede) sia dopo venti anni di prigionia chiusa in una stretta cella e infine condannata a morte dagli Stati e lassemblea eretica di questo paese, come mi è stato significato oggi dalla bocca di lord Boukherst, di Amias Paulet, del mio custode, in nome della loro regina, ordinandomi di prepararmi a ricevere la morte, offrendomi un loro vescovo e un decano per la mia consolazione, poiché il mio prete che mi era stato tolto da loro da lungo tempo è rimasto nelle loro mani non so dove, ho pensato che il mio dovere fosse di rivogermi a Dio, e poi riferire tutto a Sua Santità... Supplico Sua Santità di far dire le preghiere per la mia povera anima e per tutti coloro che sono morti o moriranno per lo stesso tipo di sentenza, distribuendo le sue elemosine e incitando i re a fare lo stesso. La mia intenzione è di confessarmi, secondo la costituzione della Chiesa, di pentirmi e ricevere il mio viatico, se posso disporre del mio cappellano o un altro ministro legittimo in grado di amministrare i dovuti sacramenti, o in mancanza, con il cuore contrito e pentito, mi prostro ai piedi di Sua Santità, confessando a Dio e ai suoi santi, e a sua paternità, grande peccatrice indegna e colpevole della dannazione eterna, se piace a Dio, che è morto per i peccatori, di ricevermi per la sua infinita misericordia. Le chiedo di darmi la sua completa assoluzione, per la gloria di Dio, lonore della sua Chiesa, e la salvezza della mia povera anima... Inoltre, Santo Padre, non possedendo alcun bene in questo mondo, prego Sua Santità affinché chieda al Re Cristianissimo [di Francia] che si faccia carico del rimborso dei miei debiti e pegni da versare ai miei poveri e tristi servitori... confermando in questo caso la mia dimissione volontaria da ogni titolo e dignità di Regina, pronta ad onorare e servire la loro Regina, nel caso in cui questa avesse deciso di interrompere le persecuzioni sui cattolici, come confermo che è questo lo scopo al quale aspiro da quando sono in questo paese, e non ho né lambizione né il desiderio di regnare o di possedere beni in particolare... Il rimpianto mortale della perdita di mio figlio, dopo aver provato in ogni modo a salvarlo, mi spinge a pregarla, a divenire un vero padre... Lei avrà la vera storia che descrive la mia ultima prigionia e tutti i procedimenti contro di me, così che, ascoltando la mia verità, possa confutare le calunnie che i nemici della Chiesa mi imporranno e scoprendone la verità. Chiedo alla fine la sua santa benedizione e dicendole lultimo addio, prego Iddio di preservare la Sua persona per lungo tempo nella sua Grazia, per il bene della sua Chiesa e del suo triste gregge, specialmente quello di questisola. Da Fotheringay, il 23 novembre 1586. Mi scusi la mia scrittura per la debolezza del mio braccio. A Sua Santità, dalla molto umile e devota figlia MARIA, Regina di Scozia, Regina della Francia”[23].

Trascorsero pochi mesi da questa lettera. Dopo qualche esitazione sulla opportunità di uccidere comunque una regina consacrata da Dio,[24] Elisabetta ruppe ogni indugio e firmò il decreto di condanna[25] e Maria Stuarda, regina di Scozia e di Francia, fu decapitata, a 44 anni, l8 febbraio 1587. Tutti i presenti ammirarono la sua serenità e il suo contegno, prima che il carnefice si accanisse più volte (forse per lemozione) sul collo della regina.

La notizia certa della morte di Maria venne a Roma da Anversa il 7 marzo: “Habbiamo aviso da Cales et da Midelburgo che per nuove prattiche scoperte contra la persona della Regina dInghilterra, quella di Scotia era stata decapitata alli 19 del passato nel Castello delle Torri fuori di Londra, essendosi in puncto mortis lamentata grandemente di Spagna, Francia et del Papa, per essere mancati delle promesse, et haverla del tutto abbandonata; esseguita questa giustizia il popolo di Londra haveva subito fatti segni di allegrezza” (c. 121r/87)[26]. E dalla corte imperiale il 13 marzo di Praga venne un avviso con preziose notizie sugli ultimi momenti della regina Maria, sulla freddezza di Elisabetta ma anche sulla sua sofferta decisione di quellassassinio di Stato, deciso autonomamente da un suo “segretario”, che fu momentaneamente punito da Elisabetta ma esaltato dalla corte: “Nel discorso della morte della Regina di Scotia,venuto qua per via di Francia raccontasi, tra laltre cose, che essendo ella giunta al luogo della giustizia in una sala vicina alla sua camera, presentandosigli un Vescovo del paese non lo volse ascoltare, protestando che ella era stata sempre Cattolica et che voleva morir tale, et che non havendo modo di haver un Prete per confessarsi, ella pregava Dio chel suo sangue et la sua dechiaratione che faceva gli servisse per confessione, poi si pose in genocchioni et si fece bendare gli hocchi con un fazzoletto da una sua Damigella, dichiarando che ella si vedeva morta et che ella protestava innanzi Iddio, che ella non sapeva perché la facevano morire, né haveva saputo ad alcuna conspiratione contra la persona et Stato della Regina dInghilterra sua sorella, la quale quel giorno passeggiò per la Città a cavallo, et il seguente si vestì di duolo, dicendo essergli dispiacciuto chel suo segretario havessa data sentenza senza sua saputa, la quale haveva segnata, et che questo lhaveva fatto mettere pregione, ma gli Stati si dovevano riunire il dì seguente per dimostrargli che meritava più tosto ricompensa che punitione” (c. 132r/87).

Il papa fu molto addolorato per la morte di Maria. Con lei moriva una cara e devota figlia della Chiesa cattolica, ma moriva anche il sogno di una restaurazione cattolica sul trono di Inghilterra e la speranza di una vita libera per gli oppressi cattolici inglesi[27].

Papa Sisto avrebbe voluto fare per Maria in Vaticano, e precisamente nella cappella Sistina, un solenne funerale, ma dovette abbandonare questo suo proposito perché in quel luogo mai erano state fatte solenni onoranze funebri per donne, neppure per regine: “Il Papa voleva in ogni modo che si facessero in cappella di Sisto, con intervento suo et di tutto il Collegio, pomposissime essequie per la Regina di Scotia, ma ritenutosi poi, perché non vi è essempio che per Donne si siano mai fatti funerali in quel luogo. Ha però Sua Beatitudine dispensato elemosine per quellAnima, et fatto fare sacrificij per lei a tutti gli Altari privilegiati di questa Città” (c. 129v/87).

Con la morte di Maria Stuarda morì per i cattolici inglesi la speranza di vedere la corona sulla testa di un cattolico, ma non morì affatto la sua dinastia regale, perché suo figlio James Stuart, cambiato lorgoglio del suo cattolicesimo nella opportunità politica, accettò langlicanesimo [28], e alla morte di Elisabetta diventerà re non solo di Scozia ma anche di Inghilterra, con i nomi, rispettivamente, di Giacomo VI di Scozia e Giacomo I dInghilterra. Si realizzava il sogno di Maria Stuarda, che durante la sua lunga prigionia aveva fatto ricamare nelle sue vesti il motto: En ma fin gît mon commencement (“Nella mia fine sta il mio principio”)! Da lei discende direttamente ogni re di Gran Bretagna, fino alla attuale regina Elisabetta II, che appartiene alla 13ª generazione. Oggi, per volontà di suo figlio Giacomo e per uno di quegli strani scherzi della storia, Maria Stuarda ed Elisabetta I sono sepolte luna accanto allaltra nellabbazi