2021 - Celebrazioni V Centenario della nascita di Sisto V P.O.M.

13.12.2021

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COMITATO NAZIONALE DELLE CELEBRAZIONI
Celebrazioni 2021
Venerdì, 14 Dicembre 2018
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Politica estera


Politica estera

Spetta a Sisto il merito d’aver disciplinato e resa stabile la funzione dei nunzi papali presso le corti cattoliche. Nelle carte del segretario di Sisto V, Graziani, si scoprì la minuta di una vera e propria “Carta del Nunzio”, verosimilmente dettata da Sisto, contenente le istruzioni cui il nunzio deve attenersi nelle sue funzioni: Deve studiare bene la storia del paese dove si recherà, leggere i documenti e i libri che potranno istruirlo in proposito, compresa la corrispondenza dei suoi predecessori, circondarsi di gente del luogo che goda buona reputazione e abbia retto giudizio. Usi con tutti bontà e modestia, sia di esempio di vita specchiata, adempia scrupolosamente le funzioni religiose, partecipi alle sacre cerimonie di cui ha notizia o di cui sia pregato. Nei rapporti col mondo sia accorto, mostrando dignità non disgiunta da premura e unisca, secondo i casi, severità e dolcezza. In cima a tutti i suoi pensieri debbono stare gli interessi della Chiesa, e perciò egli è tenuto a fornire spesso precise e veritiere informazioni a Roma. Si astenga dal sollecitare onori ed a procurarsi arricchimenti. Insomma, come rappresentante del papa, non dimentichi d’esser egli stesso campione di virtù cristiana e di spogliarsi di tutte le passioni non confacenti all’alto grado che riveste.

Politica di Sisto V verso la Francia.

Henri III by François Clouet c. 15811585 maggio Enrico III rimane soddisfatto dell’elezione del cardinal Montalto al papato, perché confortato dalle notizie che gli avevano  inviato il Pisany e il cardinal d’Este  da Roma circa un riconoscimento particolare del Papa al suddetto cardinale per la nomina. Non perdendo tempo richiede al pontefice un aiuto per contrastare la Lega (9-pag 202).

L' intento di Sisto è quello di creare una sorta di bilanciamento tra le forze internazionali, in modo che  nessuna potenza estera potesse essere predominante, garantendo così l'autonomia, l'autorità e il prestigio  alla Chiesa. Per quanto riguarda la Francia, l’obbiettivo era la conservazione della fede cattolica e la sua indipendenza.

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Africa

1588

Sisto riceve Lopez Duarte, ambasciatore di Alvaro I re del Congo, che mirava a sottrarsi al patronato portoghese per sottomettere il suo Regno direttamente alla giurisdizione romana. Sisto preferisce rispettare i diritti del patronato

Americhe

1586 agosto Si tiene il concilio provinciale del Messico, Sisto invia a quell’arcivescovo un Breve di riconoscenza e di esortazione a proseguire l’opera apostolica.

1586 20 agosto Il Papa fa fondare a Quito l’Università locale.

1588 Sisto approva le deliberazioni del sinodo tenuto a Lima nel 1583, dopo che erano state riviste dalla Congregazione del Concilio.

- Sisto apprezza l’operosità dei Francescani nel Brasile.

Austria

Poco influsso ha Sisto sulla situazione austriaca, dove la debolezza dell'arciduca Carlo lascia ampio spazio ai protestanti. Il nunzio Giovanni Andrea Caligari, nominato da Gregorio XIII nell'ottobre 1584, si occupa soprattutto della riforma ecclesiastica riuscendo a far nominare alle diocesi di Seckau e Lavant  rispettivamente Martin Brenner e Georg Stobaus che si adoperano per il ristabilimento del cattolicesimo nell'Austria Interna.

1587

metà del, Caligari torna a Roma divenendo segretario del cardinal Montalto, mentre la nunziatura rimane vacante fino al 1592.

1588

7 gen. Viene eretta l'Università di Graz, creata dall'arciduca Carlo ed affidata ai gesuiti.

- In seguito le relazioni tra Roma e Graz si complicano a seguito del rifiuto di Sisto di erigere la diocesi di Gorizia e di concedere sussidi per la guerra contro i turchi.

Fiandra

1587

Sisto invia la spada benedetta al principe Alessandro Farnese in Fiandra

Germania

1585

9 mag., L'elettore Gerhard von Truchsess, arcivescovo di Colonia, passa al protestantesimo e i suoi sostenitori occupano la città di Neuss. Il suo successore Ernesto,   fratello di Guglielmo duca di Baviera, prende possesso della diocesi di Colonia e viene  appoggiato dal papa che interviene in suo favore presso Filippo II e Alessandro Farnese. Inizialmente il papa sembrava intenzionato ad inviare un nunzio straordinario in Germania per indurre i principi cattolici ad aiutare l' elettore di Colonia a riconquistare la città, tuttavia deve desistere per  l' opposizione di Guglielmo V di Baviera, che teme le reazioni dei protestanti.

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Politica estera di Sisto V verso l'Inghilterra

Elizabeth I Armada Portrait1585 Il papa incoraggia il piano presentato dai Guisa per l'invasione dell' Inghilterra, non appoggiato dalla Spagna, che invece sosteneva la necessità di normalizzare prima la situazione francese.

Sisto, pur apprezzando Elisabetta I
, vedeva nel suo governo il principale appoggio al protestantesimo europeo ed espresse più volte il desiderio di vederla convertita al cattolicesimo. Non aveva accettato il suggerimento di organizzare contro la regina un attentato preferendo di inviarle un gesuita perché la convertisse, promettendole, se acconsentiva, ogni sorta di vantaggio. Il gesuita viene scoperto ed espulso (7- pag.136)

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Mantova

Sisto fonda l’Accademia Felice dei Carmelitani di Mantova

Napoli

Una volta pubblicata la bolla Hoc Nostri e recepita da Filippo II di Spagna,  questi comanda a Pietro d’Offuna, suo Vicerè a Napoli, di adeguarsi ai dettami di detta bolla. L’Offuna, anche tramite Ferdinando della Torre, suo agente a Roma, chiede al Pontefice di emettere una seconda bolla con la quale i banditi del regno di Napoli, catturati nello Stato Pontificio, fossero consegnati all’autorità reale, impegnandosi a fare lo stesso sancito da un apposito bando (pubblicato il 16 agosto 1585). Viene emanata una nuova Costituzione, la ALIAS FELICIS, con la quale si ordina a tutti i Legati, Vicelegati e governatori della Città di Bologna di non proteggere in nessun modo i Banditi del Regno di Napoli e di consegnarli agli agenti del viceré. Altresì si autorizza il potere reale a punire banditi fuoriusciti dallo Stato pontificio che avessero commesso delitti in territorio napoletano.

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Politica estera - Persia

Principales ciudades de el imperio otomano

Progetti di Sisto V per una crociata

Un papa, che come Sisto V mirava sempre ed in sommo grado all'interesse generale della cristianità, non poteva restare indifferente di fronte al pericolo turco. L'idea della lotta della croce contro la mezzaluna, che aveva ispirato al suo contemporaneo Torquato Tasso versi immortali, lo riguardava in modo speciale per le tradizioni del suo ordine, i cui membri soltanto, dopo la conquista della Palestina, eran restati coraggiosamente fermi in quel posto, facendo con generosità colma di sacrifìcio la guardia al Santo Sepolcro.

Non deve quindi meravigliare che fra i grandi progetti di cui si occupò Sisto V dopo la sua elezione, vi fosse anche quello di una crociata contro i turchi. Quanto fosse diventata sfavorevole ad una tale impresa l'intiera posizione politica dell'Europa egli, che in questo campo era ancora un novizio, riuscì a comprenderlo solo a poco a poco. Dapprima vide un solo ostacolo: la condizione critica delle finanze pontificie. Se avessi il denaro necessario, disse al principio del suo pontificato, io inizierei una grande impresa contro gli infedeli. Ne parlò con tale entusiasmo, che alcuni credettero, che un bel giorno egli avrebbe seguito l'esempio di Pio II col mettersi personalmente a capo di una crociata, per trascinar seco in tal guisa gli altri principi cristiani. l

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Persia

Con il re di Persia, Sisto intrattiene segrete trattative per ridurre la potenza dei Turchi, inviando il vicentino Filippo Pigafetta(1533 - 1607).

Polonia

Dopo il Concilio di Trento la Polonia era diventata cattolica grazie all’opera di grandi prelati come i cardinali Stanislaw Czjusz, che aveva preso parte al Concilio, e Jerzy Radziwill, del re Stefano Bathory e del suo successore Stefano Vasa (7- pag. 141)

1585 Il Nunzio Apostolico in Polonia è dal 27 ottobre fino al febbraio 1587 è Gerolamo Vitale de Buoi, vescovo di Camerino

1586 fine marzo, Il re Stefano Bàthory invia a Roma il cardinale Andrea, suo fratello, a presentare al papa il progetto di una spedizione contro Costantinopoli per eliminare i Turchi, che comprende la conquista di Mosca. Con la morte dello zar Ivan IV il terribile nel 1584 e la nomina del figlio Feodor I, mentalmente disabile, si vericano le condizioni ideali per un’azione di conquista della Russia. Anche il gesuita Antonio Possevino, dopo aver inviato informazioni, si reca a Roma, convincendo il Papa della bontà del piano del re polacco e dell’importanza di sovvenzionarlo con il tesoro di Castel Sant’Angelo lì riposto anche per questo tipo di imprese.

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Politica di Sisto V verso la Spagna

800px Philip II portrait by Titian1585 Filippo II rimane scontento dell’elezione del Montalto, non trovandolo particolarmente adatto ai suoi interessi, infatti propendeva per il San Giorgio e non per il Farnese, come credevano i cardinali. Ovviamente dissimulava. (da Antonio Tornimbene al doge, Barcellona, 16 maggio 1585) (9-pag 201)

Sisto, pur non simpatizzando per Filippo II, era cosciente dell'influenza politica in Italia e in Europa e del fatto che solo questa nazione poteva essere un alleato valido per il recupero del cattolicesimo. E  per questo ne rinnova benefici:

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Savoia

Il ducato di Savoia è retto da Carlo Emanuele, genero del re Filippo II avendone sposato la figlia minore, l'Infanta  Caterina d'Austria

Sisto incoraggia i progetti di Carlo Emanuele duca di Savoia miranti all'ingrandimento dello Stato che ha come obbiettivo la conquista di Ginevra, sia perché la città svizzera era in mano ai protestanti, sia per distogliere le mire di Filippo II che aveva intenzione di unificare il ducato di Milano e il Regno di Napoli e visto che lo stato Pontificio era tra questi due possedimenti, il Papa era piuttosto preoccupato.

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Svizzera

L'assenteismo del vescovo di Costanza Mark Sittich von Hohenems portano all'apertura di una Nunziatura stabile in Svizzera, richiesta dai cinque Cantoni Interni nella Dieta del 26 febbraio 1586.

Il compito del nunzio Giovanni Battista Santonio consiste nel mantenere e rafforzare gli Svizzeri cattolici  nella loro fede, senza occuparsi di problemi militari, quali il reclutamento di truppe per lo Stato pontificio.

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Toscana

1585 Il granduca Francesco, informato lo stesso giorno della elezione del Pontefice, ne è soddisfatto tanto più che lo stesso Sisto gli fa pervenire sentimenti di riconoscenza. Il granduca cerca di limitare gli slanci continui del fratello cardinale che, conscio di aver avuto una grande parte nell’elezione del pontefice, lo assilla con ogni sorta di richieste.

Firenze

- Sisto V si adopera, seguendo le idee di Gregorio XIII, affinché i rapporti tra Firenze e Venezia siano il più distesi possibili per una sicurezza comune.

25 ottobre 1585. Fa ricevere dal granduca a Firenze gli ambasciatori di Venezia che erano andati a Roma per omaggiare il nuovo papa e quando il cardinal Cornaro si appresta a raggiungere la propria sede a Padova, il pontefice lo invita a passare dalla Toscana e consigliare un accordo duraturo tra i due Stati, con una precauzione: il Cornaro deve parlare a titolo personale e non a nome di Sisto per evitare problemi nell’eventualità che questo suggerimento non sia accettato.

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Giovanni Sanna, questo illustre sconosciuto.

prigionieri

IL VESCOVO LUSSURGESE GIOVANNI SANNA PORCU, QUESTO ILLUSTRE SCONOSCIUTO (1529-1607)

La grandezza della figura e l'opera di Mons. Giovanni Sanna-Porcu di Santu Lussurgiu (1529 - 1607) è straordinaria, ma purtroppo per la Sardegna e non solo per essa, ancora poco conosciuta.

La sua vita esemplare, il generoso apostolato nella diocesi di Ampurias Civita dove provvide all'edificazione della cattedrale di Castel Aragonese, oggi Castelsardo (SS), le opere pubbliche e artistiche realizzate in Sardegna col suo determinante contributo, la fondazione delle case del noviziato gesuitico di Cagliari e Sassari, i ricchi arredi sacri donati alla parrocchiale di Santu Lussurgiu sono opere tutte acclarate dalla storia. Ma ancora più importanti sono le sue missioni diplomatiche condotte ad Algeri durante i pontificati di Gregorio XIII e Sisto V con l'Archiconfraternita del Gonfalone, che consentirono a centinaia di schiavi cristiani in mano dei turchi di rientrare in patria, e tra questi numerosi sardi riscattati a sue spese,

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Giovanni Sanna*

Old algiers 16th centuryMONS. Don Giov. SANNA PORCU

Verso la prima metà del sec. XVI nasceva in questo grosso villaggio da Don Leonardo Porcu e Donna Grazia Sanna uno dei più grandi vescovi dell'isola: Mons. Dori Giov. Sanna Porcu che per fidecommesso assunse il casato materno.

Umanista di vasto ingegno, dotato di grandi virtù organizzative e riformatrici, conseguì a a Roma presso i Gesuiti, la laurea in ambe le leggi, come allora si diceva distinguendosi per la viva intelligenza e serietà di studi.

Nominato decano della Diocesi di Ales fu incaricato da Filippo II di trasferirsi in Algeri. visitare le reggenze barbaresche e riscattare i cristiani sardi e spagnoli ridotti in schiavitù.

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Mons. Giovanni Sanna di Santu Lussurgiu

SANNA ( Giovanni ),* pio e zelante prelato, nativo di S. Lussorio, grosso villaggio del capo settentrionale della Sardegna, il quale, visse nel secolo XVI, e morì nel 1607.

Fu prima decano del capilolo di Ales; e poi segnalato essendosi per l'ardente sua carità nel riscatto di molti schiavi sardi, con trasferirsi per tal fine ad Algeri ed alle altre reggenze d'Africa, fu elevato nel 1566 al vescovado di Ampurias e Civita.
In questa sede egli rifulse per le sue virtù e per la pietà verso i poverelli.

Si distinse ancora per magnificenza e per generosità nelle opere pubbliche, tra le quali dev'essere rammentata l'erezione della chiesa cattedrale di Castelsardo intitolata a S. Antonio, e la fabbrica di un ponte sul fiume Coghinas, sebbene quest'ultima non potè poi essere recata a compimento.

A lui sono dovute le fondazioni di due case gesuitiche, una in Cagliari per il noviziatico, per la quale donò ottomila ducati, e l'altra in Sassari col titolo di Casa professa di Gesù Maria, per la quale erogò venticinque mila scudi.

Nell'anno istesso, in cui quest'ultimo edifizio fu compito , cioè nel 1607, questo esimio e vituoso vescovo terminò piamente i suoi giorni.

 

NOTE

(Ved. Vico, Hist. gen. del reyn. de Cerd., parte VI, cap. XI, fol. 46.

Soggio, Vid. de los. Ss. Mart. turrit., lib. III, cap. XII, ms. Mattei, Sard. sac., p.188. Guiso, Synod. dioeces. Ampur., pag. 255.

Manno, Stor. di Sard., tom. III , pag. 425-26 in not.).

* in : TOLA P., Dizionario Biografico degli uomini illustri di Sardegna, Vol.III, Arnaldo Forni Editore, p. 164.

Valacchia

1586, 23 giugno Sisto invia un breve a Stefano Bathory affichè perori, presso il giovane  nipote Sigismodo che governava in Transilvania, per la liberazione di Pietro II Cercel voivoda (principe) di Valacchia. Costui regnava in Valacchia (già nel 1582 grazie all’aiuto di Gregorio XIII, che con l’intervento dell’ambasciatore francese presso il sultano turco Amurat III(1574-1595), riesce a riavere il regno del Padre Minhea II Turcitul), ma inviso al Basa (pascià) di Buda viene messo in cattiva luce presso il sultano e quindi è costretto a rifuggiarsi in Transilvania dove viene imprigionato per oltre un anno. Dalla sua prigione riesce ad inviare lettere al Papa seguite da un’ambasceria di nobili valacchi.

Poco prima della morte del Bathory (dicembre 1586) viene liberato e fa ritorno in Valacchia dove si distingue per le sue attività, tanto che Sisto gli invia un breve di encomio.

Un decano d'Ales redentore di schiavi cristiani in Barberia sul finire del Cinquecento

Sul finire del Cinquecento, ad Algeri, agirono successivamente due missioni, organizzate dalla Compagnia del Gonfalone di Roma allo scopo di redimere e manibus infidelium i cittadini dello Stato Ecclesiastico schiavi di quella reggenza barbaresca (1). Dell'una e dell'altra, tra il febbraio del 1585, fece parte Giovanni Sanna, un prelato sardo qualificato decano della Chiesa d'Ales e vescovo d'Ampurias (2); il quale, pur impegnato a operare in nome e per conto del Gonfalone, era autorizzato a riscattare autonomamente gli schiavi sardi presenti in Barberia (3).

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Sisto V riscatta schiavi

prigionieri

Di papa Sisto V, della tempestività dei primi provvedimenti intrapresi per la redenzione e il riscatto degli schiavi cristiani, dell'autorità morale e del prestigio internazionale di cui godeva sin dall'inizio del suo pontificato anche presso i governanti islamici, riportiamo di seguito il racconto del p. Casimiro Tempesti.3

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L’opera di Sisto V a favore della squadra permanente della Marina Romana

fotosilvestroPremessa

In altra sede sono state prese in esame le provvidenze di Sisto V a favore della marina e l'attività svolta dalla squadra permanente di base a Civitavecchia.(1)

A completamento di tali notizie, se ne forniscono ora altre al fine di ampliare il quadro di riferimento e di dare maggiori dettagli sull'opera di Sisto V in campo marittimo.(2)

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IDEAZIONE DI UNA CROCIATA: dalla Battaglia di Lepanto alla progettazione della conquista del Santo Sepolcro

IDEAZIONE DI UNA CROCIATA: Dalla Battaglia di Lepanto alla progettazione della conquista del Santo Sepolcro
Tratto da “MEMORIE IN FORMA DI ANNALI DEL PONTIFICATO DI SISTO QUINTO DI INCERTO AUTORE”

Le Memorie citate nel titolo di questo lavoro riguardano gli avvenimenti principali dei primi tre anni del papato del Pontefice Sisto V (1585-1590) documentati in un manoscritto di un Autore che fino ad oggi risulta anonimo. Già noto nel XVIII secolo, lo scrittore francescano Casimiro Tempesti nella sua opera “Storia della vita e delle gesta di Sisto Quinto sommo pontefice” lo chiama Anonimo del Campidoglio non avendo altri dati. L'autore del manoscritto, per i particolari descritti, è sicuramente molto vicino ai centri di potere pontificio soprattutto nelle vicissitudini inerenti la politica estera.

Con la battaglia di Lepanto del 1571 si ha la perdita dell'egemonia ottomana sul Mediterraneo che vedrà il nascere di una presenza diffusa grazie anche alle divisioni ed invidie dei vincitori cristiani che spesso sfociano in trattati come quello del 1573 tra i Veneziani e il Sultano che in cambio di una circolazione di merci più protetta pretenderà un' espansione in nord Africa o quella del re di Spagna Filippo II che lascerà Cipro in mano ottomana per evitare di avvantaggiare l'economia di Venezia. Di conseguenza la presenza ottomana resterà nel bacino mediterraneo una realtà che comporterà non pochi problemi alle Nazioni che vi si affacciano.

Tra le varie esigenze spicca quella di voler riscattare i cristiani fatti prigionieri e a tal scopo già nel 1581 il pontefice Gregorio XIII (1572-1585) affida all' Arciconfraternita del Gonfalone l'opera pia del riscatto degli schiavi, autorizzandoli a reperire fondi e a trattare con le autorità ottomane per il rilascio di salvacondotti per i negoziatori. Si calcola che dal 1581 al 1756 circa 5400 persone siano state così liberate con un importo medio di 400 scudi.

L'Anonimo del Campidoglio ci da qualche particolare circa l'operato dei “Redentori” (a pag. 155v e seg.), oltre a testimoniare l'interesse di Sisto V, (succeduto a Gregorio XIII) che approva le finalità e l'operato della Confraternita incrementandone le dotazioni anche con una donazione sua personale:

Havea Gregorio sin dal '81 dato cura alla Confraternita del Gonfalone di ricomprare i Schiavi da mano d' Infedeli. I Priori d'essa Monsignor Girolamo Avila, Paoli Mattei, Carlo de Massimi, Ulisse Lanciarino, gentilhuomini Romani, mandarono in Algieri con salvacondotto de Turchi, e Mori alcuni Redentori, tra essi due Padri Capuccini Sacerdoti, i quali con ampla autorità loro concessa da Gregorio, confessassero, communicassero, e spiritualmente aiutassero l' Anime di quegl' Infelici, oltre al redimere dalla servitù i Corpi di quelli, che la quantità del Denaro, datoli dalla Confraternita potessero, e conforme alle loro Instruttioni dovessero.
Questi messisi con gran fervore nell'opera, vi fecero frutto notabile, insinche morti di peste con infinite lagrime, e dolore de poveri schiavi, andarono ad aiutarli meglio in Cielo, che non havean fatto in terra. Impercioche fu alla loro intercessione attribuito il meglioramento, che notabile fra poco seguì alle loro cose.
Perché Sisto informato di quanto era passato, e del molto servitio di Dio, che dalla continuatione, et ampliatione di tal maneggio si traheva, fondò à 12 d'Aprile (1586) l'opera della Redentione de Schiavi dello Stato, sottoposto mediate, et immediatamente alla Chiesa confermandone la soprintendenza alla Confraternita del Gonfalone, concessegli per dote sino alla somma di 8 mila scudi annui della sua borsa, sopra varie speditioni di Dataria, Camera, e Cancelleria, e licenza di questuare à lor soli in tutto lo Stato Ecclesiastico per la redentione de Schiavi, salve però l' antiche ragioni, che per quest' istessa opera hanno le Chiese di San Tommaso in Monte Celio, e Santo Stefano in Trullo. Chiese hora deserte, e che della ragione, che loro resta, si contentarono tenere il titolo senza effetto.

A pag. 317r e seg. viene riportato un episodio, avvenuto nel periodo pasquale del 1587, che vede la liberazione, previo riscatto, di schiavi cristiani. Si nota che il viceré di Algeri “fa credito” al padre Cappuccino che aveva il compito di riscattare gli schiavi cristiani e che al momento non aveva tutto il denaro occorrente; Sisto V provvederà personalmente al ripiano del debito.

Era stato l'Anno precedente avvisato il Pontefice da Tripoli di Barberia, con una lettera di tre Sacerdoti Schiavi, un Cappuccino, un Zoccolante, et un Secolare per nome Oratio Franchi da Pisa, già Cappellano delle Galere del Gran Duca di Toscana, d'un miserabil caso successo in quella Città nel modo seguente.
Stava Assam Bassà vice Re di Tripoli in Campagna con tutto il Nervo della sua Soldatesca per riscuotere per forza da i Mori del Paese quello, che non volevano dargli di buona voglia, deliberorono i Christiani, che schiavi si trovavano in Tripoli, servendosi dell'occasione di prendere, e Saccheggiare la Città, e fuggirsene; L'ordine del Concerto fu tale: Erano li Schiavi ogni giorno condotti ad una Pianura lontana dalla Città sei miglia per portar sassi al Palazzo del Vice Re, si trovava aperto, e senza guardia un ricco Magazzeno d' armi, atto à guarnire molte migliaia di Persone.
La Città per l' uscita del Bassà con l'Esercito restava si mal fornita di Soldati, che non si vedeva, chi potesse ad impeto repentino far gran resistenza; Risolsero dunque li Schiavi Christiani, che il Sabbato di Carnevale, tornando di là carichi di pietre, quando fossero in Casa del Bassà, con essi uccidessero i loro Guardiani. Indi nel Magazzeno armatisi, che quanto fosse necessario si fortificassero dentro al Palazzo con gran corpo di Guardie, e col restante di loro sotto buoni Capi facessero l' effetto del Bottino, e della fuga, era tanto bene ordita la rete, che se la temerità d'un solo, come accade nelle cose dove entra moltitudine non la rovinava, vi era dentro il Nemico, e la preda disegnata, venuto il giorno destinato, una parte de Schiavi entrata nella Città s' avvicinava al Palazzo, quando alcuni, che seguivano gonfij di troppe mature speranze diedero alla voce d'uno, che troppo scioccamente impatiente cominciò. Gridorno ad una voce molte fiate libertà. Indovinorno i Turchi à quel grido il disegno de Schiavi, onde serrata incontinente la Casa del Vice Re, acciò non vi si potessero armare, quelli, che erano più vicini nel far forte, si scagliorono, con ogni sorte d' Armi contro quei Poverelli disarmati, et uccisero 150, e feritone altri 100, dal solo loro utile furono tenuti à non tagliarli tutti à pezzi, incatenorno però strettissimamente quelli, che dalla loro crudeltà avvanzorno, e sino alla venuta del Bassà, in una oscurissima, e strettissima Caverna li serrorno, senza distintione de sani, e feriti, fecero ivi gl' infelici una veramente digiunatissima, e penitentiosissima Quaresima, con la giunta di tutta l' ottava di Pasqua d'avvantaggio, perché non prima della Domenica in Albis fù di ritorno il Bassà, mà non si sciolse col suo ritorno il digiuno de cibi degl' Incatenati, mà si bene quello del sangue di quel Barbaro, fece egli con turchesche empietà scorticar vivo uno di loro, due impalare, e 16 crudelissimamente tenagliare per tutta la Vita, trà quali furono i tre già detti Sacerdoti, la relatione del fatto mandata da chi dicemmo a Sisto, fu dagl' istessi accompagnata con si pietosa supplica, che commosse le viscere a Sisto.
Ordinò alla confraternita del Confalone, si mandassero quanto prima de Padri Cappuccini al riscatto a Tripoli, et Algeri, assegnando loro oltre quello, che da se haveva la Confraternità alcune migliaia di Scudi, et a quel Padre Cappuccino, che fu disegnato Capo della missione fece grand' animo, promettendoli di sovvenire quell' opera, oltre à quello, che li donava di presente, di quanto fosse necessario per sollevare le miserie di quegl' Infelici, rimettendosi intieramente alla prudenza, e carità di lui, al quale per fine compartì con molta liberalità ricchi Tesori di facoltà Spirituali, et indulgenze da spenderle in aiuto di quell' Anime.
Esseguirono i Capi Cappuccini, come è loro solito con singolar diligenza, et edificatione quanto fù loro imposto. E perché in Algeri trovorno oltre agl' altri dati in nota in Roma quantità grande sì di Giovani, come di Donne, de quali pericolava la fede, se non fossero presto riscossi dalle mani di chi continuamente li stringeva con minaccie, e tormenti a rinegare, risolsero di tentare le Redentione ancor di quelle, mà non bastando a tanta moltitudine il denaro, il lor Superiore, Padre di ferventissimo, e sincerissimo Spirito, e per tale anco conosciuto da Barbari, impetrò molti di quelli ancora, per li quali non haveva pronto il riscatto dal Vice Re, detto dal volgo Re d'Algeri, contentandosi quel Barbaro della semplice parola del Cappuccino, come di sicuro pegno per 15 mila Scudi, che tanto era il prezzo di quelli, per li quali mancava il contante. Tanta forza ha l'esempio della Vita anco tra Barbari per accreditare la fede della parola.
Ragguagliato di tutto il successo il Pontefice ordinò, che dalla sua propria borsa fosse pagata intieramente la somma promessa dal Cappuccino sul principio di Marzo.
Erano quando ciò successe i primi giorni di quaresima, et i Predicatori nel primo caldo del lor arringo, facil cosa fu dunque, risaputosi tutto il fatto, il celebrarsi da Pulpiti con notabil gara d' eloquenza l'animo grande d'un Re Infedele, che tanto si fosse della parola d'un Religioso povero assicurato. E la magnanima liberalità di Sisto uguagliata a prova di tutti i Predicatori ad ogn' altra de suoi Antecessori; Gratissimo fu à Sisto un tal Encomio, e fu per molti di veduto straordinariamente godere di si chiara fama per esser di virtù, della quale sospettava haver poca lode appresso il Volgo. Inviò intanto il Cappuccino i ricomprati a Roma, restando egli forse per pegno della sua parola in Barbaria. Arrivarono quelli a 12 di Marzo, al numero di 200 dell'uno, e dell'altro sesso in Roma, dove entrorno à due à due, incontrati fuori della Porta, et accompagnati da fratelli del Confalone, e da Popolo innumerabile, che a questa vista dirottamente piangeva, benedicendo à gran voce gl' autori di si pietosa fatica, e spesa, e doppo d'haverli tenuti, e spesati alcuni giorni, furono la Domenica di Passione condotti coll' istesso ordine à Santa Maria Maggiore per licentiarsi dall' Immagine della Beata Vergine, che è della Confraternita del Confalone, e quivi baciati i piedi al Papa, che vi faceva conforme alla nuova Bolla Cappella quella mattina, furono il doppo pranzo, che li fu dato lauto Convitto d'avvantaggio proveduti d' Elemosina per tornarsene ciascuno al suo Paese, essendovene di quelli, che 40 Anni havevano portato il giogo di cosi dura servitù.

A pag. 344r e seg. Vengono riportati alcuni movimenti nel mare Tirreno e Adriatico delle navi corsare ottomane sia come singoli navigli che come piccole squadre navali; la guerra turco-persiana e quindi l'esigenza di spostare forze armate fa sì che la pressione nei nostri mari diminuisca. Vengono altresì riportate le vicende dei regnanti turchi con un ampio spaccato sulla vita e attività del calabrese Giovan Dionigi Galeni noto successivamente con il nome di Uluç Alì, rapito dai turchi e asceso in breve tempo alle più alte cariche, tanto da diventare il comandante navale del Corno sinistro della flotta che subì la disfatta a Lepanto nel 1571 e successivamente Ammiraglio della flotta turca:
Hebbesi nel principio dell'estate gran timore de Turchi in tutti i mari, e Marine d'Italia, Corseggiavano il Mar Tirreno, oltre à qualche legno sbandato due Squadre, una di sette, e l'altra di nove Galeotte, e nell' Adriatico furono vicine ad entrare con 29, parte fuste, parte Galee Caravaga Rinegato Venetiano, e Morata Agà Celebri Ladroni di Mare; Ma ardendo la guerra tra il Turco, e il Soffì di Persia, furono con molta fretta richiamati da Ulivviale Generale di Mare in Costantinopoli per traghettar Soldati in Asia. Non mancò ad ogni modo, fioritissima ritrovandosi la Marina de Barbari in quel tempo, che in lor vece tentasse d'infettare l' Italia da quel fianco. Vi si accostò prima Amurat Rais Capitano d'Algeri nel principio di Giugno con 6 Galere grosse Barbaresche, e poi verso li 19 dell'istesso mese v' entrò Armaut a Nemi con 18 Galeotte. Amurat venutosene a dirittura d'Algeri alla Vallona, senza toccar altro terreno per non esser scoperto, mostrò il pericolo della povera Italia in tanta vicinanza de Paesi de Nemici si fieri, e si potenti, perché partito Amurat dalla Vallona a due hore di notte dell'ultimo di Maggio, la mattina del primo di Giugno in su le 20 hore pose in terra 700 turchi nella Marina d'Otranto un sol miglio lontano dalla Città, havendo nello spatio di non più, che 8 hore , senza favor di vento, con soli Remi valicato quel mare, che ci divide da tutto quell'immenso tratto del Mondo, che fu già nostro, et hora usurpatoci da Barbari, minaccia di continuo la nostra fede, e libertà. Predati Amurat in quella spiaggia 50 Christiani, et uccisone cinque, con perdita di due soli de suoi, che venuti in mano de nostri confessarono ne tormenti esser venuto Amurat risoluto d' entrare nel Golfo di Venetia; Ma Arnaut arrivato a Durazzo à 19 dell'istesso mese scorse qualche giorno i Lidi d'Istria, con danno grande di quella costa, e maggior terrore della nostra opposta. Avvisato del tutto Sisto molto a tempo per le vigilanti Spie, che nutriva per tutto, ordinò nell'istesso tempo quanto per essi fosse necessario a Governatori delle marine, et esortò il Gran Duca a perseguitare i Corsari del Tirreno, et i Signori Venetiani quei dell' Adriatico. Obedì prontamente il gran Duca, et unite le sue, con le Galere di Genova, uscì due volte in busca del Nemico con picciol frutto, perché se bene nella prima uscita prese qualche legno sbandato, tanto però in quella, quanto nella seguente, per la tardanza nell'unire con Genovesi, i turchi carichi di grossa preda si ritirarono in sicuro prima che da nostri fossero veduti; Non minore fu la prontezza de Signori Veneti, ma più tardi il moto, dovendosi per sicurezza venire con le Galere sparse in diverse parti, e … sotto il Proveditore, che si trovava nel Porto di Lesina; Ma mentre gl' aiuti humani tardavano, s'affrettorno quei del Cielo; Imperoche morto di repente in Costantinopoli Ulivviali Generale del Mare in su i primi giorni di Luglio, sparirono repentinamente anco i Corsari, credesi chiamati dal Successore. Quest' huomo d'humanissima iattanza, gonfiato dalla Parentela del Gran Signore, di cui era genero, non primo fu nominato a quel carico, che minacciò il Mondo, e si diede a muoversi assai intorno a Galere, et all'Arsenale, ma con esito solito, e convenevole a simili palloni, che per molto dimenarsi non fanno altro effetto, che risa, e giuoco de Spettatori. Notabile fu la morte di Ulivviali, e non indegno d' esser inserita in queste memorie, massime, che havendo liberato Sisto da gran pensieri di guerra turchesca per l'anno futuro, ..che ragionevolmente vi tenga luogo. Era nella Porta grave emulatione trà due Bassà Sciario, et Ibraim, quello era grande per merito, questo per favore della Sultana. Era Sciario primo Visir, et Ibraim Genero del Signore . Accadè, che riscaldatisi una mattina per contesa di Consulta di Stato nel Divano, Sciaris nell'uscire hebbe à dire ad Ibraim, che quanto egli o consultava, o faceva, tutto era per rovina dell'Imperio Ottomano. Non soffri Ibraim l'Ingiuria, e perché il venir alle mani in quel luogo , è capitale, si contentò di mentirlo; Mà frapostisi gl' altri Bassà, et offitiali, che vi erano presenti, furono divisi. Sentì gran dispiacere del Caso il Signore Turco, perché amando grandemente l'uno, e l'altro, non voleva haver occasione di risentirsi d'alcuno di loro. Fece dunque subito far opera da alcuni grandi per rappacificarli, ma riuscendo vano ricorse ad Ulivviali, huomo per età , per carico, per fama di valore, et opere tenuto da tutto quell'Imperio in somma veneratione. Accettò volontieri l'impresa Ulivviali, e doppo qualche fatica la condusse felicemente con gusto grande del signore, e con indicibil contento della Soldana, gelosissima del gusto della sua figlia moglie di Ibraim; fatta la reconciliatione, e passato il giorno di feste, ordinò per compimento dell'allegrezza il Vecchio Barbaro per la sera stessa, che fu a 4 di Luglio di Sabbato, un sontuosissimo banchetto per li due Bassà reconciliati, et altri offitiali de primi della Porta; Ivi con maggiore confidenza nella sua complessione, la quale fu robustissima, che tema dell'età, la quale era decrepita, dissordinò giovanilmente in tavola, e più in letto, perche non contento di quanto haveva la sera intemperatamente solazzato, volse per giunta giacersi quella notte con una schiava Christiana, giovane bellissima, scielta tra alcune Centinaia, che ne teneva in un suo particolar Serraglio. Fù questo l'ultimo de suoi falli, perché la mattina fu trovato in quel letto morto, non essendovi la giovane al cui lato si morì, accorta del suo passaggio all'altra Vita per pagarvi le pene dovute a tante sceleragini, morì d'età di 74 Anni menati per balze dissugualissime di fortuna. Nacque egli in un picciol Castello dell'ultima punta d'Italia nella Calabria per nome le Castelluccie, fù rapito da Corsari turchi mentre ancor garzone stava poco lungi dalla Spiaggia del Mare cogliendo cicoria, della cui vendita, o di simili herbe viveva; Onde era chiamato il Cicoriaro, sebene molti lo chiamavano il Tignoso, per mal, che lungo tempo havendo portato ben schifo in Capo, ne riteneva freschi vestigi, ancor all' hora, che da Turchi fu preso. Dichiarossi fin da principio co' suoi Padroni di voler viver Christiano; Onde fù messo al Remo, nel quale senza vacillar nella fede visse qualche Anno. Accadè intanto, che mentre se ne stava al ferro fu da un Turco villanneggiato bruttamente, Vedasi hor qui quanto potente passione è il desiderio della vendetta. Quello, che non poté da quell' Animo fiero impetrare la forza di tutti i tormenti d'una misera Vita in ferri, e catene di galera, la tolse una sfrenatissima voglia di quel Barbaro. Visto non potersi affrontar col Turco, se non professava la medesima legge, si fece incontinente Turco, e sfidato il suo Ingiuriatore l'uccise, indi datosi alla Militia di Mare, fu in molte prove per tale conosciuto, che ascese a Capitaniato di Fuste prima, poi di Galere Reali, indi di tutta la squadra della guardia di Rodi. Nella famosa giornata di Lepanto si trovò vice Re d' Algeri Capitano di 94 Legni, che formavano il Corno sinistro dell' Armata Turchesca contro Gio. Andrea Doria Capitano del nostro Porto. Portossi in essa con tal valore, e giuditio, che perdutosi il resto dell'armata turca, ei solo de Capitani ritornò quasi Vittorioso in Costantinopoli con 30 sue Galere salvate dalla rotta, e con molte Insegne, e Bandiere, et huomini presi de Christiani nella Zuffa, cose tanto più ammirate in quella Città, di quanto più temuti nemici che erano, perché per lo più furono de Cavalieri Gerosolimitani, le cui Galere poco soccorse dal resto della nostra Armata spopolò il fiero Rinegato. Per tal fatto crebbe in tanta riputatione appresso il gran Signore che dichiarollo subito Generale del Mare in luogo d' Ali Bassa suo Genero morto nella Battaglia. Et egli raddoppiando le meraviglie del suo valore, riempì di nuove armate turche fabricate da lui in pochi mesi d'Inverno l'Arcipelago, con istupor de nostri, e de Nemici, e diffesolo, col solo vigore d'animo, e saldezza di Giuditio della bravura de nostri fatti per la Vittoria dell'anno precedente audacissimi. Ritornò in Costantinopoli con gloria di non haver fatto perdere niun legno dell' Armata, ne una Capanna dell'Imperio Ottomano doppo una scorsa che pareva l'havesse fulminata. Da quel punto senza interruttione di fortuna avversa, cosa rarissima in quella Corte, corse gloriosissimo il restante della Vita, ritenuto il carico di Generalato di Mare, et arricchito d'ogni sorte di robbe di presente, e speranza di futuro. Fu dal Re Cattolico ad istigatione di Gregorio XIII con promesse di Stati, e vendite amplissime a voler tradire l' Armata del suo Signore, con disegno di guadagnarlo, o rovinarlo, ma egli, che ben conobbe il tutto, fatto impiccare in una Antenna, chi glie ne mosse parole, senza far sapere ad alcuno la causa di quella subita giustitia, per non dar occasione a sospetti, ne troncò ogni orditura, sebene restando in lui qualche inclinatione, verso la legge, e Paese nel quale era nato, non spinse mai le forze maritime del gran Signore, che sotto lui furono potentissime ad imprese Reali, o rubbarie contro Terre de Christiani, come prima, e doppo di lui costumò la superbia Turchesca; Bene è vero, che fu egli assai per ciò non fare trattenuto da molti, e ricchi doni, co' quali fu da Prencipi Christiani, et in particolare da Signori Venetiani addolcito. Memorabile fu l'ultimo, che destinatogli da quella Signoria prima ch'ei morisse, arrivò in Costantinopoli doppo la sua morte. Era questo una Cassa di Christallo di Monte longa sei piedi, con intagli di maravigliosa vaghezza de fiorami, et Arabeschi listata, e cerchiata da larghe fasce d'Argento dorato, abbellite ancor esse da simili lavori, non comportando la superstione turchesca Imagini d'Animali, o d'huomini. Dicevasi non esser ancora uscita da Milano simil opera di Christallo, che il prezzo ascendeva à 24mila Scudi d'Oro, sebene il grido fu di 30mila. Havevane a quei Signori fatta istanza il Rinegato per presentarla alla Sultana, del cui valore intendeva valersi nella pretensione, che pure all'hora aiutava con ogni mezzo possibile d'esser dal Gran Signore creato Re d' Algeri, come ne era Vice Re. Prometteale oltre al Tributo in ricompensa, di mantener di continuo 60 Galere à sue spese, con le quali assicurasse i Mari di Levante, et infestasse incessantemente tutta la riviera di Spagna; Ma per molto, ch' egli sollecitasse il Bailo Venetiano, non arrivò la Cassetta, se non doppo la sua morte. E perché già n'era sparsa, come di gioia rarissima la nuova nella Porta, essendone stato veduto il Modello suo, mandato da Venetia, hebbe che molto penare il Bailo a difenderla da molti pretendenti, tra quali principalissimo Ibraim Genero del Signore, il quale successe nel Generalato di Mare pensava dover anco succedere à doni destinati al suo Predecessore, ma quivi ancora, come in ogn' altra occorrenza si vidde, vinse chi più poté. Il Signore Turco havuto nuova dell' Arrivo della Cassa in Costantinopoli, fece intendere al Bailo haver gusto di vederla, havendola tanto sentita celebrare. Mandolla il Bailo, e vidde, che non più hà privilegio il Cavallo del Gran Signore, come dicono i Turchi, di far proprio del suo Padrone tutto il terreno, sul quale una volta mette il Piede, che la mano di lui in appropriarsi quanto tocca, perché doppo, che da lui fu maneggiata, non si vidde più. Ereditò d'Ulivviali, come è solito fra turchi non solo questo, ma tutto il resto dell'havere il Gran Signore, che ascese a tre millioni d'oro, de quali 700mila Scudi furono trovati in contanti, poco meno d'altretanti in gioie, e schiavi, che furono al numero di 1300 d'ogni sesso, oltre à quanto haveva con Regia splendidezza speso in fabriche di Moschee, in una delle quali egli fu in Costantinopoli, con tutte le solennità usate superstitiosissima barbarie seppellito. Non tacerò per honore de nostri secoli, non tanto sterili per rari esempi di bontà, quanto di buone penne, che li portino alla cognitione degl'huomini, essendo le più intente à raccorre solo quello, che di mal odore, o si sente, o per mostrarsi di buon naso si finge di sentire in qualsisia canto del Mondo. Non tacerò dico quello, che ne Paesi di Calabria era publicamente noto, mentre Io ero fanciullo. Sogliono d'ordinario le Galere, le quali portano ogn' anno dal Regno d'Algeri il tributo al Gran Signore approdar ne Lidi dell' Ionio, nel quale è situata la Patria dell'Ulivviali, doppo che egli fu di quella Città, e suo Contado Vice Re ordinò al Rair Capitano delle Galere del tributo, che accostandosi alle Castelluccie vedesse, con mettere segno di pace di parlare a sua Madre, la quale Vecchissima viveva in un estrema necessità, e significarle le grandezze del figlio, l'inducesse a lasciarsi a lui condurre, per godere anch'ella di si gran fortuna, e perché pensò a quanto poteva ella sospettare, le promettessero a suo nome, con ogni sorte di giuramento, che non haverebbe havuta sorte alcuna di molestia in materia di Religione, fece il Rair l'offitio con gran Caldezza; ma ella tenendo la Corona della Beata Vergine in mano, che disse sempre il Rais, le parlò con gran sommissione, non le rispose altro, salvo che mio figlio è turco, et Io son Christiana; Ne potè mai per molto, che la battesse il Rair, cavarne altra risposta. Dà indi in poi havendo l'Ulivviali ordinato, che non si danneggiassero le Spiaggie di quel Castello, mentre la buona Vecchia visse, ogn' anno nell' andare, e tornare di quelle Galere era rinuovata l'offerta a quella poverissima, ma costantissima Vecchia, con istupore di chiunque lo seppe, non essendo mai intanto stata dal figlio sollevata l' angustie della medicità di lei. Alcuni dicono perché ella non volle da lui mai accettar presenti. Altri che il Figlio non volle mai farla presentare, gran fatto, per ridurla alla fine , per necessità di lasciarsi trasportare in Costantinopoli, o Algeri, cose delle quali, o l'una, o l'altra vera sia, non so qual sia la più gloriosa alla memoria di si gran costanza d'Animo Christiano. Ma è hoggimai tempo, che noi alla nostra historia ritorniamo.
Pag. 350r e seg. Sisto V cerca di contrastare la presenza navale turca con una propria chiedendo aiuto al gran duca di Toscana; la cosa fa insospettire Venezia, timorosa per le presunte minacce alla sua influenza in Adriatico e per un sodalizio papato-gran ducato di Toscana che poteva alterare gli equilibri politici.
La pavura, che si hebbe de Turchi nell' estate dell' anno precedente, accese maggiormente la voglia à Sisto d'armare qualche buona squadra di Galere; Onde havendo fatto sin dall'anno passato, per mezzo del Cardinal Rusticucci ricercare il Gran Duca Francesco, ch' egli volesse far da suoi Ministri fabricare tre Galere nuove, e procurarnele la vendita di quattro altre da Federico Spinola, quello, che servendo poi con esse il Rè Cattolico ne Mari de Paesi bassi aprì la strada alla grandezza del Marchese Ambrosio suo fratello; ma avvisato, che non se ne poteva per mancamento di materia , e de Mastri fabricare in Toscana più, che una, sollecitò in questo mentre, e l'opera, e la compra, ne punto si turbò, ne s'intepidì per un avviso in questo mandatoli dal Gran Duca per mezzo del Nuntio. Diceva in esso, come i Signori Venetiani insospettiti del Papa, che con le sue Galere non volesse prendere nelle sue Riviere il possesso dell'Adriatico, tenuto da quella Republica per proprio. Stavane in continuo consulto del modo di sturbare l'essecutione, havendo risoluto alla fine di valersi del Rè Cattolico, con metterlo in gelosia de Stati, e Fortezze che ha nelle Riviere di Toscana, briglie non meno delli Stati della Chiesa, che del Gran Duca. Pareva, che si potesse dar qualche colore all'inventione, non solo per la volontà mostrata dal Papa di servirsi del Gran Duca nella fabrica de legni, ma molto più per la strettezza grande,che tra loro si vedeva passare nella Communicatione de Segreti, e de Consigli, havendo penetrato quel, ch'era vero, esser espresso ordine del Gran Duca nella sua Segretaria, che non si tenesse celato avviso alcuno al Nuntio di quanti da qualsivoglia parte ve ne capitassero.
A pag. 358v. La morte del gran duca Francesco I de Medici (19 ottobre 1587) priva Sisto V di un prezioso alleato bloccando il progetto che prevedeva di colpire economicamente l'impero turco. L'idea era di conquistare il porto vecchio di Alessandria d'Egitto nei pressi del quale vi erano i magazzini reali, punto di arrivo di tutte le mercanzie che tramite il Mar Arabico e il Mar Rosso ivi confluivano. Francesco I, dopo aver avuto informazioni di natura logistica, vista l'indisponibilità di Filippo II di Spagna, si era rivolto in gran segreto al Gran Maestro dell'Ordine di Malta e alla Repubblica di Genova ricevendone promesse di fattiva collaborazione, ma la morte ne aveva impedito il prosieguo dell'impresa. La conquista di Alessandria era un progetto che piaceva molto anche a Sisto V, che confidava di potersi aprire la strada verso la Palestina contando sull'aiuto in loco di nemici degli Ottomani, di forze Druse e Georgiane che mal sopportavano il giogo loro imposto e anche dell'intervento di principi cristiani. Lo scopo ultimo era l'appropriarsi delle reliquie cristiane situate a Gerusalemme, in primis del Santo Sepolcro che, smontato, sarebbe stato portato a Montalto, con una conseguente perdita economica da parte del governo turco che da esse (reliquie) ricavava grosse entrate. Il pontefice manda un osservatore ad Alessandria, il vescovo di Ceneda, monsignor Marcantonio Mocenigo, che però riferisce che le condizioni sono sfavorevoli, visti i successi dei turchi che nella guerra persiana erano arrivati addirittura a Tarvis, città reale della Persia e il ridimensionamento, per sconfitte militari, dei Signori arabi, dei Drusi e dei Giorgiani. Le condizioni erano talmente sfavorevoli che Sisto V abbandonerà l'idea dell'impresa!
Diede il Pontefice in Concistoro conto à Cardinali della morte del Gran Duca, con vivi segni di dolore, dicendo d'essersi perduto uno de più savij,e risoluti Prencipi d'Europa, et un implacabile Nemico de Barbari infedeli, e tale era in effetto. Et appunto fu dalla morte tolto, mentre machinava una dannosa Impresa per l'Erario
Turchesco. E' Alessandria Chiave dell'Egitto, Scala di tutte le Mercantie dell'Oceano portandosi dal mar rosso per schiene de Cameli, et insino al Nilo ogni sorte di gioie, e Margherite, oltre à pretiosissime Drogherie, che per il Nilo poi à Seconda vi si conducono per distribuirsi à Mercanti, che d'ogni Natione vi concorrono pel resto dell'Europa; E sebene gran parte di questo traffico di Levante, e dell' Indie Orientali hà la Solertia portughese trasportato per giro immenso de Mari, che circondano tutta l'Asia, e l'Africa, à Lisbona, non è però, che i Maomettani non mantenghino ancor grosse Caravane per commodità di due Seni Arabico, e Rosso, posseduti intieramente da loro, eccetto una, ò due fortezze, che vi hanno drizzato i Portughesi, et i Mercanti più volontieri trafficano in Alessandria, havendovi per la brevità del Viaggio minor difficoltà, e spesa. Non è la Città d' Alessandria nella pristina grandezza della quale appena ne ritiene tanto de vestigij, quanto le basti per credere quanto di lei si trova scritto. Hà due Porti, uno congionto per una lingua di terra all'altro. Il Vecchio,e il nuovo. Traficasi hora nel nuovo per esser più vicino alla terra, e questo viene con diligenza guardato, sicome è stato di fresco dagl' Ottomani ben munito. Resta pertanto con poca guardia, e debolissimi ripari il Porto Vecchio, vicino al quale stanno i Magazzeni Regij, ne quali per le Gabelle si carica ogni mercantia. Del Sito, della conditione, e provisione del luogo, haveva il Gran Duca havuta piena notitia da Alessandro Rilassati Mercante fiorentino, e da alcuni altri Piloti, che havevano con diligenza scandagliata l'Altezza dell' Acque per tutto il Porto, e sua bocca, e preso di quello, de Magazzeni, e Castelli, che lo guardano la pianta riferivano per tanto e cosi giudicò, chi ne vidde il disegno mandato, con le sue misure, che si poteva sorprendere il Porto vecchio, e saccheggiare i Magazzeni prima che potesse giongere sufficiente soccorso dal Porto nuovo, e che vi bastarebbono 2mila fanti di fattione, che ponessero il piede in Terra. Da tale informatione animato il Gran Duca, senza scuoprire il particolare del suo disegno, richiese infin dal principio dell'Anno 86 il Rè Cattolico
acciò lo sovvenisse di 12 Galere, funne tenuto in speranza più d' un Anno, e finalmente escluso con allegar la tregua, che quella Maestà haveva col Turco. Risolse dunque di voltarsi à Malta, e Genova, della quale Signoria, passando trà essi buona intelligenza per la comunanza dell'interesse delle loro macine confinanti, haveva certezza d'aiuto. A Malta inviò il Cavalier Beccaria, il quale communicato con strettissimo segreto il Trattato col Gran Maestro, che solo alla morte del Gran Duca se ne trovò conscio, Hebbe promessa di tutte le forze marittime di quella sua Religione, e già s' apparecchiava quanto per quella Impresa era necessario con incredibil segretezza, con la quale in tutto questo maneggio il Gran Duca fu servito, che mai il Nuntio mentre Francesco visse non potè havere sentore, havendone subito morto lui saputo l'intiero, del quale diede avviso à Sisto à 26 d'Ottobre. Era Sisto di sua natura inclinato ad Imprese grandi oltre mare, et haver havuto nel principio del Ponteficato qualche disegno su l'istessa Piazza d' Alessandria, come su una Chiave d'Egitto, e Porta della Soria, e Palestina; fù la prima abborzatura prendere la Città, e tenerla con aiuto da una parte di due principali Signori Arabi, Sriach Issa, et Albuige, capitali nemici de Turchi, che offerivano con grandissimo numero di quella gente fiera tener servata ogni via di soccorso, che per terra potessero inviare gl' Ottomani. Dall'altra con le forze de Drusi, e Giorgiani, che antichissimi Christiani aspiravano à liberarsi dalla Tirannide del Turco, di cui non essendo per ancor Vassalli, erano nondimeno astretti a patire ogni giogo. Quindi pensava apertasi la Strada à Gerusalemme, tenerla, se i Prencipi Christiani, come sperava l'havessero soccorso, o rapitone le più pretiose reliquie, e memorie del nostro Redentore, lasciare il suolo dissutile, et infruttuoso a quel Barbaro, che della Visita di quel luogo cava Tesoro inestimabile, dissegnava in particolare fare a forza di Piccone da periti Maestri tagliare in grosse croste tutto attorno il Sepolcro del Salvator del Mondo, et intavolato conforme all'arte, acciò non si rompesse nel muoverlo trasportarlo nella sua Patria di Montalto con eterna gloria, e del suo nome, e della Provincia della Marca, che si sarebbe ritrovata ricca delle due più pretiose memorie della nostra Redentione; In Loreto della Casa di Nazaret, dove prese la nostra Carne mortale, et in Montalto del Santo Sepolcro, dove alla fine la lasciò. Fù à tal pensiero spinto da qualche nobile Venetiano, il quale stato in Alessandria alcuni Anni prima, et in Soria, haveva pratticato quei due Signori Arabi, che habbiamo nominati, et havutone gran promesse, questo fece intendere il trattato à Sisto per mezzo d'Antonio Moccenigo suo fratello, Cameriero di lui, confortandolo vivamente all'Impresa, come à cosa degnissima della sua grandezza, di spesa non molta, e qualunque elle fosse, sempre picciola rispetto alla preda ricchissima de Magazzeni d' Alessandria; ne di gran pericolo per ritrovarsi il Turco esausto, et impegnato nella guerra contro al Persiano, et i Vicini Arabi, Giorgiani, e Drusi pronti à dare ogni soccorso, et a servire con dispendio di mese in mese a paga servita. Diede Sisto orecchio al Maneggio, ma perché come prudente, ne volle informatione megliore. Si mandò cola una Spia prattica, e fidata a nome dell'istesso Moccenigo, che intanto fù da Sisto creato Vescovo di Ceneda. Portò costui una piena informatione del Paese, con disegni della Città, Porti, e Spiaggia d' Alessandria,e luoghi vicini, ma riferì haver trovato in modo peggiorate le cose, che gl' Arabi, e Giorgiani, per le dure percosse ricevute da Turchi, che non parve si potesse più in loro far fondamento alcuno; Onde raffreddato Sisto non raccolse il Messo col solito affetto, ne fece conto più che tanto d'un parere mandato dal Vescovo di Ceneda, col quale sul proprio giuditio, e quello d' alcuni Senatori Veneti confortava tuttavia il Papa a quell'Impresa. Diceva in esso vedersi chiaro dall'informationi, e dal disegno, e pianta de luoghi non v'esser più cosa facile del prender Alessandria, chiamata già da Tiberio Imperatore Chiave d' Egitto, non esservi cosa di maggior utile presente per gl' inestimabili tesori delle merci pretiose conservate ne suoi Magazzeni, oltre alle robbe di Mercanti Maomettani, che in quel Porto, come nell'Ombelico dell'Imperio Turchesco fanno scala. Esser vero, che non era all'hora tanto sicuro, quanto fu nel tempo, nel quale suo fratello, che era già morto, trattò con Ischiceh, Issà, et Albuige Gran Signore d'Arabi il conservare l'acquisto con l'aiuto di quegl' infedeli, ma restando a questo tanto di forze, quanto lor bastava a travagliar l'Inimico, e divertirlo, restava nientemeno facile l'acquisto di quel che prima fosse, anzi molto più stante la gagliarda diversione della guerra di Persia, che assorbiva tutte le forze Ottomane. Il mantener poi l'acquisto non dover parere a un Papa Sisto tanto malagevole, perché oltre alle forze proprie, essendo un impresa tanto santa per se stessa, tanto atta a ferire il cuore del commun Nemico, e maneggiata dal Capo della Christianità, e Capo di tal senno, et autorità, qual era Sisto V, non pareva potesse esser abbandonata, massime se havesse felice principio di si honorata sorpresa, da qualsivoglia Prencipe, e Signore cristiano, e se Corone di Grecia, cioè del mezzo dell'Imperio Turchesco, fu tanto tempo tenuto a viva forza da Carlo V , perché non doveva sperarsi di conservare una Città, che in 20 giorni si può rendere à benefitio del suo incomparabil sito inespugnabile per quanto basti à muoversi i Cattolici, lasciati i loro particolari interessi ad aiutare un tal Vicario di Christo à ritener la Porta del Santo Sepolcro. E se bene alle volte i Signori Venetiani erano stati di parere non esser bene con nostri tentativi divertire il Turco dalla guerra di Persia, perché ingannati dalla fama Popolare credevano, ch' egli vi facesse gravi perdite, le quali non era utile a noi l'impedire; Nondimeno doppo che alcuni Senatori havevano parlato con quella Spia, la quale però sempre haveva lor negato d'esser stata mandata in Levante dal Pontefice, esser del tutto mutati di parere, confessando le cose de Turchi esser state riferite al contrario. Perché già intendevano non solo, non havere il turco in quella guerra fatto alcuna perdita, mà havervi più tosto guadagnato tre Regni con 40mila zimarri, che la manterranno sempre 50mila Cavalli, et assicurato con debellare la maggior parte de Giorgiani il cam(m)ino insino à Tarvis Città Reale di Persia, et hora trovarsi in Ardvil, Città nobilissima, dove non solo l'Armi, anzi appena il nome degl' Ottomani era mai gionto. Questo fù il parere di Moccenigo, che qualunque si fosse non passò oltre alla carta, et alla lettura del Papa, il quale con attendere à fabricar Galere pensava di mettersi all'ordine per qualche altro tempo, che frà poco poi l'intrigò in cure profonde di pericoli più vicini, come il progresso di queste memorie mostrarà.

Papa Gregorio XIII per il riscatto degli schiavi

Nelle memorie di Luigi Ruggeri 1 il Pontefice Gregorio XIII (1572 - 10.04.1585) solle­citato, più che altri, dai lamenti e dalle lacrime delle madri e dei parenti dei suoi sudditi che piangevano la schiavitù dei loro congiunti, decise di costituire in Roma, dove non vi era, l'Opera della Redenzione degli schiavi per gli stati della Chiesa; e deliberò di non po­terla meglio affidare che ali' Archiconfraternita del Gonfalone, — come più antica, nobile, e co­piosa di uomini di tutte le altre; che avea dato tante prove di eroica carità e che fin dall'anno 1404 si era dedicata specificamente al riscatto degli schiavi .

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Progetti di Sisto V per una crociata

Libro I, CAPITOLO VII - pp. 383 - 395 

Un papa, che come Sisto V mirava sempre ed in sommo grado all'interesse generale della cristianità, non poteva restare indifferente di fronte al pericolo turco. L'idea della lotta della croce contro la mezzaluna, che aveva ispirato al suo contem­poraneo Torquato Tasso versi immortali, lo riguardava in modo speciale per le tradizioni del suo ordine, i cui membri soltanto, dopo la conquista della Palestina, eran restati coraggiosamente fermi in quel posto, facendo con generosità colma di sacrificio la guardia al Santo Sepolcro.

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Politica estera - Estremo Oriente

1549: Il Padre Francesco Saverio (poi santo), compagno di Ignazio di Loyola arriva in Giappone iniziando un'opera di evangelizzazione che porterà al battesimo del re di Bungo (uno dei maggiori principi di quel paese), che viene così rinominato con il nome di Francesco. Il re di Arima  viene battezzato con il nome di Protasio e il principe di Omura con quello di Bartolomeo.

1572 Estate. Viene nominato Visitatore per le Indie il Padre Alessandro Valignano che esorta i principi convertiti a mandare giovani ambasciatori ( visto il viaggio particolarmente lungo) a Roma.

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Politica estera - Estremo Oriente

JapaneseDelegatesAndPopeGregory131549: Il Padre Francesco Saverio (poi santo), compagno di Ignazio di Loyola arriva in Giappone iniziando un'opera di evangelizzazione che porterà al battesimo del re di Bungo (uno dei maggiori principi di quel paese), che viene così rinominato con il nome di Francesco. Il re di Arima  viene battezzato con il nome di Protasio e il principe di Omura con quello di Bartolomeo.

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La missione degli Ambasciatori Giapponesi del 1585 e Bagnaia


pagine zen 1585 giappone milano 03Nel 'marzo del 1585 un insolito corteo giungeva a Bagnaia, feudo vescovile di Viterbo, e si fermava nel­la villa del cardinale Gianfrancesco Gambata: era il corteo dei primi ambasciatori giapponesi mai giunti in Europa.

Si trattava di una missione religiosa: gli ambascia­toti erano diretti a Roma, dove erano attesi con vivis­sima aspettazione (1) dal papa Gregorio XIII, a cui avrebbero portato le lettere di ossequio dei tre daimyo cristiani di Kyushu, l’isola più meridionale del Giap­pone. Per la maggior parte degli europei questo paese era allora poco più che l’eco di racconti favolosi, ima c’era già chi ne aveva una idea abbastanza precisa.

« Il Giappone è un paese isolato, grande come tre volte l’Italia, scoperto quarantacinque anni fa da mer­canti portoghesi naviganti oltre l’india orientale fra Levante e Tramontana, situato nel nostro emisfero, ha­vendo elevato il Polo Artico trentacinque gradi in cir­ca, ma per Diametro quasi contrapposto all’Italia... »: inizia così l’attentissima e acuta relazione, tempestiva­mente pubblicata a Venezia da Paolo Meietto, il 23 aprile dello stesso  1585 (2). E continua più sotto: « È diviso in sessantatre Signorie, habitato da gente soverchiameme desiderosa d’honore, e di regnare; laonde quei Prencipi fra di loro sono in continue guerre per confermare e accrescere li Stati ».

È senz’altro questa situazione di conflitto interno, ben rilevata dal Veneziano, uno dei motivi principali che permisero la penetrazione del Cristianesimo in Giappone nel XVI secolo, al seguito dei primi mercan­ti portoghesi sbarcati a Tanegashima nel 1543.

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