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Papa Sisto e Margutto

Ci furon di quelli i quali vollero che la statua rappresentasse un tal Mario Gutti, signorotto fermano, il quale, anzi, morendo, lasciasse il suo avere al comune con l’obbligo in ogni anno di esporla a suon di corni e spari di mortai.

Ma la famiglia Gutti non è mai esistita a Fermo, e molto meno questo Mario Gutti; e quindi tale ipotesi va messa fra le leg­gende strane ed insulse.

Altra è l’origine, altra la storia vera.

Da tempi remoti Uno al 1817 fu in uso tra noi il giuoco della quintana, la quale era un grosso legno, che si ficcava nella terra, in forma d’uomo dal busto in su, cui andavano a ferire le lance dei giostra­tori. Se la lancia percuoteva nel giusto punto, il legno stava fermo; se il giostratore sbagliava colpendo qualche altra parte, il legno era posto in tal bilico, che girava su sé stesso e col braccio steso, e armato di clava percuoteva il mal destro cavaliere. Questa quintana era anche talvolta chia­mata Saracino, specie a Firenze, perchè il legno rappresentava la testa di un sa­raceno.

A Fermo ebbe nome Margutto.

Ora dinanzi a questa rozza statua, che per le sue forme soverchiamente scanda­lose dovette subire delle amputazioni, Scarabocchio giustamente si lagna ed esclama: Povero Margutto! Come è diverso dalla sua gioventù, quando, eretto nella pub­blica piazza, esponeva alla luce gloriosa del sole la sua gigantesca figura con tutti i segni della sua forza e della sua potenza! Ma la castigatezza dei nostri maggiori lo colpì, ed allora alcuni saraceni suoi amici e colleghi, gli proposero, per vendicarsi, di fuggire nella loro patria, dove avrebbe potuto campare la vita come guardiano di qualche harem! Ma il buon Margutto non si sentì la forza di lasciare la sua Fermo, e, nonostante i gravi torti che avesse ri­cevuto, qua rimase fra noi! — E quei sa­raceni, amici di Margutto che lo consi­gliarono ad abbandonare Fermo quando gli avvennero i disastri di cui sopra, erano appunto colleghi suoi, che sopportavano in pace i colpi di lancia dei giuocatori di quintana.

Del resto Margutto, come Mastorre, Ar­gante, Morgante, Manasse ed altri, è nome di origine arabica; e se avveniva, come a Pausola, che la statua fosse vestita da donna o da amazzone, si chiamava Margutta.

Ma il buon Margutto corrisponde ad al­tri significati e, che Dio lo benedica, faceva un gran bene!

Esso veniva esposto nella piazza di Fermo nel mese di agosto in tempo di fiera o dove la nobiltà fermana anticamente correva la lizza, e significava franchigia e libertà, tanto che tutto quel tempo che esso rima­neva esposto, non si potevano, fra l’altro, molestare i debitori.

Fu anche oggetto di epigrammi, ed uno splendido ne fece in latino l’egregio pro­fessore Filippo Eugenio Mecchi nei1890 in occasione deli’inauguramento ed apertura dei nuovi locali della biblioteca; altro se ne legge in un raro libretto di epigrammi del gesuita Niccolò Bardi, vissuto in principio del secolo passato.

Di quest’ultimo riportiamo la traduzione stampata nel 1874 e che suona così:

DELLA STATUA DI MARGUTTO NELLE FIERE DI FERMO.

Sia essa d’un Goto
0 sia d’un Germano
La statua ch’è in mostra
Nel foro fermano,

Sebbene ha di scudo
La manca munita,
Di mazza la destra,
Da tutti è schernita.

Chi a Borea, chi ad Austro
Vuol giri il suo volto;
Margutto ubbidisce;
Un giro e s’è volto.

La plebe sé stessa
Trovar vuole in tutti;
Si fanno dovunque
Girare i Margutti

E qui non sarà male chiudere con un sonetto che valga anche a dare un saggio del dialetto fermano:

SISTO V A MARGUTTO.

Caru Marguttu miu, beatu te
Che fra li dotti sci jitu a finì,1
E tutti quanti a cerca de sapé
Chi deri 2 a tempu anticu e addè chi sci! 3

Sci vecchiu, è vero, un muccò 4 più de me,
E addeso non po’ fa lu screpantì, 5
Perché non ci ha più co’de fa vedé!
Ma che vo fa, Marguttu miu, è cuscì!

Imméce a me me tocoa a stà quassù
A vedenne de tutte qualità,
Che, credi puro, non ne pozzo più! 6

E mentre, a certi, su lu cococciò, 7
Commo che tu facii, je vorrio dà,
Me tocca a daje la benedizziò !...

Note

1 Sei andato a finire fra i dotti, perché la statua di Margutto sta ora riposta in una sala della Biblioteca.
2 Chi eri.
3 Chi sei.
4 Un poco
5 L'arzillo.
6 Non ne posso più
7 Su la testa

(Dal Margutto, lunario pel 1899.)
 

In: ISORA TAGLIAVINI (A cura), L'Italia di fine Ottocento, Edison Bologna, Ristampa integrale,"Le cento città d'Italia", Sonzogno, Milano 1889.

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