2021 - Celebrazioni V Centenario della nascita di Sisto V P.O.M.

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COMITATO NAZIONALE DELLE CELEBRAZIONI
Celebrazioni 2021
Lunedì, 18 Marzo 2019
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Ritratto naturale, politico e virtuoso di Sisto Quinto.

g.guerra---Sisto-v

Quando il cardinal Montalto fu acclamato sommo Pontefice aveva sessantaquattro anni, era di sana e robusta costituzione, giusta statura ed aveva in volto un colore abbastanza bruno. Era d'aspetto gradevole e signorile, gli occhi vivaci e piccoli, la pupilla nera e le ciglia grosse ed inarcate, la fronte spaziosa con qualche ruga, il naso e bocca proporzionati, la barba folta, bianca e lunga, com'era il costume dell'epoca.

Mangiava e beveva assai parcamente, vestiva con povertà, usando sempre parsimonia e frugalità. Benché vestisse poveramente, era però pulitissimo di natura e di genio. Negli abiti pontificali, da usare in chiesa e nelle celebrazioni, manteneva invece la maestosità del suo ruolo di Vicario di Cristo.

Il suo temperamento tendeva al bilioso, più che al sanguigno; ma aveva un certo che d’insinuante e di serio, che obbligava ad amarlo ed a venerarlo.

Nel parlare e nel conversar familiare era dolce ed ameno, ma senza riso, dicendo talora opportunamente qualche tiepidezza; ma quando doveva parlare al pubblico, era enfatico, maestoso, eloquente; qualora poi doveva rimproverare adirato, pareva che fulminasse l'interlocutore.

Era dotato d’intelletto acuto e penetrante e quando incontrava qualcuno per la prima volta, lo squadrava da capo a piedi, penetrandone a meraviglia le inclinazioni. Era di volontà fervida e intraprendente per le questioni più ardue, le più difficili; e di indole rivolta al degno e al grande.

Vantava una presenza di spirito singolare, capacissimo di svolgere più affari assai gravi in un tempo stesso, era di memoria tenace, rammentandosi di tutto; quindi si rammentava dell’ingiuria, detestando le azioni malvagie; ma dissimulava, sopportava e fingeva talor non udire i suoi calunniatori; perdonava e beneficava, come abbiamo dal fatto già narrato di Venezia e da quello dell’ uccisione di suo nipote Francesco.

Se poi si rifletta alla sua dottrina, quasi in tutte le scienze era a meraviglia versato, non alieno dalle muse, di soda eloquenza e di un incredibile cognizione delle facoltà filosofìche e teologiche.

Dicemmo, che quando rimproverava adirato sembrava che fulminasse, infatti entrava facilmente in collera, essendo di temperamento, come dicemmo, focoso; ed aggiunta la collera a quel suo naturale contegno e di vaneggio alla maestà principesca, pareva propriamente che fulminasse; ma per altro ritornava presto, verificandosi in lui quel che Aristotele insegna dell’ira, ch’ella cioè sia un furore breve. Ma nel tempo medesimo ch’era adirato, non lasciava di voler bene.
Ce ne assicura il suo pronipote cardinale Alessandro Montallo, il quale consolando per lettera il Cardinal Morosini, Legato in Francia nel gennaio 1589 a causa di certi rimproveri ricevuti da Sisto, cosi scrive: Si consoli V.S. lll.ma, poiché Nostro Signore è di questa natura; et questo il fa anche con altri, et non resta però dentro di se di non amare et di non voler bene.

Si adirava più o meno a proporzione dei motivi. Se qualche principe avesse preteso violare la libertà e giurisdizione ecclesiastica, su quel primo moto d’ira faceva chiamare l’ambasciatore, e, accigliato in volto, gli diceva, che facesse intendere al suo sovrano, che sin che Sisto avesse vita, non avrebbe mai tale abuso: se trovava resistenza, s’ accendeva di sdegno, parlava alto, minacciava, insomma la voleva vinta; se il principe ubbidiva, non si possono spiegare le carezze, che faceva all’ ambasciatore: ne vedremo un bellissimo avvenimento tra Sisto e la repubblica di Venezia; e vedremo come scrivesse in caso simile al re di Spagna.

Se udiva qualche grave delitto pubblico, come di fanciulle, di sacre vergini violate, di oppressione di poveri e simili, ciascuno può immaginarsi, se Sisto allora fremesse, decretando a proporzione del delitto il supplizio; ma non decretò mai supplizio di morte, che per legge non si dovesse e perché ognuno sa quali tempi allor corressero, e quante e quali fossero le scellerataggini commesse con incredibile baldanza e audacia, perchè non erano punite; quindi è che non essendo avvezzi da molti anni a veder fare la giustizia, e vedendola far così spesso da Sisto, aggiunsero al difetto di essere iracondo, la calunnia di chiamarlo sanguinario; ma Lelio Pellegrini, parlando a tutti i cardinali nell’esequie di Sisto, disse loro: Voi ben sapete, amplissimi Padri, e lo sa tutta Roma, che Sisto perdonò molte cose, attribuendole all' umana imbecillità: che se poi alcuna volta sembrò più acerbo, nel decretar pena più grave di quella, che permettevasi dalle leggi, vorrei vi rammentaste e fosse persuaso a tutti, che coloro i quali presiedevano alle sentenze capitali, confessano ora, non aver mai Sisto condannato alcuno alla morte, che per legge non se li dovesse.

Se si accorgeva, che qualche cardinale si opponesse alle sue deliberazioni, o per interesse particolare o per malizia o per altra cieca passione, allora si che accigliato montava in collera. Non era caparbio né ostinato nel suo parere, dice l’anonimo del Campidoglio, anzi aderiva volentieri al parere altrui e ne vedremo moltissimi esempi: ma se alcuno pretendeva deviarlo con passione, atterriva prima con lo sguardo e poi con la voce; ma nel parlare, dava certe botte frizzanti e affilate, che, come suol dirsi in proverbio trito toscano, radevano il pelo. Il cardinale Paleotto nemico di Sisto, perché gli aveva fatto decapitare un parente per delitto di lesa maestà, si oppose a Sisto nella creazione dei Cardinali, dicendo che non ve n' era bisogno. Non lo lasciò finir di parlare; ma sdegnoso in volto gli disse: e qual bisogno c’ era di voi, monsignore, quando foste creato cardinale?

Essendo egli di temperamento focoso, ne usciva una certa avidità di acquistare gloria e immortalità al suo nome; cosicché mise mano ovunque, nelle congregazioni, nel collegio cardinalizio, nei moti di pietà, negli uffici camerali, nelle stamperie, nelle librerie, nelle vestigia dell’antica Roma, nelle arti meccaniche e nelle libere Arti, nei tribunali,nell’urbanistica, nei luoghi sacri, nelle grancie, sui pellegrinaggi, sulla liberazione degli schiavi, sulle carceri, sulla povertà, sul banditismo, sugli ordinamenti delle Stato, e fuori di questo, negli altri stati .
Poiché possedeva l’avidità di far molte cose insieme, per accelerare i tempi, dimostrava impazienza nel mal sopportare le lungaggini.

Coloro che erano al suo servizio, se si dimostravano puntuali e solleciti, egli si mostrava prontissimo rimuneratore; ma se qualcuno avesse mancato al servigio, otteneva un rimprovero oppure l’allontanamento; si legge che un architetto considerato da Sisto non più adatto al compito assegnatogli, morì in breve tempo di crepacuore. Se per terminare una fabbrica erano necessari, per esempio, regolarmente sei mesi, con l’impiego un certo numero di operai, , egli, impaziente, voleva concludere in tre mesi, e quindi raddoppiava il numero delle maestranze da impiegare.

Il Papa si era proposto, sin dal principio del suo pontificato, a far tutto il necessario per rendere grandiosa la Sede pontificia; e, o per il suo spirito impaziente, o il dubbio circa la brevità del tempo a diposizione, che incombeva come una minaccia, ancorché sostenuto da una robusta corporatura, o perché la vastità dei suoi progetti e la grande quantità delle Opere progettate nella grandezza del suo animo, o perché anche un lungo periodo di tempo sembrava a lui brevissimo, fece iniziare tante costruzioni contemporaneamente , al punto che appena si trovavano operai a sufficienza.

Ma di nessuna gloria fu più avido Sisto, se non quella di aver messo in atto ciò che gli altri Papi non avevano neppure mai pensato; e nessun’altra cosa lo offendeva di più di quella di cercare di fargli cambiare opinione citando l’esempio dei suoi predecessori, come se egli non dovesse sottostare a regole, o che non potesse essere autore sempre di nuovi esempi: e restò doppiamente dispiaciuto dal colloquio con il Cardinale Farnese, (che riprese l’idea di Sisto di riformare l’Erario per fare cassa) il quale gli rivelò che Sisto non era stato il solo ad avere quella idea (citando l’esempio di Paolo III, suo zio), che aveva considerato le difficoltà e pensato alla prudenza di Paolo III, e egli segretamente contestava il disegno di Sisto, considerato inadeguato agli impedimenti che si presentavano, gli stessi che avevano preoccupato quel papa, Paolo III, dal mondo sempre considerato oracolo di prudenza civile.

Mentre Farnese parlava, Sisto mutò in volto, e piuttosto adirato rispose: Non è maraviglia monsignore, che a tempo di vostro avo non si potesse mettere in opera il disegno di far tesori per la Chiesa con l'entrate, et proventi ordinarj, scialacquati (fu questa la parola formale della quale si servì il Papa) da lui in tanti modi per ingrassare i suoi, i quali non sono, la Dio gratia, a tempo nostro. Farnese ascoltato ciò, arrossì e si tacque.

Quindi, da questa passione, da questa impazienza di non voler lungaggini, da questa avidità di gloria, voleva che le cose da lui comandate fossero eseguite celermente, bene, in tempo proporzionato al tipo di lavoro e ai mezzi disponibili, e per ottenere ciò egli soprintendeva tutti i lavori o di persona o per mezzo di familiari, creando a costoro difficoltà perché non lasciava da altri alcuna autonomia di esecuzione.

Voleva che nei Concistori e nelle Congregazioni intervenissero tutti i Cardinali non legittimamente impediti; e che ciascuno si esprimesse liberamente; ci narra il segretario dei concistori che egli affermava con veemenza le sue proposte, convinto della loro giustezza, e allora alzava la voce, o sviava una risposta, rimproverando che nella risposta v’era passione occulta; e veniva giudicato talmente insofferente che, alcune persone a lui care, ed i suoi amici divennero suoi nemici disertando i concistori, e obbligandolo a rimediare con un decreto che li costrinse a cambiare idea.

Sisto chiedeva che questi si recassero nelle cappelle che lui aveva rinnovato riportandole ai tempi dalla nascita della Chiesa; se non le frequentavano, egli diceva, ammoniva, tornava a ridire, strepitava. Egli però era il primo a trovarvisi, fosse estate o d’inverno, cosi scrisse Lelio Pellegrini; ed il Panigarola nella sua orazione recitata il giorno delle ceneri a S. Sabina cosi disse al Clero: Questi dunque fra tutti i Principi il massimo, che tiene in terra un grado prossimo al cielo, distratto da gravissime occupazioni pel governo di tutto il mondo, che si trova in età bisognevole di riposo questi, diceva, non perdonando all’età, non alle occupazioni, non al suo grado, di cui non fa pompa, sia d'estate o d’inverno, per le nevi, pe'sollioni, di giorno o di notte visita le sacre Basiliche, interviene alle stazioni e ai divini ufficj, celebra le messe solenni, e fa tutte quelle cose, che appena si potrebbe fare da uomo privato da un'uomo senza cure e da un giovane.

Di lui si può dire che fu avido nell’accumulare, come dimostrano i libri contabili e dove si evince chiaramente che sotto il governo di Sisto V entrò molto denaro nelle casse della S. Chiesa, ma egli diede anche soccorso ai poveri, ai bisognosi, a tutto a vantaggio della Chiesa.

Ma egli, come vedremo più avanti, essendo egli molto accorto (come pretese d’impedirglielo anche il Farnese), ugualmente molti Principi oltramontani mostravano interesse al denaro da lui custodito a Castel S. Angelo; non fu mai possibile, nonostante tutti i tentativi e gli stratagemmi, che riuscissero a strapparglieli di mano: Costoro, disse egli in Concistoro nel 1590 costoro fanno all' amore co’ nostri milioni raunati con la nostra parsimonia e frugalità; ma finché abbiamo fiato non gli averanno”. Cosi l’anonimo Valliccellano; e noi quando saremo a quell’anno, sveleremo di chi parlasse.

L’ anonimo Conclavista, nella sua relazione diretta a Bologna, nel giorno stesso della salita la soglio Pontificio di Sisto, sembra prevedesse che egli dovesse essere alquanto tenace, infatti scrisse: Si presuppone, che sarà stretto in concedere. Il Cardinal S. Severina, si duole più volte di questa sua tenacità e afferma che era biasimata da molti; l’anonimo del Campidoglio, confermando il medesimo, aggiunge che esso era solamente largo di parole e di promesse, ma stretto nel mantenerle: promise al re di Spagna ed ai suoi collegati, al duca di Savoia ed ai principi Bavari, a Massimiliano arciduca ed al re di Francia, promettendo soprattutto a questo tant’oro che l’avrebbe ricoperto da capo a piedi; insomma prometteva molto con liberalità grande e manteneva poco con ugual tenacia.

Certamente, nelle lettere del Cardinal suo nipote al Cardinal Morosini legato in Francia, spesso si legge: “Nostro Signore spenderà quanto può et quanto ha, farà tutto et darà tutto”; ma poi, quando gli Svizzeri cattolici al servizio di Francia chiesero al Papa migliaia di scudi, rispose che se li aveva promessi il Cardinal Gaetano li pagasse di suo; questa risposta che egli diede all’ambasciatore della Lega, viene riferita da Gianfrancesco Peranda, segretario del citato cardinale, cui scrivendo il giorno 7 dicembre del 1590 così dice: “Monsignor di Diù ha fatto di nuovo instanza, che Sua Santità dia ajuto; et essa ha risposto, che vuol soccorrere, ma non gettar li denari, et che spendendo inutilmente cinque bajocchi, Sua Beatitudine ne piangerebbe; et all’ incontro non sentirebbe la spesa di ducento mila scudi fatta con qualche frutto.

E' vero che di Sisto tutto ciò fu scritto; ma osservino coloro che compongono la corte a questo inclito Pontefice e poi si vedrà il motivo del suo accumulare e della sua ritrosia in soccorrere gli stati esteri. I ciechi ed i deboli, i lebbrosi e gli infermi, d’ogni sesso, provvisti di comodità, giovani donne, vedove e maritate, sicure e libere da tante insidie, e prigionieri e schiavi, e pellegrini e marinai, e mercanti assicurati da ogni pericolo e Roma, lo Stato e l’Italia tutta è ritornata a goder pace e la gloria perduta grazie ai tesori profusi da Sisto: tanto era insigne la sua pietà verso i prossimi. Per questo si narrano conversioni di cupi personaggi alla fede cattolica, di intere contee e di provincie sottratte all’eresia; per questo si ricordano le riforme dei costumi del clero e del popolo tutto; e ne scaturì la fama con plausi sino negli antipodi. Siccome la pietà verso il prossimo è un argomento sincero della pietà verso Dio, questa fece d’ornamento prezioso a cotanto pontefice. Si disse che sin da bambino egli si protese tutto in ossequio a nostra Signora, e si profuse al servizio della Divina Maestà con perpetui voti all’età di undici anni; ma questa pietà la vedremo spiccare, con distinto affetto, nelle imprese che egli fece da sommo Pontefice, negli strumenti per la redenzione come nelle sacre usanze della Chiesa nascente, usanze abbandonate che furono da lui ristabilite, così nelle Basiliche sia restaurate che innalzate, e nelle profanità vetuste santificale; le quali specialmente, come riflette Lelio Pellegrini, dimostrano la sua somma pietà verso Dio; mentre non potevano provenire, se non da un animo adorno di grande ossequio verso divina la Maestà; proteso sempre e ovunque si trovasse, o nel Quirinale o nel Vaticano o per le vie piane o per i colli di Roma, veder santificare ciò che è profano e osannare ovunque il sacrosanto Segno di redenzione.

Da questa pietà verso Dio e verso il prossimo derivò in lui, come scaturito dalla sua fonte, lo zelo per il bene altrui: quindi scrisse efficacissimi brevi ai Rettori; e agli allievi dei Seminari cattolici, e specialmente nei collegi delle Indie orientali, esortando i maestri e la gioventù a insegnare e studiare per maggior lustro della repubblica cristiana, come attesta il compilatore de’ brevi Vallicellano, accennando un breve del 1586 ove scrisse una lettera tesa ad esortare tutti i fedeli per animarli al sostentamento del collegio di Rems in sussidio dei cattolici perseguitati in Inghilterra: come dalla sua quarantunesima bolla, Afflictae, nel bollario antico. Animato da questo zelo del bene pubblico, istituì collegi a Bologna e a Roma, beneficò la Sapienza romana, creò Rote e Congregazioni, rinnovò studi generali, realizzò nobilissime librerie e stamperie, e radunò in Roma persone dotte chiamate da ogni parte affinché assistessero alla stampa dei volumi e per illustrarli dice Angiolo Rocca: Per questo zelo dotò le abbondanze, ristabilì le arti, riformò gli uffici vacabili, finalmente creò l’erario apostolico.

Allo zelo del bene pubblico unì, quasi come una gemma legata in oro, la magnificenza nel procurarlo; ma non già usuale, ma bensì signorile, grande ed eroica. Ne fanno ampia testimonianza Montalto, Loreto, le paludi Pontine, Civitavecchia e il famoso Ponte Felice. Chiunque entra in Roma, per venerare l’augusta città, ammira ovunque magnificenze di Sisto, obelischi, colonne, cavalli, palazzi, basiliche, cupole, strade ampie, acquedotti; e siccome non può esser magnifico chi non è liberale, argomenti ognuno, quanto fosse splendida la sua liberalità da tante magnificenze; quanto denaro profondesse per le succitate grandezze, quanto nel procurare abbondanze, nello stabilire le Arti, nel fondare Ospedali, sovvenire alle difficoltà delle giovani donne, dei carcerati, degli schiavi, a Loreto, a Montalto, nello stato e oltre. Qui si può vedere di quanto Sisto fu tenace, e comprendere il fine e l’oggetto della sua avidità nell’accumulare.

Un uomo eroicamente magnifico, splendido e liberale non può non esser magnanimo. La vera etica insegna esser magnanimo colui che è sempre disposto e preparato per tutto ciò che occorre, affinché non divenga superbo nelle abbondanze e non si lasci avvilire nelle avversità.

Ed Aristotele aggiunge a questa comune definizione, che l’uomo magnanimo, siccome è degno di cose grandi, è degno delle stesse; né per questo è superbo, e poiché, come insegna S. Tommaso, se nell’uomo si trova qualche cosa di grande conferitagli dal donatore d’ogni bene, si trova anche qualche difetto, considerato di natura. Considerando i doni ricevuti da Dio, questi se ne magnifica, e tende a portare avanti opere perfette e, considerando i propri difetti, sprezza se stesso, dal momento che il magnanimo vero è nell’insieme umile e moderato. Questa dottrina, che sembra vada a pennello a Sisto, l'abbiamo dalla testimonianza di Antonio Maria Graziani, il quale racconta come altrove dicemmo, che quando appena creato sommo Pontefice si trovò in S. Pietro con tutta la folla che esultava, egli piangeva considerando che Dio avesse voluto eleggerlo, persona inferiore a tanti cardinali e inabile a sostenere un cosi gran peso.

Se l’uomo è magnanimo non lo si ravvisa meglio se non quando mostra un animo sublime ed eccelso con gli altri uomini potenti, non già con i mediocri e di basso spessore, essendo egli alieno dal mostrare orgoglio di se ai suoi sottoposti. Così non esplicitò mai meglio Sisto questa virtù, quando ebbe da contrastare le teste coronate: il viceré di Napoli, il re di Francia, di Spagna, allorché difese la causa di Enrico IV di Borbone. Essendo egli più che magnanimo, non si mostrava superbo con questi, ma con essi conservava, modesto e savio la sua dignità, affinché la dimostrasse nei tempi opportuni; così lo stesso vedremo con le corrispondenze con i re di Francia e di Spagna, con il duca di Savoia e ad altri. Con coloro che non erano di alto rango, si dimostrava affabile, benigno e misericordioso, come scrive il Galesino. Ma con chiunque alzava il capo orgoglioso, si presentava come un leone, che secondo Plinio: “ s’azzuffa colle fiere più irate , più feroci e perdona a’ prostrati “. E queste virtù erano da Sisto regolate da una singolare prudenza, la quale è l’ornamento d’ogni virtù. Questa prudenza consiste nel sapersi ben consigliare in qualunque operazione prima d’accingersi ad eseguirla; d'altronde, tanto più ciascuno è prudente, quanto sa meglio consigliarsi. Ora Sisto, quantunque non avesse nel mondo altro superiore se non Dio, nonostante ciò se si leggono le sue bolle, il registro dei Concistori segreti, non si riscontra mai che deliberasse cosa alcuna senza il previo consiglio dei cardinali. I vacabili, i monti vacabili e i monti camerali non vacabili, sono materie che hanno fatto mormorare i saccenti come le creazioni dei cardinali, tanto allora criticate dagli appassionati, le consulte dei principali, le creazioni dei legati, le condanne al supplizio estremo, la costruzione delle galere, l’istituzione dell' erario pubblico, le censure emanate contro i regnanti, e quant’altre cose deliberò Sisto, furono tutte proposte al consiglio dei cardinali e da esso deliberate. E questa è una lode così specifica di Sisto, che in un concistoro tenuto il 19 novembre nel 1589 affermò che quantunque piacesse a lui non risolvere nulla senza il loro consiglio, non intendeva però usare pregiudizio nelle usanze dei suoi successori soggetti solo a Dio, siccome ancora egli era solo soggetto a Dio.

E quanto fu prudente, fu altrettanto sagace, cioè altrettanto avveduto nell’esaminare se quelle cose che erano dettate dalla sua, o dall’altrui prudenza, fossero rette ed oneste; quindi è che non si lasciò mai sopraffare dai suoi ministri. Scrisse al re di Spagna, all’imperatore, e ad altri, che non si fidassero dei loro consiglieri dal momento che egli non si fidò mai di nessuno. Se riceveva un ambasciatore o una lettera d’un monarca e se ammetteva a colloquio un cardinale, tutto ascoltava, tutto leggeva con serietà, spiando ogni gesto, ponderando ogni parola e guardandoli in volto, per argomentare dall’esterno ancora l’interno; dal che proveniva una prontezza nel rispondere, che era meravigliosa, ed una certa vivezza nel dare risposte concise, piccanti, e così talora penetranti nel vivo, che i più restavano confusi, senza saper che altro replicare; onde, dice l’anonimo Barberino, che correva il proverbio: guardati dalle risposte di Sisto, e per questo vedremo fiorita la seguente storia, bastandoci per ora riferirne una vivissima, contenuta in un paragrafo di lettera, scritta il 13 marzo 1563 quand’ era procuratore generale, ai Priori e reggimento di Montalto. Cosicchè lagnandosi presso loro di una persona che aveva accusato ingiustamente un suo religioso, così scrive : “Per la vostra lettera, tutto il caso è fondato nel vostro ... Egli è il querelante, l'attore, il testimonio , il giudice; li manca solo essere il sbirro; ben farei cieco, sordo et muto etc.”

Parte della prudenza è costituita dal consigliare bene, venendo incontro al prossimo, ai suoi bisogni, secondo il tempo e il luogo. Ed in questo spiccò meravigliosamente il nostro Pontefice. Per dire il vero, quei consigli che egli diede a Cesare, come a suo luogo vedremo, non possono essere né più utili né più saggi, e quel che lo rende più lodabile è che in occasione di due ambasciatori ricevuti da Cesare, parlò con essi di tutto quello che poteva e diede loro consigli da riferire al sovrano, ed usò tale destrezza da consigliere, per far modo che Cesare fosse più disposto a riceverli. Così sono ugualmente degni d’ammirazione i consigli dati ad altri monarchi, nella fattispecie al re di Spagna, e singolarmente a quello di Francia ; e sono tanti e tali quelli che diede a questo monarca, che faranno da ornamento ad un parte notabile della storia; benché egli fosse costretto più volte a lagnarsi, con suo sommo dispiacere, che finirono sparsi al vento.

E per ultimo, se al parer di Seneca, il vero prudente deve moderare le sue operazioni ( secondo le regole della ragione ), siccome in qualsivoglia occorrenza sia sempre lo stesso, mostrandosi accomodante ai tempi e alla varietà delle cose, vedremo questo eroe sempre lo stesso, conforme alle regole della ragione. Fu sempre il primo a dare esempio in quelle cose che riguardavano il culto di Dio, fu sempre costante nel negar certe cose che non era bene il concedere, dicendo di no, anche alle teste coronate; fu sempre fermo nel difendere i diritti della S. Sede, della quale era acerrimo difensore, per usar le parole dell’autore della pubblicazione del Conclave. Fu sempre fermo nel difendere i diritti dei principi, e i due fatti, tra gli altri, uno di Val di Taro in favore dei Farnesi, l’altro del trono di Francia in favore di Enrico IV di Borbone, per il quale fece resistenza sino alla morte, ne faranno ampia testimonianza.

Eppure nel tempo stesso era docile e cauto; come cauto si trattenne dal prendere certe risoluzioni precipitose, alle quali era per natura incline e che con tutta ragione poteva eseguire, perché la sua maestà era oltraggiata oltre misura; ma con tutto ciò si contenne sempre per non dar soddisfazione ai maligni, le cui contraddizioni tendevano a portar danni ingenti nel cristianesimo; docilmente rimise le deliberazioni da lui ideate alla consulta e alla decisione dei cardinali; recriminando che quantunque per ogni diritto potesse e dovesse tender la mano dimenticando i fulmini del suo provocato furore, nondimeno voleva, che questi, toccati sul vivo, o gli attemperassero lo sdegno o gli strappassero di mano il flagello, rimettendo tutto all’arbitrio loro. Virtù, che come vedremo fu da tutti ammirata; sebbene forse costasse a Sisto l’accelerazione della morte, per la violenza, che faceva a se stesso nell’andare contro natura. Un sovrano in infinito oltraggiato, il quale deve e può rifarsi, fa opera eroica se si contiene.

Ma la lode che il mondo tutt’ora attribuisce a questo Pontefice, come sua caratteristica, è la gran giustizia che egli attuò. Dice Aristotele che proprio della giustizia è il non vigilare che nella Repubblica non si commetta iniquità e ingiuria, la quale perturbi la pubblica quiete. Ora, se quando Sisto salì sul soglio si commettessero iniquità ed ingiurie perturbatrici della pubblica quiete, non c’è chi non lo sappia, perché lo sa tutto il mondo. Lo stato pietoso e miserabile in cui si trovavano Roma, il dominio ecclesiastico e l’Italia tutta, sarà poi descritto accuratamente; e servirà di materia per ulteriori pubblicazioni nelle quali narreremo gli anni del pontificato, e vedremo con quanta ragione il mondo faccia consistere la caratteristica di questo principe appunto nello zelo delle sue leggi. Era necessaria allora la sua giustizia, e giustizia grande, e giustizia strepitosa, e giustizia continua, perché le scellerataggini erano grandi, strepitose e continue. Certamente in qualunque genere d’empietà violenta, mostruosa, si peccava allora con tanta sfacciataggine e prepotenza, che i sovrani stessi s’intimorivano. Occorreva un Principe che non avesse timore di nessuno. Dio lo diede quando appunto il bisogno era maggiore, il rimedio sembrava disperato; e questo fu Sisto.

E’ anche vero che gli incriminati lo infamarono a viva voce, e con gli scritti, dipingendolo un uomo sanguinario; ma vi fu chi scrisse ancora la verità. Lelio Pellegrini, perorando in tutto la causa di Sisto, dopo la morte di lui, al collegio dei Cardinali disse: Sisto, Amplissimi Padri, promulgò leggi utili e comode alla repubblica, e leggi sante; e volle che fossero inviolabilmente custodite; imperocché, ditemi, a che giova promulgar la legge, se poi debba essere violata senza gastigo? A che giova decretar la pena alle scelleraggini, quando poi non si esiga il supplizio degli scellerati? questo è anzi dar ansa agli empj di correre a briglia sciolta e fare d‘ ogni erba fascio, D'altronde siamo infinitamente obbligati alla giustizia di Sisto, perché se col suo braccio terribile non fulminava, noi ancora proveremmo le barbarie che soffersero i nostri avi, essendo verissimo, che allora per tutta Italia correva a rivi lo sparso sangue dagli assassini.

Quindi ogni savio comprende, che per far fronte ad un impeto di tanta empietà, non ci voleva che un uomo che possedesse quella forza per andare incontro a cose difficili, ardue, terribili, e né conosce il timore; e tale appunto era Sisto riservato da Dio all’opportuno bisogno. Il suo predecessore, Gregorio XIII, come Principe (molto mite, faceva quel che poteva ma, o se i cortigiani adulatori per non infastidirlo gli nascondevano gli acerbi mali ( solita infelicità dei sovrani), o se giungeva a saper qualche fatto atroce, alzando gli occhi lacrimosi e le mani al cielo, diceva : “Tu exurgens misereberis Syon”; ma Sisto, mandato da Dio, soleva dire, come riferiremo in seguito, che egli confidava in Dio, che l’aveva protetto sin dal ventre di sua madre, che non temeva nessuno, che il solo peccato era da temersi, che gli uomini lo potevano chiamar crudele e infamarlo come sanguinario; ma che le scritture divine insegnavano ai S. Padri che non si poteva fare un sacrificio più accetto a Dio, quanto quello di impedire empietà e fulminare i perturbatori della pubblica quiete: e che sin tanto che gli empj non cessassero dal fare le iniquità, egli non cesserebbe dal fare la giustizia. Cosi nel diario dei Concistori segreti.

Fu pertanto e giusto e forte nel vendicarsi dei delitti più atroci; ma fu insieme mite e temperante nel compatire l’umana imbecillità. “Quando le leggi , cosi scriveva Lelio Pellegrini, per ingiuria de’ tempi passati, erano ormai invecchiate, egli dove la maestà Divina era troppo violata, o la pubblica quiete assai perturbata, richiamò la severità, ma non mai con eccesso; anzi, dimostrossi spesso più mite, stimando essser cosa molto nocevole in un principe, il volere governare e reggere la repubblica, con lo stare sempre attaccato ad ogni sillaba della legge”. E quelle tre virtù che sono annesse alla temperanza, cioè l’astinenza, la parchità , la castità, furono le sue dilette; per l'amore che egli portava per l’astinenza, aveva ideato di introdurre nuovamente i digiuni della quaresima, nei giorni dell’avvento proponendolo ai cardinali nel concistoro; ma poi una prudente circospezione lo trattenne da promulgarne la legge. Che egli usasse sobrietà, frugalità nel vitto e vestire, già si è accennato, e sin dal principio del suo vivere raccontammo l’elogio di Lelio Pellegrini in lode alla sua castità ; il vizio contrario a questa abominò più di ogni altra cosa nei suoi sudditi e lo fulminò. Visto dunque il ritratto di Sisto V. cominceremo a tracciarne le gesta .

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1. Casimiro Tempesti, Storia della vita e delle gesta di Sisto Quinto Sommo Pontefice, Tomo I, Libro VIII, Roma 1866, pp. 223-242.

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